Mafia capitale e politica nazionale

Mafia capitaledi Fabio Vander

Lo scandalo esploso a Roma, dove le indagini della magistratura hanno scoperchiato un mondo di collusioni fra politica locale e criminalità politico-mafiosa, sconcerta e pone interrogativi inquietanti. Interrogativi che investono la stessa politica nazionale, non solo i singoli soggetti organizzati, ma proprio la conformazione del sistema politico, le sue modalità di funzionamento, la qualità della classe dirigente e i suoi rapporti con i poteri forti, evidentemente non solo quelli legali. Anche il commissario straordinario del Pd romano Matteo Orfini ha riconosciuto che «la patologia del Pd è stato il consociativismo. Precedentemente c’erano stati anni in cui c’era stata un’eccessiva consuetudine con la destra di Alemanno che governava la città». Persino il deputato Morassut, assessore nelle precedenti giunte di centrosinistra, ha ammesso: «con la destra di Alemanno abbiamo avuto un atteggiamento consociativo».

Crisi politica e crisi morale (e criminale) sono dunque l’una dentro l’altra. Per molti versi in Italia è stato cosí anche in passato e certo scontiamo il degrado di vent’anni di berlusconismo, ma la cosa grave e inedita è che oggi sembrano non esserci piú alternative, né speranze. Il fatto che sia coinvolto pesantemente anche il maggior partito di governo, il Pd del premier Renzi, è la prova che le riserve morali si sono esaurite anche nel centrosinistra. Di nuovo il problema non è solo penale e morale, ma direttamente politico.

Sempre Orfini ha infatti dichiarato: «alle nostre primarie sono andati a votare un sacco di fascisti». Il Pd dunque, che doveva essere il partito della “nuova politica”, delle “primarie” come liberazione dalle pastoie burocratiche, quello che avrebbe permesso di superare il Novecento delle ideologie e della democrazia bloccata, ripropone in verità aggravati i problemi di sempre: il consociativismo, la corruzione sistemica, la collusione con la criminalità.

È un intero progetto politico a essere fallito. Un’idea di politica e di democrazia. A livello nazionale e locale. La fola del «modello Roma», difeso ancora impudentemente da Veltroni e Bettini, autentici responsabili della crisi morale e civile della sinistra nazionale e romana, nascondeva, invece, pratiche e fallimenti che vengono da lontano. Che risalgono, cioè, anche a prima della pur scandalosa giunta fascio-mafiosa di Alemanno (che peraltro vinse proprio perché Veltroni si dimise da sindaco, lasciando campo libero alla destra fascista). Il ministro degli Interni del governo Renzi ha infatti dichiarato che «sta emergendo un quadro che investe anche amministrazioni precedenti: quella di Alemanno e anche la precedente». Cioè quella di Veltroni.

Del resto il sociologo e urbanista Paolo Berdini, già il 15 novembre (prima dell’esplosione dell’ultimo scandalo), denunciava su «il manifesto» la fisima del «modello Roma». Lo faceva ricordando che «dal 1993 al 2008 Roma è stata amministrata dalla sinistra che invece di proseguire l’opera di quegli anni lontani (delle giunte di Argan e Vetere), ha favorito la piú sconvolgente fase di speculazione edilizia che Roma ricordi». Ma denunciava anche il neoliberismo delle giunte di centrosinistra da Rutelli a Veltroni, che con le loro scandalose liberalizzazioni avevano determinato la liquidazione dei servizi pubblici e il patto scellerato con l’Ance, cioè quei costruttori romani responsabili di tutte le nequizie urbanistiche. Che in questo clima sia poi potuto prolificare un fenomeno come la fascio-mafia di Buzzi (un iscritto al Pd e presidente di «29 Giugno», nata trent’anni fa come benemerita cooperativa sociale) e un criminale fascista come Carminati è normale.

Tanto che Berdini, in un altro articolo su «il manifesto» del 3 dicembre, ha dovuto dare merito al procuratore Pignatone di aver scoperchiato «un sistema perfetto che da decenni si era incistato nella capitale». Un sistema criminale che direttamente si è alimentato con la crisi della politica romana: «da troppi anni nell’aula del Campidoglio non esiste una opposizione degna di questo nome. Sulle questioni fondamentali vige un patto di ferro che l’inchiesta ha svelato. Destra e sinistra unite nella spartizione della cosa pubblica». Ancora e sempre mafia e consociativismo.

Non c’è bisogno di aggiungere che la crisi è di inusitata gravità. Politica, morale, civile. Le mezze misure non possono piú bastare. Si tratta di denunciare soggetti come il Pd, una certa classe politica indifferentemente ex comunista o ex democristiana, il mondo delle cooperative (che non può fare come se la vicenda riguardi solo Buzzi), la stessa sinistra radicale romana che fa il pesce in barile ma è stata sempre e solo alleata subalterna del Pd (si pensi allo scandalo alle Regione Lazio, che portò alla liquidazione politica anche dei consiglieri di Sel – riciclati però in Parlamento e appunto al Comune). La crisi è per tanti, troppi versi anche colpa loro.

Con questa sfida, che non è tanto quella di cambiare le facce dei politici (abbiamo visto che non basta), ma di pensare un futuro per la democrazia italiana senza consociativismo e senza corrotti, deve fare i conti la sinistra. Una sinistra nuova e credibile, che ha bisogno di rinascere e rimotivarsi. Perdere anche questa occasione, perdersi cioè in giochi e in vane attese (che la sinistra Pd si smarchi, che Landini si decida, ecc.), non sarebbe solo da irresponsabili, ma forse, addirittura, da complici.

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