24 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

De profundis

teofrastodi Massimo Jasonni

La parola nell’orizzonte culturale originario fu lógos, riproduzione della realtà entro di sé già esplicativa di un più vasto, e ben articolato, ordine fisico delle cose. Nella fase omerica, essa era stata mýthos: evocazione sacrale dell’eterna circolarità delle vicende non solo umane, ma più in generale biologiche. Il pensiero occidentale si dispose così, tra la poesia del mito e le ragioni della filosofia, alla volta di un dialogo tra gli uomini di per sé custode della superiore dimensione dell’Essere.

La parola era nata chiara e forte: coltivava in sé un significato domestico, ma non privato di sue proprie, e quanto fervide, polivalenze. La chiarezza veniva da un collegamento esplicito con i fenomeni naturali; la forza le avrebbe permesso di innervarsi nell’idea presocratica del nesso ineludibile che deve correre tra pensiero e mondo.

Per definire meglio questo motivo della certezza nella domesticità valgano due esempi, tra tante altre voci cui si potrebbe ricorrere nell’esame del vocabolario greco: óikos, da intendersi quale confine nazionale o, se si preferisce, barriera rappresentata dall’identità talora familiare, talora etico-politica1, ma anche come recinto dei polli. Il confine non avrebbe mai perso quel significato primigenio, pratico e ideale, semplice e complesso a un tempo. Analogamente charaktēr, che Giorgio Pasquali, in prefazione a Teofrasto, ci ricorda essere «conio», «punzone d’impronta» o «marchio», prima che carattere, natura e temperamento di un uomo2. Di questa orgogliosa genealogia dei nomi avrebbe disquisito il Socrate platonico nel Cratilo, sostenendo la naturalità e l’oggettività, non già, come i sofisti pretendevano, la convenzionalità del lógos3.

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11 gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Un dibattito sulla fraternità

di Rino Genovese

Marcello Rossi prima, e Massimo Jasonni poi, sono intervenuti su questo sito con dotti argomenti per lamentare il fatto che la lista unitaria di sinistra “Liberi e Uguali” avrebbe messo da parte la Fraternità che, oltre a essere il terzo termine della divisa della Rivoluzione francese, sarebbe anche quello specificamente socialista. Non discuto le critiche a “Liberi e Uguali”, in larga misura condivisibili (si tratta di un agglomerato informe che sembra ripetere l’errore che fu già del Pd, quello di non avere un’identità ben definita); vorrei invece mettere in questione la centralità della  fraternité nella nascita e nello sviluppo del socialismo così come si è formato storicamente. A mio parere, infatti, è molto dubbio che si possa parlare del terzo termine come di quello propriamente socialista.

Fermo restando che è dalla Rivoluzione francese che tutto il discorso prende le mosse, c’è da dire che è da una rottura nell’insieme della divisa repubblicana che si determina quel movimento di idee e di attori sociali che chiamiamo “socialismo”. È una diversa declinazione dei tre concetti, presi nel loro stretto legame. Così la liberté non può essere vista in maniera soltanto negativa come nel liberalismo: essa cioè non termina dove inizia la libertà dell’altro, ma al contrario, in termini positivi, comincia dove c’è la libertà dell’altro (in questo senso si può parlare di un “individualismo sociale”). L’égalité non può più essere soltanto giuridico-formale (come quando si dice, per esempio, che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge); deve diventare sostanziale, concretizzandosi su un piano economico e sociale. La fraternité, infine, non indica più una generica solidarietà nazionale, sia pure in senso democratico; è quella tra coloro che conducono una stessa battaglia contro l’oppressione (da qui il termine “compagno”, colui con cui si con-divide il pane nel corso di una lotta civile). È insomma da una rilettura dell’insieme delle tre parole d’ordine che proviene il socialismo, non dal privilegiamento di qualcuna su un’altra.

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9 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

La cancellazione della fraternità

libertà eguaglianza fraternitàdi Massimo Jasonni

Sulla denominazione delle formazioni partitiche, a partire dalla fine della Prima repubblica, ma ancor da prima, la politologia ha potuto esercitarsi, facendo ampio ricorso al sarcasmo nel porre in luce come già in essa sia impresso il marchio del vuoto ideologico. Non intendiamo tornare su Forza Italia o su margherite, ulivi e altre vegetazioni ormai sfiorite nel panorama parlamentare; né intendiamo insistere sul deplorato stemma del M5S: certo più acconcio alla réclame di un albergo per parvenus alle Maldive, che non a un movimento che ambisca al governo del paese. Viceversa, ci interroghiamo sulle nomenclature di una sinistra divisa, che ora si affaccia alle elezioni come «Liberi e Uguali».

Prima annotazione: in entrambi i casi, ovvero sia nel Pd, sia nel nuovo schieramento dalemiano-bersaniano, non compare la parola “socialismo”. Si tace sulla propria ragion d’essere storica, ma per poi presentarsi in modo alternativo: nel caso del Pd con il richiamo a una democrazia, ridotta, come amava dire un grande padre liberale, a «scatolone vuoto»; nel caso di «Liberi e Uguali», con un mero appello allo scolastico binomio libertà-eguaglianza.

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4 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Liberi e Uguali, ma per che cosa?

di Marcello Rossi

Liberté, égalité, fraternité, il motto nazionale della Repubblica francese, risalente al 1700 e associato alla rivoluzione dell’Ottantanove, sembra essere stato l’ispiratore del nome del nuovo raggruppamento della sinistra italiana, ma con una variante significativa in quanto nella versione di questa sinistra è caduto l’ultimo elemento del motto, fraternité, che per l’appunto è l’elemento veramente rivoluzionario. Voglio dire che liberté ed égalité rientrano a pieno titolo in una teoria liberale della società, mentre fraternité – concetto che ovviamente non va letto in chiave religiosa – va oltre il liberalismo e apre a una società socialista. Ma questo aspetto sembra essere sfuggito – e pour cause, dico io – ai fondatori del nuovo raggruppamento che, per quanto siano contro il renzismo, non per questo assumono il socialismo a loro punto di riferimento. Se così è, niente di nuovo sotto il cielo della sinistra italiana.

«Nasciamo liberi e uguali per ridare dignità al lavoro», ha detto Fassina il 4 dicembre scorso al telegiornale di Rai 3. Una dichiarazione sibillina perché per la dignità del lavoro la libertà e l’uguaglianza senz’altro servono, ma non sono gli elementi dirimenti: occorrerebbe anche sapere a chi appartengono la materia prima e i mezzi di produzione. In altre parole, quale modo di produzione adottare. E tuttavia questa dichiarazione nasconde qualcosa: nasconde l’idea di un’economia keynesiana, la filosofia cioè del Partito democratico veltroniano, prodiano e in parte anche bersaniano che, ritenendo, tra le altre cose, le liberalizzazioni “di sinistra”, non va oltre un riformismo vago e inconsistente, proponendoci come soluzione finale non il socialismo ma un ormai desueto “capitalismo dal volto umano”.

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20 dicembre 2017
pubblicato da Marcello Rossi

Avanti Savoia!

Vittorio Emanuele III di Savoiadi Marcello Rossi

[Nel marzo 2010 scrivevo sul «Ponte» l’articolo che riporto. Oggi, dopo sette anni da questo scritto, il governo italiano ha messo a disposizione di Casa Savoia un aereo per riportare in Italia, a spese nostre, le spoglie di Vittorio Emanuele III. Non ne sentivamo la mancanza. Vorremmo comunque evitare la vergogna che il “re fellone” venga tumulato nel Pantheon. Riaffermiamo con Calamandrei che quella dei Savoia è una presenza sciagurata, il ricordo di una spaventosa sconfitta morale e materiale.]

«Non chiediamo punizioni rigorose: le ville principesche in riva ai mari tropicali non sono prigioni crudeli. Ci lascino a ricostruire da noi queste povere catapecchie crollate. Ma se ne vadano, tutta la famiglia: comprendano, una volta tanto, il loro dovere di discrezione. Spariscano: ci liberino di questa loro sciagurata presenza che è il ricordo vivente di una spaventosa sconfitta morale». Con queste parole il 2 giugno 1946 Piero Calamandrei si rivolgeva ai Savoia perché lasciassero l’Italia. La «spaventosa sconfitta morale» era ovviamente il fascismo e gli esiti che questo aveva avuto con il consenso – e non solo – di Vittorio Emanuele III. Ma il discorso, da Vittorio Emanuele III, si potrebbe allargare alla storia di tutta la casa reale e chiamare in causa Vittorio Emanuele II, Umberto I e in qualche misura anche Umberto II, il re di maggio, perché se l’8 settembre 1943 questi avesse capito (e per capirlo non ci voleva una grande intelligenza) che era giunto il momento di schierarsi con la Resistenza, chi ci avrebbe poi scrollato di dosso questa sciagurata monarchia sabauda? La sua insipienza fu la nostra fortuna, ma fu questa l’unica volta in cui rispetto ai Savoia fummo fortunati.

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15 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La Torre di Arnolfo ridotta ad albero di Natale

La Torre di ArnolfoEgregio Sig. Sindaco di Firenze,

da alcune sere dalla mia finestra vedo la torre di Palazzo Vecchio illuminata con luci rosse, gialle, verdi, blu più adatte a un albero di Natale che non a un’opera d’arte qual è la Torre di Arnolfo, che, dopo varie vicissitudini, che sarebbe lungo ricordare in questa sede, giunse a compimento intorno al 1320. Ho saputo poi che altri monumenti della città sono illuminati in egual modo.

Mi ero già reso conto che sotto la Sua amministrazione Firenze si stava trasformando in una novella Disneyland. Alludo all’uso di Ponte Vecchio e del Salone dei Cinquecento per operazioni di business; ai “canotti” appesi alle finestre di Palazzo Strozzi che non sono riuscito a comprendere che cosa avessero di artistico; alla rottura dell’armonia di Piazza della Signoria occupata da sculture che mal si legano con un’architettura tre-quattrocentesca. Ora con questa oscena illuminazione della Torre si è passato ogni limite. Avrebbe Lei messo delle luci variamente colorate intorno alla Primavera di Botticelli o intorno al David di Michelangiolo? E allora perché trattare in altro modo la Torre di Arnolfo?

Lei, signor Sindaco, è stato eletto dai fiorentini per conservare al meglio una città d’arte che insieme a Venezia, Roma e Napoli è uno degli esempi più belli della civiltà occidentale e non per offenderla con opere da baraccone.

Non voglio affondare oltre il coltello nella piaga, ma voglio sperare che, dando prova di un minimo di sensibilità estetica, Lei voglia far spegnere quelle luci oscene.

Le posso garantire che anche nella penombra della sera la Torre di Arnolfo mantiene, senza artifici volgari, il suo fascino.

Marcello Rossi, direttore del «Ponte»

10 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Questo pareggio di bilancio è una trappola

pareggio di bilancio

di Il Ponte

[A marzo del 2012, mentre si metteva mano a modifiche antipopolari della Costituzione, «Il Ponte» pubblicò un appello. In quel clima di messa tra parentesi dello spirito critico, i firmatari furono davvero pochi. Ma è bene rileggere quel testo, adesso che, nell’anniversario della vittoria del No al referendum costituzionale, sul pareggio di bilancio si sta riaprendo la discussione, e il Coordinamento per la democrazia costituzionale ha lanciato una raccolta di firme per una legge che sciolga da quel vincolo troppo rigorista, introdotto allora con più fretta che senno.]

Il pareggio di bilancio nella Costituzione, già approvato in prima lettura dal Parlamento, soprattutto con la modifica dell’articolo 81 preoccupa tutti noi giuristi, economisti, intellettuali, cittadini.

L’iniziativa è accompagnata da un clima punitivo, e rovescia sul popolo le responsabilità di un intero ceto dirigente, imprenditoriale, politico e amministrativo.

Sinora il tema è stato circondato dalla peggiore censura: quella dei mezzi silenzi e dell’ovvietà. Negli sbrigativi lavori parlamentari, si è vista una maggioranza inconsueta nella storia repubblicana, e usuale invece in altri regimi. Se anche in seconda lettura la modifica passerà coi due terzi, sarà impossibile un referendum.

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31 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Catalogna: un sintomo

Repubblica di Catalognadi Marcello Rossi

«Il 2 giugno non saranno elezioni: sarà la riconciliazione di un popolo. Attenderanno, alle porte dei seggi elettorali, ancor prima che arrivino gli elettori, lunghissime file di ombre: i nostri morti, lontani e recenti: i giovinetti partigiani caduti alla macchia, i vecchi che non parlarono sotto la tortura, le donne e i bambini spariti nelle nebbie della deportazione. Chiederanno la pace: e l’avranno, la pace con giustizia: la repubblica».

Questo brano in cui Piero Calamandrei proponeva sul Ponte una sua interpretazione del referendum monarchia/repubblica del 2 giugno 1946 mi sembra si addica a quei parlamentari catalani che il 27 ottobre u. s. hanno votato per la repubblica. Anche loro hanno voluto dar voce ai loro morti: ai giovinetti partigiani che caddero combattendo contro Francisco Franco, ai vecchi che non parlarono sotto la tortura franchista. La repubblica per loro rappresenta la vittoria sulla dittatura. Qui sta la grande differenza tra la Spagna e il resto d’Europa che sconfisse fascismo e nazismo settantadue anni or sono. L’Europa – e in particolare l’Italia con la Resistenza – ha vinto sul nazifascismo, la Spagna no: la sua monarchia è un lascito del franchismo.

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26 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Volti senz’anima

Renzi e Berlusconidi Massimo Jasonni

Ciò che accomuna il Pd, cosí come ora si presenta nell’immagine dell’attuale segretario, e Forza Italia, come si ripropone nella fotografia di un Berlusconi che sfida la vecchiaia, temiamo non sia solo una momentanea e fugace ipotesi di accordo preelettorale, ma nasconda ragioni di intesa ben piú salde e profonde. Come dire? Nozze d’amore, o se si vuole stare all’idea di solidità del vincolo di Schopenhauer, nozze per interesse. E quale interesse, e con quale forza dettato dal dominio dell’economia.

Certo nel rinnovato dialogo tra Renzi e Berlusconi ci sono anche obiettivi superficialmente strumentali, non ultimo quello dell’accorparsi per cercare di contenere l’assalto dei 5S, divenuti prima forza politica italiana e destinati, nonostante l’ostilità delle fonti di informazione, a crescere di numero. Tuttavia, non è questo che determina la perversa comunanza di intenti; ma un qualcosa che merita un attimo di cura nella riflessione, giacché parliamo di un comune programma di radicale mutamento dell’assetto costituzionale del Paese.

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5 luglio 2017
pubblicato da Il Ponte

Le inderogabili leggi del mercato

Mercatodi Marcello Rossi

«È un errore ed un pregiudizio credere che il basso salario giovi ai progressi dell’industria; salari bassi significano cattiva nutrizione, e l’operaio mal nutrito è debole fisicamente ed intellettualmente, ed i paesi ad alti salari sono alla testa del progresso industriale. Si lodava […] come una virtú la frugalità eccessiva dei nostri contadini: anche quella lode è un pregiudizio: chi non consuma non produce. […]

Quando il Governo […] interveniva per tenere bassi i salari, commetteva una ingiustizia, e piú ancora un errore economico ed un errore politico. Una ingiustizia, perché mancava al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe in favore di un’altra. Un errore economico, perché turbava il funzionamento della classe economica della domanda e dell’offerta, la quale è la sola legittima regolatrice della misura dei salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Ed infine un errore politico, perché rendeva nemiche dello Stato quelle classi che costituiscono la grande maggioranza del paese»[1].

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