12 ottobre 2018
pubblicato da Il Ponte

Sovranismo e nazionalismo

Sovranismodi Luca Michelini

Se avessimo una stampa degna del nome, potremmo conoscere la situazione politica e sociale francese. Purtroppo non è così e stentiamo perfino a capire la situazione del nostro paese, che ogni volta, infatti, consegna sorprese politiche di ogni genere. Se avessimo, poi, investimenti pubblici nell’istruzione pubblica di ogni grado e livello degni del nome, anche la capacità di lettura e di governo della realtà sarebbe ben maggiore di quella attuale. Stante la situazione disastrosa nella quale viviamo, non possiamo che dare il peso appropriato alla televisione pubblica e privata, che ancora esercita un’influenza notevole sui costumi anche politici della nazione.

Ebbene, una rinnovata Rete 4, cioè quella rete che ora Berlusconi ha deciso di distaccare dal leghismo montante per proporre un più moderato liberalismo, ha trasmesso (il 9 ottobre) un’interessante intervista e confronto politico-giornalistico con Marine Le Pen. Ad affrontarla c’era un aggressivo Bersani e altri giornalisti, anch’essi più o meno antinazionalisti e antisovranisti.

Continua a leggere →

31 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Il Pd senza bussola

Matteo Renzidi Rino Genovese

“Matteo Renzi si sta preparando a perdere le prossime elezioni. Domani potrebbe apparirci addirittura brillante il deludente risultato ottenuto da Bersani l’anno scorso”. Così scrivevo il 3 febbraio 2014 nel sito “Le parole e le cose”. Ogni Cassandra guarda lontano: e se anche di mezzo ci fu il 40% e passa alle elezioni europee, la profezia infine si è avverata con lo scarso 19% raggiunto dal Pd nel 2018, a conferma che la linea politica di Renzi era tutta sbagliata. Mettere mano a complesse e fallimentari riforme istituzionali fu infatti un errore, mentre se il rottamatore oggi rottamato fosse andato a elezioni anticipate, magari già nel 2015 dopo una semplice modifica della legge elettorale, le avrebbe probabilmente stravinte. C’è stata inoltre una pervicace volontà di rottura a sinistra, il jobs act e il resto, cioè l’incapacità di avviare una qualsiasi politica di spesa pubblica a fini ridistributivi, pure in un momento in cui l’economia riprendeva quota, senza con questo peraltro riuscire a drenare voti da destra: tutto ciò ha determinato la sconfitta del Pd, specialmente in un Mezzogiorno abbandonato a se stesso.

Continua a leggere →

7 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Quel flop di Liberi e uguali

Liberi e ugualidi Aldo Garzia

Risultato impietoso. Quel 3 virgola qualcosa, che serve a entrare in parlamento con una manciata di deputati e senatori, non lo prevedeva nessuno dalle parti di Liberi e uguali. Anzi, si è finanche temuto lunedì mattina che l’asticella posta al 3 per cento potesse abbassarsi come una tagliola nel corso del riconteggio finale e dell’afflusso dei voti dalle circoscrizioni estere. I più pessimisti alla vigilia pensavano a un 6 per cento, non alla metà di quella percentuale. Ora si è molto lontani dalle percentuali della sinistra radicale in altri paesi europei (il 9 per cento della Linke in Germania, il risultato a due cifre di Podemos e Mélenchon in Spagna e Francia). La conferenza stampa di Grasso, Fratoianni e Speranza (bocciati nei collegi uninominali come del resto Boldrini) ha ammesso la delusione, pur cercando di non demordere dall’idea di costruire “un partito della sinistra” senza chiarire – c’era da aspettarselo, ci vorrà tempo – come e su che: effetto doccia fredda, difficile da smaltire in fretta.

Continua a leggere →

26 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Amalgama non riuscito, le due liste a sinistra

Viola Carofalodi Aldo Garzia

I sondaggi della vigilia – da prendere con le pinze o con le molle, ovviamente – segnalano che a sinistra del Pd c’è un’area elettorale che si aggira intorno al 7-8 per cento (il risultato “a due cifre”, auspicato tempo fa da Massimo D’Alema, non sarebbe alla portata). A contendersela sono “Liberi e uguali” e “Potere al popolo”, che si rosicchiano a vicenda consensi e potenziali dichiarazioni di voto. Qualche analista politico ipotizza addirittura che le possibili sorprese del voto del 4 marzo potrebbero essere i quorum del 3 per cento di “+Europa” (Emma Bonino) e di “Potere al popolo”.

Le due liste si fanno indubbia concorrenza a sinistra. “Liberi e uguali” fin qui non ha decollato. Anzi, rischia di rivelarsi una “amalgama mal riuscito”, per citare il giudizio che D’Alema diede nel 2009 sul Pd veltroniano. Pietro Grasso è una scelta rassicurante ma di scarso appeal verso l’elettorato giovanile e più radicale (sempre di un ex magistrato si tratta). Le liste sono state compilate poi con il bilancino tra diverse personalità e gruppi di partenza: Sinistra italiana, Articolo Uno, Possibile, eccetera. In questo bilancino, la parte del leone è stata appannaggio di Articolo Uno. In campagna elettorale sono emersi accenti su prospettive politiche differenti: occhi dolci ai 5 Stelle (Grasso, Bersani, Fratoianni) o verso un nuovo centrosinistra con lo scalpo di Renzi come trofeo (D’Alema, Boldrini) o nei confronti di un “governo del presidente” pro tempore (D’Alema, Grasso) per rifare la legge elettorale.

Continua a leggere →

10 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Perché voterò Potere al Popolo

Potere al Popolodi Marco Gatto

È ormai evidente che la possibile ricostruzione di una forza di sinistra nel nostro Paese passi da forme di netta discontinuità dal liberismo economico. Il cosiddetto centrosinistra da tempo è ormai del tutto aderente alla logica capitalistica egemone, sia in termini politici, sia in termini culturali. Da qui si origina la sua perdurante debolezza, che ovviamente si traduce in uno spostamento dei consensi verso il Movimento di Grillo. La scelta del cartello “Liberi e Uguali” di affidarsi a un capo in tutto e per tutto impolitico lascia trasparire non solo un’adesione ai principi della leadership carismatica (in verità, rivelatasi assai farsesca, se consideriamo gli evidenti deficit di Grasso sul piano della comunicazione e dello stile), ma anche un’incapacità concreta di elaborare un reale corredo valoriale alternativo, magari in grado di rimettere in circolo la parola “socialismo”.

D’altro canto, Bersani, che pure è persona stimabile, ama da tempo definirsi “liberale”. E liberali si definiscono (e sono) i suoi ex amici del Partito democratico, compagine ormai pienamente avvolta nel renzismo e votata alla costruzione di un centro moderato, con la quale però LeU continua ad avere non pochi punti di contatto (e non solo in ragione di possibili alleanze: si ricordi che la campagna elettorale di Grasso ha avuto inizio con uno svarione sulla tassazione universitaria, che è indice della volontà di voler parlare solo al ceto medio).

Continua a leggere →

19 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Missione compiuta

Serracchiani - Franceschinidi Giancarlo Scarpari

Che il Pd abbia cambiato natura e che negli ultimi anni sia diventato il partito di Renzi non è il solo Diamanti a ripeterlo da tempo (e molti altri con lui); passo dopo passo, incoraggiata da una crescente pressione mediatica, la mutazione si è alla fine realizzata e il risultato è ormai sotto gli occhi di tutti.

Di questo esito si è molto parlato e si parla, poca attenzione è stata invece dedicata ai fatti e alle ragioni che l’hanno determinato.

Sì, certo: l’unificazione tra Ds e Margherita era stata una «fusione fredda», tanto che i due apparati di partito erano rimasti in realtà separati (e la Margherita si era sciolta solo nel 2012, dopo che Lusi si era “appropriato” della cassa del gruppo). Ma nel 2007 la musica era diversa e il racconto celebrava invece il tentativo virtuoso di far convivere la tradizione socialdemocratica dei Ds (sufficientemente omogenei attorno ai loro dirigenti) e il solidarismo di varie componenti cattoliche (abbastanza variegate tra loro e pure affiancate da alcune frange laiche).

Continua a leggere →

2 luglio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Bersani e la parola magica “protezione”

Bersanidi Rino Genovese

Dunque Pisapia sembra infine essersi reso conto che presentarsi alle elezioni con Renzi sarebbe stato deleterio – oltre che sostanzialmente impossibile se si è compresa un po’ la psicologia del superometto fiorentino – e ha concluso un patto, siglato in piazza sabato primo luglio con il movimento dei fuoriusciti dal Pd, che per il momento si è dato un nome anche più anodino di quello scelto dagli stessi scissionisti (“Articolo 1 – Movimento democratico e progressista”). Si chiama infatti “Insieme”. Ma insieme per fare che cosa, con quali finalità?

Nel discorso di maggiore spessore politico, tenuto da Bersani, è apparsa quella che potrebbe essere la parola magica di un possibile programma di riforme: “protezione” (che tra parentesi compare anche nell’articolo di Nicolò Bellanca qua sotto, con riferimento a una intervista di Luca Ricolfi). Non v’è dubbio che, se pensiamo a che cosa significhi Stato sociale, il suo scopo è quello di difendere i cittadini nelle disavventure della vita: per esempio, quando ci si ammala, c’è la sanità pubblica che interviene indipendentemente dal fatto che si abbiano o no i mezzi per pagarsi le cure. In questo senso è vero che la parola “protezione” una sua importanza ce l’ha. Ma potrebbe mai essere sufficiente?

Continua a leggere →

4 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

Da dove l’impasse politica italiana?

Achille Occhettodi Rino Genovese

Senza risalire fino al Rinascimento, alle famose analisi di Machiavelli e Guicciardini, sarebbe sufficiente ritornare a circa trent’anni fa, a quel 1989 in cui alle elezioni europee di giugno – come ho avuto modo di ricordare sfogliando il recente volume che raccoglie gli scritti di Marcello Rossi sul Ponte (Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017) – il Pci di Occhetto ottenne ancora il 27,5% dei voti. Questo risultato – che dimostrava la capacità di resilienza del maggior partito della sinistra italiana – si ebbe a pochi giorni dalla repressione di Tienanmen, nel pieno di una crisi che, due anni dopo, porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Alla fine, dentro quel marasma internazionale di cui non riuscirà ad avvantaggiarsi il Psi di Craxi, scoppierà il bubbone Tangentopoli degli anni novanta, facendo saltare gli equilibri italiani della guerra fredda. Il craxismo ne uscirà distrutto, ma in un certo senso ne farà le spese anche Occhetto, tagliato fuori dal qualunquismo montante – di cui beneficiario sarà il “nuovo” berlusconismo aziendal-politico, prosecuzione di un affarismo targato Caf (che era la sigla dell’alleanza di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani).

Il paese non si è mai più risollevato da quegli avvenimenti che segnarono la morte sia del comunismo sia del socialismo italiani, e che in parte furono tragici e in parte tragicomici, se si considera che il lungo periodo berlusconiano è stato caratterizzato da un immobilismo agitato, come di chi gesticoli senza concludere granché – a parte difendere i propri interessi privati –, e che tuttavia rese possibile la continuità di un generale sistema di potere, rimasto intatto nelle sue basi sociali sotto i mutamenti di facciata.

Continua a leggere →

14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

Continua a leggere →

8 novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Del povero Pd (e degli altri)

Sinistra italianadi Rino Genovese

Se fossero fino in fondo sinceri con se stessi, i Prodi e i Bersani avrebbero dovuto ammettere da tempo che dare vita al Partito democratico fu un errore. Per contrastare un blocco populistico di destra spesso spostato su posizioni estreme, e seguendo il miraggio di una democrazia dell’alternanza tra una formazione di centrodestra e una di centrosinistra, spinsero per la liquidazione dell’esperienza post-comunista dei Ds e post-democristiana della Margherita, per ottenere alla fine quale risultato? Il blocco populistico di destra c’è sempre ed è sempre più spostato a destra; inoltre – per partenogenesi, si potrebbe dire – è nato e si è rafforzato un neoqualunquismo uguale e contrario come quello grillino – stessa antipolitica, stesso leaderismo pseudocarismatico, che pesca in questo caso nelle acque tradizionali della sinistra.

Continua a leggere →