30 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Lanfranco Binni

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco BiagiGian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Maledetto referendum: «Forse c’è anche da riflettere se fu giusto prevedere nell’apposita mozione parlamentare, con l’accordo del governo Letta/Quagliariello, la facoltà di sottoporre comunque a referendum il testo di riforma che fosse stato approvato» (G. Napolitano, intervista a «la Repubblica», 10.09.2016). Ma certo, non bastava il voto di fiducia con cui la maggioranza di governo aveva «portato a casa» la madre di tutte le riforme? E poi, lo stesso istituto del referendum, così obsoleto e improprio quando sono in gioco decisioni importanti per le sorti della Nazione, che i comuni cittadini non possono capire, non è forse da riformare, limitandone il ricorso, come opportunamente prevede la «riforma» costituzionale? E poi, questa riforma addebitata al governo, non l’hanno forse voluta gli «italiani»? Non è stata votata dal loro parlamento? Quindi, basta con la «guerra» tra no e , «abbassiamo i toni» e si voti : giù la testa, populisti! L’intervista di Napolitano sull’house organ del governo, il tappetino del salotto buono (si fa per dire) della finanza «progressista», è il punto di arrivo di tutta una tradizione di odio profondo per il “democraticismo” della Costituzione del 1948, e di tatticismo politicista nella peggiore tradizione del Pci: dallo stalinismo al “migliorismo”, al neoliberismo antidemocratico, un bel percorso che nel Pd si è intrecciato con la tradizione democristiana e con il piduismo berlusconiano. La spallata renziana non funziona? La legge elettorale ultramaggioritaria rischia di consegnare il paese al Movimento 5 Stelle? L’economia è a pezzi e le mance elettorali non bastano a creare consenso, anzi aggravano paurosamente il deficit? «Qual è il problema?», annaspa il furbastro di Rignano: si corregge la legge elettorale; si finge di aprire alla cosiddetta sinistra interna per averne i voti in cambio di seggi, e allora il “Capo” corre da Ventotene (lasciamo perdere) ad Atene a farsi fotografare con un frastornato Tsipras, e poi di nuovo in Italia a tagliar nastri di opere altrui e promettere bonus, a nascondere le proprie responsabilità sulla «riforma», non più plebiscito sul Capo (senza di me il diluvio) ma riducendone l’importanza in caso di sconfitta («tanto non me ne vado»).

Nei primi mesi di quest’anno il deficit dell’Italia è aumentato di 80 miliardi; entro la fine dell’anno saranno 160. La banda del buco, con il sostegno della finanza statunitense ed europea, lavora sul debito pubblico. Privatizza i profitti e socializza i debiti, che saranno i cittadini a pagare. «Ma qual è il problema?». Ci pensano le «magnifiche sorti e progressive» della comunicazione di regime a nascondere la realtà del lavoro distrutto, della scuola pubblica a pezzi, della pubblica amministrazione devastata, della crescente povertà delle generazioni giovani e vecchie. «Ma qual è il problema?». Il futuro è nostro, chi ci attacca è un populista. La gente non va più a votare? Ottimo, è un segno di modernità. Ci votano contro? Sono contro «l’Italia». Nessuno, tranne i cittadini, pagherà.

La sedicente «riforma» della Costituzione, con il suo unico obiettivo di rafforzare l’esecutivo, è un colpo di Stato, postmoderno e postdemocratico, fascistoide e mediatico, che ha due cause principali: l’implosione in corso di un sistema politico corrotto (in alto e in basso), e il ruolo geopolitico dell’Italia nelle strategie atlantiche. All’implosione del sistema politico si tenta disperatamente di reagire concentrando il potere, verticalizzando e occultando le catene di comando, eliminando i corpi intermedi, liberando la “politica” dai “lacci e lacciuoli” del sistema parlamentare, scatenando contro gli oppositori (non certo la destra con cui si traffica, ma l’opposizione parlamentare del Movimento 5 Stelle e i movimenti di opposizione sociale) campagne di comunicazione affidate a un esercito di sbirri dell’informazione più esperti di guerra psicologica di massa e di deformazione dei fatti che di giornalismo. Giornali e televisioni sono mobilitati e assolvono in maniera clamorosamente indecente alla disinformazione di una popolazione incoraggiata all’analfabetismo e alla pratica della paura, da sempre l’arma principale del potere; paura economica dei lavoratori ricattati e precarizzati (la dilagante occupazione dei voucher) e paura sociale (dai fantasmi del terrorismo agli inevitabili timori nei ceti popolari per le questioni irrisolte, lasciate a marcire, dell’immigrazione, che generano ignoranza, razzismo e xenofobia).

Ai compiti assegnati all’Italia dalla Germania e dagli Stati Uniti nella guerra a Est e a Sud, dall’Ucraina all’Iraq alla Libia, si risponde con la svendita della sovranità nazionale, con la partecipazione da servi alle operazioni militari della Nato, con la propaganda militarista in nome di presunti interessi nazionali da difendere; l’ultima furbizia è l’invio in Libia di un ospedale da campo con la scorta di 200 parà della Folgore addestrati a uccidere, che vanno ad aggiungersi agli agenti italiani già presenti in Libia da molti mesi. La «riforma» della Costituzione, da attuare in fretta, serve anche a dare una copertura formale al ruolo militare che il governo si è già preso accentrando sul presidente del Consiglio processi decisionali e operazioni occulte.

Votare no al referendum contribuisce ad accelerare la crisi di un sistema politico oligarchico di cui dobbiamo liberarci e a ostacolarne le politiche di guerra. Certo, non basta un voto per sviluppare processi di altra “democrazia”, di altra socialità, di altra economia, di reale alternativa alla crisi strutturale del capitalismo e alla sua devastante agonia. E nell’Italia che dovremo ricostruire sulle macerie di una storia in pezzi su scala mondiale non solo si voterà molto nelle pratiche di democrazia diretta e di democrazia delegata, di federalismo istituzionale italiano ed europeo, dal basso in alto e non viceversa, ma sarà una nuova socialità il terreno principale di una politica liberata dalle pratiche oligarchiche. Solo allora in questo paese si potrà procedere a un aggiornamento della Costituzione del 1948, attuandone i contenuti avanzati e inattuati, superandone gli aspetti compromissori tra liberalproprietari e lavoratori, tra Stato e Chiesa cattolica, ridisegnando l’intera architettura istituzionale su principi e pratiche di democrazia integrale, di massimo socialismo e massima libertà.

29 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

La sinistra e i grillini, odio e amore

grillinidi Aldo Garzia

L’Italia si incammina a passo spedito verso l’avventura di un governo a 5 Stelle? Il quesito è legittimo. A rendere possibile tale prospettiva ci pensa perfino la nuova legge elettorale che, se non verrà modificata, con il ballottaggio può dare la vittoria proprio a Beppe Grillo & company. I grillini hanno intanto il vento in poppa, nonostante l’impasse del sindaco Virginia Raggi a Roma e malgrado la confusione programmatica della loro recente kermesse nazionale a Palermo.
Non sono effimere le ragioni del successo grillino nelle recenti elezioni amministrative: affondano in una crisi del sistema politico che non trova assestamenti almeno dal 1992 in poi (Tangentopoli). E’ infatti cresciuta una incazzatura generalizzata contro i partiti e la politica che trova nei 5 Stelle una generica risposta, a volte seriamente motivata e a volte istintiva. Ciò avviene in un paese dove ormai più o meno il 40% degli elettori non vota, o vota bianca e nulla, e il restante 60 si orienta su motivazioni che ben poco hanno a che fare con ideologie e appartenenze. I grillini e il loro elettorato che oscilla intorno al 30% sono perciò il frutto dell’incapacità di rinnovare i partiti e riformare le istituzioni e i meccanismi della politica.

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24 Marzo 2015
pubblicato da Il Ponte

Un’altra storia

Isisdi Lanfranco Binni

Delle origini in Iraq e in Siria dello «Stato islamico», finanziato e armato dagli Stati Uniti, e sottotraccia da Israele, per disgregare lo Stato siriano con l’obiettivo strategico di attaccare l’Iran ed eliminare due importanti retrovie di sostegno al popolo palestinese, ormai sappiamo tutto. È lo stesso Obama, nella recente intervista del 19 marzo, a riconoscere il ruolo statunitense nella nascita dell’Isis, sia pure attribuendola alle conseguenze della guerra irachena di Bush e sottraendosi alle responsabilità della sua presidenza. Sappiamo anche che l’Isis, strumento del capitalismo senile occidentale e delle sue strategie geopolitiche, svolge oggi un ruolo di attrazione di soggettività radicali nei paesi arabi e nei paesi occidentali, innestando sul disegno eterodiretto dinamiche diverse e più complesse le cui radici affondano nei processi di esclusione sociale nei paesi arabi e di islamofobia e razzismo nei paesi occidentali: contro il neocolonialismo l’odio per l’Occidente, contro lo «Stato ebraico» lo «Stato islamico», contro i simboli del «moderno» integralismo occidentale i simboli di un integralismo islamico delle origini, contro le tute arancione dei prigionieri di Guantanamo le tute arancione dei prigionieri dell’Isis, contro le tecniche e i mezzi della comunicazione occidentale il loro impiego con contenuti opposti e speculari. Ma l’aspetto principale dell’Isis, nonostante l’attrazione di giovani guerriglieri in parte estranei a motivazioni di ordine religioso, resta la sua funzione di disgregazione terroristica degli assetti geopolitici nelle sue aree di intervento, al servizio delle strategie occidentali di creazione del caos che giustifichino gli interventi successivi delle potenze «democratiche».

Insomma, l’Isis è stato un ottimo investimento produttivo. Come ha detto lo storico israeliano Ilan Pappé in una recente intervista a «il manifesto» (18 febbraio), «Lo Stato islamico è la miglior cosa che potesse capitare a Israele. Con il califfato si risolleva la voce di coloro per i quali esiste un solo Stato illuminato in Medio Oriente, Israele, baluardo contro l’avanzata dell’estremismo islamico. Spero che in occidente la gente non cada nel trucco: non si tratta di uno scontro di civiltà, ma di giustizia sociale e modelli democratici di integrazione. Basta guardare a come l’Isis attira giovani musulmani europei andando a pescare tra i gruppi più oppressi e marginalizzati. Non stiamo parlando di una questione culturale e religiosa, ma sociale ed economica: se in Europa si assistesse a una trasformazione democratica, se si impedisse a ideologie razziste e pratiche capitaliste di determinare l’esistenza della gente, gruppi come l’Isis non troverebbero spazio».

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