Riecco la Dc

pddcdi Rino Genovese

Un commento al risultato italiano viene alle labbra spontaneo: siamo di fronte a un ritorno della Dc. Così come la vecchia Balena bianca riuscì a drenare – in grandi quantitativi e a lungo – il voto moderato italiano, cuocendo nel proprio calderone le spinte di estrema destra e quelle populistiche (non dimentichiamo il capolavoro di distruzione politica compiuto dalla Democrazia cristiana degasperiana nei confronti dell’Uomo qualunque), allo stesso modo il Pd, passato attraverso un forte lifting berlusconiano con il volto di Matteo Renzi, riesce a prendere i voti conservatori (in Italia tradizionalmente con forti radici plebiscitario-carismatiche) e quelli a favore di un confuso cambiamento recuperando in larga parte il voto grillino. Un risultato così massiccio era inatteso. Che vincesse Renzi, lo si poteva dare per scontato (nonostante l’allarmismo mediatico che vedeva l’inseguimento a ruota di Grillo), ma certo non in questa misura. Il paese ha preferito affidarsi al più giovane anziché al più vecchio – e in ciò si può perfino trovare un grano di saggezza. Ma l’ampio elettorato di sinistra che ha votato Renzi, perché altro non si poteva nella situazione data, deve sapere che ha contribuito alla prospettiva di una nuova Balena bianca. Niente di più e niente di meno.

La lista Tsipras ce la fa per il rotto della cuffia. Meglio che niente, tuttavia. Si profila dinanzi a questo agglomerato di gruppi e personalità il problema, non piccolo, di come ancorare poco più di un milione di voti a un’organizzazione stabile che – se anche non la si voglia chiamare partito – dovrebbe cercare di essere qualcosa di più di una minuscola armata Brancaleone. La questione resta quella del socialismo. O si abbraccia decisamente l’idea di un rilancio – certo, con una modulazione differente dal passato – di una forza politica che sia insieme socialista ed ecologista, o si resterà al palo. Per giunta l’attuale successo renziano chiude i giochi, per un periodo probabilmente non breve, all’interno del Pd: la sua ala sinistra interna – ammesso che esista – si farà piccola piccola per non disturbare troppo il leader e ottenerne in cambio qualche vantaggio. Dunque a sinistra si resterà soli: e bisognerà avere tutta la pazienza, e una capacità di tenuta, per non disperdere le proprie energie.

Dal punto di vista generale, le elezioni sono andate proprio maluccio. È vero che non c’è una temibile debordante ondata euroscettica (a parte il caso, del resto previsto, di Marine Le Pen in Francia), ma il punto è che i partiti conservatori e di destra avranno più seggi di quelli dei partiti del socialismo europeo e della sinistra radicale (nonostante il successo di Syriza in Grecia), e che una fine dell’austerità, con questo parlamento europeo, non s’intravede. Tutte le forze di progresso dovrebbero unirsi attorno a una piattaforma comune (qui sto includendo naturalmente anche Renzi, nella misura in cui il suo è un partito di centrosinistra) basata su almeno un paio di punti caratterizzanti una politica economica e sociale europea che miri a una ripresa.

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