28 Aprile 2020
pubblicato da Il Ponte

Il liberalsocialismo presunto di Eugenio Scalfari

di Marcello Rossi

Domenica 26 aprile, a commento e “giustificazione” dell’arrivo di Molinari alla direzione di «la Repubblica», Eugenio Scalfari, che fondò il giornale nel 1976 e ne fu il direttore per lunghi anni, porta il “Liberalsocialismo” che – secondo lui – fu ed è la filosofia del giornale. Liberalsocialismo – lo abbiamo scritto più volte – è parola ambigua, politicamente infelice, che induce il grande pubblico nell’idea che tra liberalismo e socialismo sia possibile un punto d’incontro: qualcosa di simile a una “terza forza”, espressione del ceto medio. E questa è la posizione sia di Scalfari, che è sempre stato un “liberale di sinistra”, sia anche di altri intellettuali di grande prestigio quali Calogero e Bobbio, ma se si torna alle origini del movimento bisogna convenire con Walter Binni – come Capitini liberalsocialista, ma non azionista – che «questa parola [liberalsocialismo], coniata soprattutto da Capitini, voleva indicare un “socialismo” che proponendosi obbiettivi radicali da un punto di vista sociale (socializzazione dei mezzi di produzione, messa in discussione della proprietà privata nel momento in cui essa assumeva l’aspetto di sfruttamento dell’uomo sull’uomo), permettesse una circolazione di libertà, in qualche modo una nuova “libertà”. Il liberalsocialismo suscitava il problema di come in una società socialista si potessero far rivivere la libertà e la democrazia ma non nei termini “socialdemocratici” del “socialismo della libertà” che è cosa assai diversa». E ancora: il movimento «non era un contemperamento di liberalismo e socialismo, ma la strutturazione di una società radicalmente socialista entro cui riemergesse una libertà anch’essa nuova e ben diversa dalla libertà formale e ingannevole dei sistemi liberal-capitalistici»1. E Capitini: «il liberalsocialismo deve essere il lievito della trasformazione sociale e una luce critica gettata sulle posizioni di sinistra»2.

Tristano Codignola, l’esponente liberalsocialista di maggior caratura a Firenze, esponeva in questi termini le posizioni del gruppo: «Noi non poniamo sul tappeto la questione del liberalismo o del socialismo (sia esso riformista o radicale, gradualista o rivoluzionario): le concezioni di destra o di sinistra sono da noi considerate parziali in quanto […] non potranno mai porre in crisi la struttura tradizionale dello Stato. Noi vogliamo demolire questa struttura tradizionale, che è quella dei poteri centrali, dell’autorità dall’alto, del procedere per decreti legge […]. Ciò significa modificare profondamente il concetto giuridico dello Stato nell’affermazione contemporanea dei due principi del nostro liberalismo e del nostro socialismo: il decentramento dei poteri e l’estensione del sistema elettivo al minimo settore, da un lato, l’autogoverno del lavoro, cioè la gestione diretta dei mezzi produttivi da parte della minima comunità lavoratrice, dall’altro»3.

Potrei continuare con altre citazioni nel ricordo di Enzo Enriques Agnoletti, Mario Delle Piane, Cesare Luporini, Carlo Ludovico Ragghianti e molti altri che militarono nel movimento liberalsocialista e che Capitini ricorda puntualmente nel suo Antifascismo tra i giovani, ma mi sembra che già i brani che abbiamo riportato in questa breve nota mostrino chiaramente che «la Repubblica», pur nella sua ormai lunga e gloriosa storia, poco ha da spartire con il liberalsocialismo. Scalfari fa un mix tra liberalismo di sinistra e socialismo liberale di Carlo Rosselli. Già un’operazione del genere è scorretta e, comunque, sia il liberalismo di sinistra sia il socialismo liberale poco hanno da condividere con il liberalsocialismo. Ormai, io credo, sarebbe giunto il tempo di dare a Cesare quello che è di Cesare.

1 W. Binni, Scritti politici, 1934-1937, Firenze, Il Ponte Editore, 2014, pp. 400-401 e p. 368.

2 A. Capitini, Nuova socialità e riforma religiosa, Firenze, Il Ponte Editore, 2018, p. 14.

3 T. Codignola, Il Partito d’Azione e il problema dello Stato, «La Libertà», anno II, n. 13, 10 settembre 1944.

3 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Destra su destra

Socialismodi Marcello Rossi

Giornali e televisioni nell’ultimo scorcio di campagna elettorale hanno insistito giorno dopo giorno sull’idea che le elezioni regionali – e in particolare quelle dell’Emilia-Romagna – sarebbero state un banco di prova fondamentale per le sorti del governo. Banco di prova se Salvini avesse vinto perché, se il Pd di Bonaccini avesse mantenuto le posizioni, nel governo nulla sarebbe cambiato. E così è avvenuto. Tuttavia, a scanso di equivoci, le quattro “forze” di governo – o meglio, le quattro “debolezze” – di fronte alla possibilità che la Lega si impadronisse dell’Emilia-Romagna hanno da subito sostenuto che una cosa erano le elezioni regionali, altra cosa le nazionali e si sono aggrappate alla regola secondo cui, finché il governo ha in parlamento la maggioranza, il governo è in carica e la Costituzione è rispettata.

Questo uso disinvolto della Costituzione che privilegia la forma sulla sostanza mi riporta a un famoso discorso di Calamandrei[1]. Scriveva il Nostro, riferendosi all’uso sui generis che la Democrazia cristiana faceva della Costituzione: «la maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans, è stata portata dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a identificare la Costituzione con se medesima; le sorti della Costituzione colle sue proprie sorti elettorali. […] E allora la conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve conformarsi alle esigenze di questo governo. […] Questa non è la Costituzione fatta dal popolo italiano per il popolo italiano: questa è la Costituzione fatta perché la maggioranza democristiana possa continuare per omnia saecula a rimaner maggioranza. […] È stato detto che la schiettezza di una democrazia è data dalla lealtà con cui il partito che è al potere è disposto a lasciarlo: la lealtà del giuoco democratico è soprattutto nel suo “saper perdere”. Ma la democrazia diventa una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi democratici per salire al potere è disposto a violarli per rimanervi […] anche quando nel paese sia diventato minoranza».

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21 Luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

La qualità della nostra democrazia

Costituzione italianadi Paolo Bagnoli

Rileggere Piero Calamandrei è sempre edificante. La ripubblicazione, in apertura dell’ultimo fascicolo del «Ponte» (n. 3, maggio-giugno 2018) dell’ultimo articolo da lui scritto, Questa nostra Repubblica – introdotto da una ficcante nota di Marcello Rossi – spinge a riflettere sul valore fondante della Costituzione e sulla natura della Repubblica parlamentare.

Il ragionamento che sviluppa Calamandrei sulle tipicità della Costituzione – rigida e programmatica – non risente dell’usura del tempo perché, se così fosse, anche la Costituzione risulterebbe inadeguata; tuttavia, viste le condizioni del paese, non si registra una cognizione precisa del dettato costituzionale. Basti pensare che c’è chi ritiene – come Giorgia Meloni – che si debba permettere alla polizia l’uso della tortura; che il ministro degli Interni ordini quanto è di spettanza della giurisdizione; che un sottosegretario alla Giustizia intervenga in Aula tacciando di «rilievo penale» le critiche delle opposizioni, ignorando che la Costituzione recita che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Di controcanto, il suo pari grado leghista al ministero, si è augurato la scomparsa delle «correnti di sinistra» tra i magistrati. Potremmo continuare. Tali affermazioni non possono che inquietare, ponendosi fuori e contro lo Stato di diritto che la Costituzione garantisce.

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24 Maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

De profundis

teofrastodi Massimo Jasonni

La parola nell’orizzonte culturale originario fu lógos, riproduzione della realtà entro di sé già esplicativa di un più vasto, e ben articolato, ordine fisico delle cose. Nella fase omerica, essa era stata mýthos: evocazione sacrale dell’eterna circolarità delle vicende non solo umane, ma più in generale biologiche. Il pensiero occidentale si dispose così, tra la poesia del mito e le ragioni della filosofia, alla volta di un dialogo tra gli uomini di per sé custode della superiore dimensione dell’Essere.

La parola era nata chiara e forte: coltivava in sé un significato domestico, ma non privato di sue proprie, e quanto fervide, polivalenze. La chiarezza veniva da un collegamento esplicito con i fenomeni naturali; la forza le avrebbe permesso di innervarsi nell’idea presocratica del nesso ineludibile che deve correre tra pensiero e mondo.

Per definire meglio questo motivo della certezza nella domesticità valgano due esempi, tra tante altre voci cui si potrebbe ricorrere nell’esame del vocabolario greco: óikos, da intendersi quale confine nazionale o, se si preferisce, barriera rappresentata dall’identità talora familiare, talora etico-politica1, ma anche come recinto dei polli. Il confine non avrebbe mai perso quel significato primigenio, pratico e ideale, semplice e complesso a un tempo. Analogamente charaktēr, che Giorgio Pasquali, in prefazione a Teofrasto, ci ricorda essere «conio», «punzone d’impronta» o «marchio», prima che carattere, natura e temperamento di un uomo2. Di questa orgogliosa genealogia dei nomi avrebbe disquisito il Socrate platonico nel Cratilo, sostenendo la naturalità e l’oggettività, non già, come i sofisti pretendevano, la convenzionalità del lógos3.

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11 Gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Un dibattito sulla fraternità

di Rino Genovese

Marcello Rossi prima, e Massimo Jasonni poi, sono intervenuti su questo sito con dotti argomenti per lamentare il fatto che la lista unitaria di sinistra “Liberi e Uguali” avrebbe messo da parte la Fraternità che, oltre a essere il terzo termine della divisa della Rivoluzione francese, sarebbe anche quello specificamente socialista. Non discuto le critiche a “Liberi e Uguali”, in larga misura condivisibili (si tratta di un agglomerato informe che sembra ripetere l’errore che fu già del Pd, quello di non avere un’identità ben definita); vorrei invece mettere in questione la centralità della  fraternité nella nascita e nello sviluppo del socialismo così come si è formato storicamente. A mio parere, infatti, è molto dubbio che si possa parlare del terzo termine come di quello propriamente socialista.

Fermo restando che è dalla Rivoluzione francese che tutto il discorso prende le mosse, c’è da dire che è da una rottura nell’insieme della divisa repubblicana che si determina quel movimento di idee e di attori sociali che chiamiamo “socialismo”. È una diversa declinazione dei tre concetti, presi nel loro stretto legame. Così la liberté non può essere vista in maniera soltanto negativa come nel liberalismo: essa cioè non termina dove inizia la libertà dell’altro, ma al contrario, in termini positivi, comincia dove c’è la libertà dell’altro (in questo senso si può parlare di un “individualismo sociale”). L’égalité non può più essere soltanto giuridico-formale (come quando si dice, per esempio, che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge); deve diventare sostanziale, concretizzandosi su un piano economico e sociale. La fraternité, infine, non indica più una generica solidarietà nazionale, sia pure in senso democratico; è quella tra coloro che conducono una stessa battaglia contro l’oppressione (da qui il termine “compagno”, colui con cui si con-divide il pane nel corso di una lotta civile). È insomma da una rilettura dell’insieme delle tre parole d’ordine che proviene il socialismo, non dal privilegiamento di qualcuna su un’altra.

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9 Gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

La cancellazione della fraternità

libertà eguaglianza fraternitàdi Massimo Jasonni

Sulla denominazione delle formazioni partitiche, a partire dalla fine della Prima repubblica, ma ancor da prima, la politologia ha potuto esercitarsi, facendo ampio ricorso al sarcasmo nel porre in luce come già in essa sia impresso il marchio del vuoto ideologico. Non intendiamo tornare su Forza Italia o su margherite, ulivi e altre vegetazioni ormai sfiorite nel panorama parlamentare; né intendiamo insistere sul deplorato stemma del M5S: certo più acconcio alla réclame di un albergo per parvenus alle Maldive, che non a un movimento che ambisca al governo del paese. Viceversa, ci interroghiamo sulle nomenclature di una sinistra divisa, che ora si affaccia alle elezioni come «Liberi e Uguali».

Prima annotazione: in entrambi i casi, ovvero sia nel Pd, sia nel nuovo schieramento dalemiano-bersaniano, non compare la parola “socialismo”. Si tace sulla propria ragion d’essere storica, ma per poi presentarsi in modo alternativo: nel caso del Pd con il richiamo a una democrazia, ridotta, come amava dire un grande padre liberale, a «scatolone vuoto»; nel caso di «Liberi e Uguali», con un mero appello allo scolastico binomio libertà-eguaglianza.

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4 Gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Liberi e Uguali, ma per che cosa?

di Marcello Rossi

Liberté, égalité, fraternité, il motto nazionale della Repubblica francese, risalente al 1700 e associato alla rivoluzione dell’Ottantanove, sembra essere stato l’ispiratore del nome del nuovo raggruppamento della sinistra italiana, ma con una variante significativa in quanto nella versione di questa sinistra è caduto l’ultimo elemento del motto, fraternité, che per l’appunto è l’elemento veramente rivoluzionario. Voglio dire che liberté ed égalité rientrano a pieno titolo in una teoria liberale della società, mentre fraternité – concetto che ovviamente non va letto in chiave religiosa – va oltre il liberalismo e apre a una società socialista. Ma questo aspetto sembra essere sfuggito – e pour cause, dico io – ai fondatori del nuovo raggruppamento che, per quanto siano contro il renzismo, non per questo assumono il socialismo a loro punto di riferimento. Se così è, niente di nuovo sotto il cielo della sinistra italiana.

«Nasciamo liberi e uguali per ridare dignità al lavoro», ha detto Fassina il 4 dicembre scorso al telegiornale di Rai 3. Una dichiarazione sibillina perché per la dignità del lavoro la libertà e l’uguaglianza senz’altro servono, ma non sono gli elementi dirimenti: occorrerebbe anche sapere a chi appartengono la materia prima e i mezzi di produzione. In altre parole, quale modo di produzione adottare. E tuttavia questa dichiarazione nasconde qualcosa: nasconde l’idea di un’economia keynesiana, la filosofia cioè del Partito democratico veltroniano, prodiano e in parte anche bersaniano che, ritenendo, tra le altre cose, le liberalizzazioni “di sinistra”, non va oltre un riformismo vago e inconsistente, proponendoci come soluzione finale non il socialismo ma un ormai desueto “capitalismo dal volto umano”.

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20 Dicembre 2017
pubblicato da Marcello Rossi

Avanti Savoia!

Vittorio Emanuele III di Savoiadi Marcello Rossi

[Nel marzo 2010 scrivevo sul «Ponte» l’articolo che riporto. Oggi, dopo sette anni da questo scritto, il governo italiano ha messo a disposizione di Casa Savoia un aereo per riportare in Italia, a spese nostre, le spoglie di Vittorio Emanuele III. Non ne sentivamo la mancanza. Vorremmo comunque evitare la vergogna che il “re fellone” venga tumulato nel Pantheon. Riaffermiamo con Calamandrei che quella dei Savoia è una presenza sciagurata, il ricordo di una spaventosa sconfitta morale e materiale.]

«Non chiediamo punizioni rigorose: le ville principesche in riva ai mari tropicali non sono prigioni crudeli. Ci lascino a ricostruire da noi queste povere catapecchie crollate. Ma se ne vadano, tutta la famiglia: comprendano, una volta tanto, il loro dovere di discrezione. Spariscano: ci liberino di questa loro sciagurata presenza che è il ricordo vivente di una spaventosa sconfitta morale». Con queste parole il 2 giugno 1946 Piero Calamandrei si rivolgeva ai Savoia perché lasciassero l’Italia. La «spaventosa sconfitta morale» era ovviamente il fascismo e gli esiti che questo aveva avuto con il consenso – e non solo – di Vittorio Emanuele III. Ma il discorso, da Vittorio Emanuele III, si potrebbe allargare alla storia di tutta la casa reale e chiamare in causa Vittorio Emanuele II, Umberto I e in qualche misura anche Umberto II, il re di maggio, perché se l’8 settembre 1943 questi avesse capito (e per capirlo non ci voleva una grande intelligenza) che era giunto il momento di schierarsi con la Resistenza, chi ci avrebbe poi scrollato di dosso questa sciagurata monarchia sabauda? La sua insipienza fu la nostra fortuna, ma fu questa l’unica volta in cui rispetto ai Savoia fummo fortunati.

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15 Dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

La Torre di Arnolfo ridotta ad albero di Natale

La Torre di ArnolfoEgregio Sig. Sindaco di Firenze,

da alcune sere dalla mia finestra vedo la torre di Palazzo Vecchio illuminata con luci rosse, gialle, verdi, blu più adatte a un albero di Natale che non a un’opera d’arte qual è la Torre di Arnolfo, che, dopo varie vicissitudini, che sarebbe lungo ricordare in questa sede, giunse a compimento intorno al 1320. Ho saputo poi che altri monumenti della città sono illuminati in egual modo.

Mi ero già reso conto che sotto la Sua amministrazione Firenze si stava trasformando in una novella Disneyland. Alludo all’uso di Ponte Vecchio e del Salone dei Cinquecento per operazioni di business; ai “canotti” appesi alle finestre di Palazzo Strozzi che non sono riuscito a comprendere che cosa avessero di artistico; alla rottura dell’armonia di Piazza della Signoria occupata da sculture che mal si legano con un’architettura tre-quattrocentesca. Ora con questa oscena illuminazione della Torre si è passato ogni limite. Avrebbe Lei messo delle luci variamente colorate intorno alla Primavera di Botticelli o intorno al David di Michelangiolo? E allora perché trattare in altro modo la Torre di Arnolfo?

Lei, signor Sindaco, è stato eletto dai fiorentini per conservare al meglio una città d’arte che insieme a Venezia, Roma e Napoli è uno degli esempi più belli della civiltà occidentale e non per offenderla con opere da baraccone.

Non voglio affondare oltre il coltello nella piaga, ma voglio sperare che, dando prova di un minimo di sensibilità estetica, Lei voglia far spegnere quelle luci oscene.

Le posso garantire che anche nella penombra della sera la Torre di Arnolfo mantiene, senza artifici volgari, il suo fascino.

Marcello Rossi, direttore del «Ponte»

10 Dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Questo pareggio di bilancio è una trappola

pareggio di bilancio

di Il Ponte

[A marzo del 2012, mentre si metteva mano a modifiche antipopolari della Costituzione, «Il Ponte» pubblicò un appello. In quel clima di messa tra parentesi dello spirito critico, i firmatari furono davvero pochi. Ma è bene rileggere quel testo, adesso che, nell’anniversario della vittoria del No al referendum costituzionale, sul pareggio di bilancio si sta riaprendo la discussione, e il Coordinamento per la democrazia costituzionale ha lanciato una raccolta di firme per una legge che sciolga da quel vincolo troppo rigorista, introdotto allora con più fretta che senno.]

Il pareggio di bilancio nella Costituzione, già approvato in prima lettura dal Parlamento, soprattutto con la modifica dell’articolo 81 preoccupa tutti noi giuristi, economisti, intellettuali, cittadini.

L’iniziativa è accompagnata da un clima punitivo, e rovescia sul popolo le responsabilità di un intero ceto dirigente, imprenditoriale, politico e amministrativo.

Sinora il tema è stato circondato dalla peggiore censura: quella dei mezzi silenzi e dell’ovvietà. Negli sbrigativi lavori parlamentari, si è vista una maggioranza inconsueta nella storia repubblicana, e usuale invece in altri regimi. Se anche in seconda lettura la modifica passerà coi due terzi, sarà impossibile un referendum.

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