Il senso della coalizione sociale

coalizione socialedi Rino Genovese

Matteo Renzi, che mastica le parole come fossero noccioline, ha accusato di velleitarismo la prospettiva aperta da Maurizio Landini con la proposta di una coalizione sociale. Se per una volta fosse stato più sottile, avrebbe potuto definirla utopica: non si sarebbe sbagliato e avrebbe raggiunto, a suo modo di vedere, lo stesso effetto di denigrazione. Perché a casa sua è evidente che chi si lancia in un’intrapresa visionaria del genere tutte le rotelle a posto non deve averle. Ma come! Per decenni abbiamo detto che ci vuole più meritocrazia, che il principio della libera competizione tra le persone è un valore moderno da difendere e sviluppare liberandolo dalle antiche pastoie che lo avvolgono, e adesso Landini salta fuori a dirci che bisogna tornare a forme di solidarietà ottocentesca (le Unions) e che il principio della libera concorrenza nella vendita della forza-lavoro non è il massimo cui aspirare? E le differenze tra gli individui dove le mettiamo? Non è forse vero che c’è chi compete e vince (come lo stesso Renzi), e c’è invece chi la voglia di questa battaglia per la vita non riesce a trovarla, se ne sta con le mani in mano e perde già in partenza?

Se ci si pensa, è un altro mondo quello a cui la proposta della coalizione sociale allude: un mondo in cui un individuo valga non soltanto per la irriducibile differenza di cui ciascuno è portatore ma anche e soprattutto per la capacità di costruire contesti di cooperazione sottratti alla competizione reciproca – magari al fine di indirizzare le forze così riunite verso un miglioramento delle condizioni di vita di tutti. La coalizione sociale, in questo senso, altro non è che il principio dell’individualismo sociale come momento caratterizzante del socialismo, ossia dell’associazione dei lavoratori (del braccio e della mente, per usare una vecchia espressione) al fine di rompere tendenzialmente con il dogma “a ciascuno secondo il suo lavoro” per andare verso forme di vita felice riassumibili nello slogan “a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Prendiamo una proposta come quella del reddito di cittadinanza. Che cosa si afferma con una proposta del genere? Che la vita degli individui, a partire dal loro reddito, dev’essere sganciata dalla prestazione lavorativa che essi forniscono (o non forniscono, se sono disoccupati). Ci vuole una soglia minima garantita, se non altro, al di sotto della quale nessun essere umano può scivolare senza che ciò sia avvertito come un problema per la società in generale. La tolleranza nei confronti dell’accattonaggio – che imperversa nelle nostre città, in particolare in quelle turistiche – è l’altra faccia della meritocrazia: da una parte i vincenti che se la spassano, dall’altra i perdenti cui si offre un obolo. Il principio dell’individualismo sociale, sotteso alla proposta di un reddito minimo per tutti, va in una direzione opposta: niente più meritocrazia di pochi, piuttosto società per tutti – volendo rompere con un tabù culturale come quello che la competizione sia un valore da cui non si può prescindere.

L’orizzonte della coalizione sociale è dunque un orizzonte per forza di cose utopico rispetto al mondo attuale. Apre, nell’immediato, una prospettiva sindacale di uscita dalla crisi che non contrapponga il lavoratore precario a quello occupato a tempo indeterminato, il giovane all’anziano e così via – ma la sua apertura di fondo è di natura etica e racchiude in sé – che Landini ne sia consapevole o no – la progressiva ripresa, nel tempo lungo, di una politica socialista.

Print Friendly, PDF & Email

Non è possibile lasciare nuovi commenti.