15 ottobre 2018
pubblicato da Il Ponte

La Cgil e Landini

di Luca Michelini

Pur con i limiti di chi non conosce dall’interno le logiche odierne di una grande organizzazione come la Cgil, che pure ho studiato nella sua evoluzione storica e ho avuto modo di conoscere direttamente, per «Il Ponte» ho cercato di seguire l’azione politico-sindacale di Landini, che ritengo molto importante. La notizia è che Camusso appoggia la candidatura di Landini alla segreteria. Se fosse confermata anche dai fatti (sempre meglio dubitare dell’informazione italiana e delle logiche interne delle grandi organizzazioni), questo significa che quanto accadrà al prossimo congresso nazionale potrebbe essere di importanza strategica per il paese.

La preparazione di Landini a questo appuntamento è stata notevole, perché per anni ha costruito la propria candidatura, seguendo una triplice strategia.

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25 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal peggio non nasce il meglio

Le Pendi Mario Pezzella

Sul populismo, e sulle sue articolazioni e motivazioni politiche, ho scritto un saggio che uscirà nel prossimo numero speciale del «Ponte» e dunque non voglio ripetere qui le considerazioni che si potranno leggere tra poco in quella sede. Mi limito a un commento di cronaca politica e ad alcune osservazioni, dopo la lettura dell’editoriale del numero di luglio e la polemica che ne è seguita: più enunciazioni di stati d’animo che ragionamento.

L’Europa attuale, dominata dal capitale finanziario e dalla burocrazia di Bruxelles, non piace neanche a me; tuttavia starei attento a concentrare la critica sulle grandi banche, distinguendo da esse una “oligarchia” capitalista produttiva, nazionalista e alleata potenziale della protesta popolare (come esisterebbe in Inghilterra e in occasione della Brexit). È questo appunto che distingue una critica socialista – o se volete marxista – dell’economia da quella populista. Per il socialismo il capitale finanziario è un’articolazione necessaria nata in seno al capitale produttivo: può esserne una degenerazione, ma il potenziamento abnorme degli strumenti creditizi nasce per sopperire alla crisi di sovrapproduzione e consumo, che è caratteristica del movimento del capitale in generale. Pound – per esempio – poteva criticare duramente ed efficacemente le banche, ma allo stesso tempo era assolutamente incapace di vedere il nesso tra l’“usura”, l’“interesse” – e la necessità di stimolare l’inerzia della produzione, in una fase di crisi. In una fase di crisi noi stiamo vivendo, senza che neppure si intravveda la ripresa di un ciclo espansivo: questa crisi deriva però da quella di sovrapproduzione e sovraconsumo degli anni ottanta e novanta del Novecento, per compensare e occultare la quale si è potenziato in modo distorto la leva del credito (ricordo che fu Clinton a togliere ogni freno di controllo alle banche e a liberalizzare interamente la circolazione dei capitali). Questo è dunque il momento adatto – anche se intempestivo – per una critica della produzione astratta e della contraddittorietà strutturale del capitale (critica marxista) più che per una rivolta contro il suo solo aspetto finanziario (critica populista).

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12 aprile 2015
pubblicato da Il Ponte

La coalizione, il partito, la sinistra

coalizione-socialedi Fabio Vander

Il dibattito intorno allo slogan “Coalizione sociale” di Landini, sembra aver perso lo smalto dei primi giorni e c’è il rischio che si risolva nell’ennesimo fallimento della sinistra italiana o comunque nella realizzazione di un fatto tutto interno alle dinamiche sindacali.

Lo ha ammesso lo stesso Landini, dicendo che manifestazioni come quella di Fiom del 25 ottobre o lo sciopero generale Cgil-Uil, anche se forti, possono riuscire, ma non hanno ormai più incidenza politica reale. Il governo Renzi, come i precedenti, va avanti lo stesso. Donde la necessità di rafforzare il sindacato, con il supporto e il concorso di forze varie che lo integrino, lo sostengano, ne implementino le proposte, ecc.

Il piano di discorso (e quindi la scala di priorità) della sinistra politica mi sembra però altro. Cominciando con l’evitare di ritrovarci con una variante aggiornata del vecchio collateralismo o “cinghia di trasmissione”. Se prima del sindacato verso i partiti della sinistra, oggi della sinistra “sociale” verso un sindacato mal messo. Due debolezze che messe insieme non fanno una forza e una prospettiva.

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1 aprile 2015
pubblicato da Rino Genovese

Il senso della coalizione sociale

coalizione socialedi Rino Genovese

Matteo Renzi, che mastica le parole come fossero noccioline, ha accusato di velleitarismo la prospettiva aperta da Maurizio Landini con la proposta di una coalizione sociale. Se per una volta fosse stato più sottile, avrebbe potuto definirla utopica: non si sarebbe sbagliato e avrebbe raggiunto, a suo modo di vedere, lo stesso effetto di denigrazione. Perché a casa sua è evidente che chi si lancia in un’intrapresa visionaria del genere tutte le rotelle a posto non deve averle. Ma come! Per decenni abbiamo detto che ci vuole più meritocrazia, che il principio della libera competizione tra le persone è un valore moderno da difendere e sviluppare liberandolo dalle antiche pastoie che lo avvolgono, e adesso Landini salta fuori a dirci che bisogna tornare a forme di solidarietà ottocentesca (le Unions) e che il principio della libera concorrenza nella vendita della forza-lavoro non è il massimo cui aspirare? E le differenze tra gli individui dove le mettiamo? Non è forse vero che c’è chi compete e vince (come lo stesso Renzi), e c’è invece chi la voglia di questa battaglia per la vita non riesce a trovarla, se ne sta con le mani in mano e perde già in partenza?

Se ci si pensa, è un altro mondo quello a cui la proposta della coalizione sociale allude: un mondo in cui un individuo valga non soltanto per la irriducibile differenza di cui ciascuno è portatore ma anche e soprattutto per la capacità di costruire contesti di cooperazione sottratti alla competizione reciproca – magari al fine di indirizzare le forze così riunite verso un miglioramento delle condizioni di vita di tutti. La coalizione sociale, in questo senso, altro non è che il principio dell’individualismo sociale come momento caratterizzante del socialismo, ossia dell’associazione dei lavoratori (del braccio e della mente, per usare una vecchia espressione) al fine di rompere tendenzialmente con il dogma “a ciascuno secondo il suo lavoro” per andare verso forme di vita felice riassumibili nello slogan “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

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26 febbraio 2015
pubblicato da Il Ponte

La scesa in campo di Landini e la sinistra italiana

Landinidi Fabio Vander

L’intervento di Maurizio Landini in forma di intervista al «Fatto quotidiano» di domenica 22 febbraio, è importante, ma richiede da subito approfondimenti e precisazioni.

Importante che si muova qualcosa a sinistra. Era il segnale che molti aspettavano. Dopo aver passato autunno e inverno con mobilitazioni di piazza (manifestazione del 25 ottobre, sciopero Cgil-Uil, sciopero “sociale”, mobilitazioni pro-Grecia di Tsipras, ecc.), era evidente che mancava il precipitato politico di tutto ciò. Non si riusciva mai ad arrivare al punto. L’assenza della sinistra sulla scena politica italiana si è fatta sempre più grave. L’intero panorama politico del Paese ne ha risentito e ne risente. Il successo di Renzi è anche se non soprattutto conseguenza di questo. Cioè del combinato disposto del fallimento della sinistra interna al PD, quella di Bersani, che nel 2013 ha perso l’ennesima sfida elettorale, come della inesistenza della sinistra radicale, per colpa di Vendola e Ferrero, di Sel e di Rc.

Come prevedibile non era con le manifestazioni di piazza che si poteva surrogare alla mancanza della sinistra. Né con iniziative “dal basso” come la raccolta di firme per un referendum contro la legge Fornero sulle pensioni. Anche qui puntualmente fallita. La cosa è passata anzi sotto silenzio. Non sarebbe invece il caso di parlarne? La lezione andrebbe imparata. E invece si sente dalla Camusso ventilare la proposta di raccolta di firme contro lo Jobs Act ed eventualmente un altro referendum.

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17 dicembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Mafia capitale e politica nazionale

Mafia capitaledi Fabio Vander

Lo scandalo esploso a Roma, dove le indagini della magistratura hanno scoperchiato un mondo di collusioni fra politica locale e criminalità politico-mafiosa, sconcerta e pone interrogativi inquietanti. Interrogativi che investono la stessa politica nazionale, non solo i singoli soggetti organizzati, ma proprio la conformazione del sistema politico, le sue modalità di funzionamento, la qualità della classe dirigente e i suoi rapporti con i poteri forti, evidentemente non solo quelli legali. Anche il commissario straordinario del Pd romano Matteo Orfini ha riconosciuto che «la patologia del Pd è stato il consociativismo. Precedentemente c’erano stati anni in cui c’era stata un’eccessiva consuetudine con la destra di Alemanno che governava la città». Persino il deputato Morassut, assessore nelle precedenti giunte di centrosinistra, ha ammesso: «con la destra di Alemanno abbiamo avuto un atteggiamento consociativo».

Crisi politica e crisi morale (e criminale) sono dunque l’una dentro l’altra. Per molti versi in Italia è stato cosí anche in passato e certo scontiamo il degrado di vent’anni di berlusconismo, ma la cosa grave e inedita è che oggi sembrano non esserci piú alternative, né speranze. Il fatto che sia coinvolto pesantemente anche il maggior partito di governo, il Pd del premier Renzi, è la prova che le riserve morali si sono esaurite anche nel centrosinistra. Di nuovo il problema non è solo penale e morale, ma direttamente politico.

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1 aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Appello di “Libertà e Giustizia”

[Pubblichiamo questo appello di Libertà e Giustizia]

Stiamo assistendo impotenti al progetto di stravolgere la nostra Costituzione da parte di un Parlamento esplicitamente delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale n.1 del 2014, per creare un sistema autoritario che dà al Presidente del Consiglio poteri padronali.
Con la prospettiva di un monocameralismo e la semplificazione accentratrice dell’ordine amministrativo, l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi cambia faccia mentre la stampa, i partiti e i cittadini stanno attoniti (o accondiscendenti) a guardare. La responsabilità del Pd è enorme poiché sta consentendo l’attuazione del piano che era di Berlusconi, un piano persistentemente osteggiato in passato a parole e ora in sordina accolto.
Il fatto che non sia Berlusconi ma il leader del Pd a prendere in mano il testimone della svolta autoritaria è ancora più grave perché neutralizza l’opinione di opposizione. Bisogna fermare subito questo progetto, e farlo con la stessa determinazione con la quale si riuscì a fermarlo quando Berlusconi lo ispirava. Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato.
Una democrazia plebiscitaria non è scritta nella nostra Costituzione e non è cosa che nessun cittadino che ha rispetto per la sua libertà politica e civile può desiderare. Quale che sia il leader che la propone.

Primi firmatari:
Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Roberta De Monticelli, Salvatore Settis, Rosetta Loy, Corrado Stajano, Giovanna Borgese, Alberto Vannucci, Elisabetta Rubini, Gaetano Azzariti, Costanza Firrao, Alessandro Bruni, Simona Peverelli, Sergio Materia, Nando dalla Chiesa, Adriano Prosperi, Fabio Evangelisti, Barbara Spinelli, Paul Ginsborg, Maurizio Landini, Marco Revelli, Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio, Gino Strada, Paola Patuelli, Tomaso Montanari, Antonio Caputo, Cristina Scaletti.