Quel flop di Liberi e uguali

Liberi e ugualidi Aldo Garzia

Risultato impietoso. Quel 3 virgola qualcosa, che serve a entrare in parlamento con una manciata di deputati e senatori, non lo prevedeva nessuno dalle parti di Liberi e uguali. Anzi, si è finanche temuto lunedì mattina che l’asticella posta al 3 per cento potesse abbassarsi come una tagliola nel corso del riconteggio finale e dell’afflusso dei voti dalle circoscrizioni estere. I più pessimisti alla vigilia pensavano a un 6 per cento, non alla metà di quella percentuale. Ora si è molto lontani dalle percentuali della sinistra radicale in altri paesi europei (il 9 per cento della Linke in Germania, il risultato a due cifre di Podemos e Mélenchon in Spagna e Francia). La conferenza stampa di Grasso, Fratoianni e Speranza (bocciati nei collegi uninominali come del resto Boldrini) ha ammesso la delusione, pur cercando di non demordere dall’idea di costruire “un partito della sinistra” senza chiarire – c’era da aspettarselo, ci vorrà tempo – come e su che: effetto doccia fredda, difficile da smaltire in fretta.

Che si fosse lontani dal risultato a due cifre di cui aveva parlato tempo fa Massimo D’Alema (umiliato nel suo collegio uninominale in Puglia) lo si era compreso, ma il 3 per cento virgola qualcosa è un ceffone senza appello. A nulla è servita la leadership dei presidenti di Senato e Camera (Grasso e Boldrini) insieme al mix tra vecchi e nuovi leader (D’Alema, Bersani, Fratoianni, Civati, Speranza) per dare un’immagine convincente a Liberi e uguali. Né è servito separare la scelta anti-Gori in Lombardia (dove si raccoglie un misero 2-3 per cento) da quella filo-Zingaretti nel Lazio. L’amalgama improvvisato intorno a Grasso candidato premier si è rivelato mal riuscito. Non si è aperto inoltre un grande spazio politico a sinistra, come ci si attendeva, a fronte della crisi del Pd che è stata capitalizzata (soprattutto al sud) dai grillini. È fallita contemporaneamente l’illusione di capitalizzare parte del “no” al referendum costituzionale renziano di oltre un anno fa: quel voto era in realtà più una miscela magmatica tra destra, sinistra e 5 Stelle che una scelta politicamente univoca.

Liberi e uguali – come il Pd – non ha fatto infine i conti con la nuova realtà sociale italiana ricca di rancori, nuove divisioni tra nord e sud, invecchiamento anagrafico, perdita di speranze, perdurante crisi economica, nausea per i giochi politici. Solo sociologi come Giuseppe De Rita avevano provato a schizzare un quadro realistico della società italiana che la politica non ha voluto vedere.

Ce n’è dunque quanto basta per prevedere una implosione di Liberi e uguali, che già in campagna elettorale conviveva tra opzioni diverse (nuovo centrosinistra senza Renzi o rapporto preferenziale con i grillini?). Le contraddizioni potrebbero ulteriormente aumentare, qualora nelle prossime settimane prendesse quota l’idea di un governo 5 Stelle-Pd o di un “governo di scopo”. Una parte di Liberi e uguali potrebbe non volere stare fuori dai giochi e dividersi dall’altra.

Delusione anche dalle parti di Potere al popolo, seppure realisticamente più contenuta. Nei dintorni di Rifondazione e Centri sociali si sperava nella sorpresa che alcuni sondaggisti avevano previsto per +Europa e Potere al popolo con il raggiungimento del quorum del 3 per cento. Quell’1 virgola qualcosa è davvero sconsolante pure per chi ha una vocazione testimoniale e minoritaria.

La sconfitta delle sinistre travolge dunque tutte le componenti. Quelle più grandi e quelle più piccole, quelle più moderate e quelle più radicali. Le sinistre italiane sono al loro minimo storico. Servono idee, cultura e tempi lunghi per ricostruirle.

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