7 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Quel flop di Liberi e uguali

Liberi e ugualidi Aldo Garzia

Risultato impietoso. Quel 3 virgola qualcosa, che serve a entrare in parlamento con una manciata di deputati e senatori, non lo prevedeva nessuno dalle parti di Liberi e uguali. Anzi, si è finanche temuto lunedì mattina che l’asticella posta al 3 per cento potesse abbassarsi come una tagliola nel corso del riconteggio finale e dell’afflusso dei voti dalle circoscrizioni estere. I più pessimisti alla vigilia pensavano a un 6 per cento, non alla metà di quella percentuale. Ora si è molto lontani dalle percentuali della sinistra radicale in altri paesi europei (il 9 per cento della Linke in Germania, il risultato a due cifre di Podemos e Mélenchon in Spagna e Francia). La conferenza stampa di Grasso, Fratoianni e Speranza (bocciati nei collegi uninominali come del resto Boldrini) ha ammesso la delusione, pur cercando di non demordere dall’idea di costruire “un partito della sinistra” senza chiarire – c’era da aspettarselo, ci vorrà tempo – come e su che: effetto doccia fredda, difficile da smaltire in fretta.

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26 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

La grande furbata

La grande furbatadi Rino Genovese

Concludendo la sua trionfale kermesse fiorentina, Matteo Renzi l’ha detto piuttosto chiaramente: “Andatevene pure, non me ne frega niente”: questo il messaggio indirizzato alla minoranza Pd. Che, per fargli dispetto, non se ne va. Così l’acuto compagno Fassina, il pugnace compagno D’Attorre, il dolce compagno Civati restano nel partito in attesa di logorarne il segretario e presidente del Consiglio. Logorando logorando, tuttavia, finiranno con il logorare se stessi. È vero che la crisi morde e il tempo di Renzi non è infinito. Ma lui ha sotto il tavolo la carta vincente, quella delle elezioni anticipate, in modo da andare davanti al paese come il leader che avrebbe voluto il cambiamento e invece è stato frenato dalla minoranza Pd: della cui zavorra, del resto, può facilmente liberarsi facendo dei gruppi parlamentari a propria immagine e somiglianza (ora invece sono quelli scelti da Bersani).

Per la minoranza Pd non ci sarebbe altra strada che affrontare a viso aperto la partita elettorale a cui Renzi, con tutta la sua prosopopea, si sta preparando. La scissione è nelle cose quando è addirittura il segretario che la fomenta. A questo punto la sfida andrebbe raccolta – per non trovarsi a dovere uscire dal partito successivamente in posizione di svantaggio ulteriore.

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7 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quelli della palude

quelli della paludedi Rino Genovese

La fiducia non andava messa. Punto. Su una materia delicata come quella del jobs act con annesso articolo 18, e considerando che si tratta di una legge delega con i decreti attuativi che poi saranno fatti dal governo, è come se quest’ultimo chiedesse una delega in bianco o una doppia fiducia. Ma lo sappiamo: si tratta di un ricatto per piegare la minoranza Pd, di una pura esibizione muscolare da parte del presidente del Consiglio. Proprio per questo i dissidenti avrebbero dovuto dirlo chiaro e tondo: “Caro Renzi, se ti azzardi a porre la questione di fiducia al Senato, non soltanto cade il tuo governo ma salta lo stesso Pd”. Invece niente. La minoranza, con l’esclusione di Civati, ha dimostrato ancora una volta di essere nata per soffrire, credendo di fare politica.

Sul jobs act si sarebbe dovuti arrivare al braccio di ferro. Sembra che il compagno D’Attorre abbia tirato in ballo Togliatti e la “guerra di posizione” per distinguersi dalla “guerra di movimento” di Civati. Ma, a parte il paragone del tutto irriverente (Civati non è Rosa Luxemburg), la “guerra di posizione” in Gramsci e perfino in Togliatti – sebbene in questi con un pizzico di malafede, dato che nel frattempo il mondo era stato chiuso in blocchi e qualsiasi trasformazione radicale in Italia sarebbe risultata impossibile – era una strategia di lunga lena per la transizione al socialismo; in D’attorre, invece, consiste in un rapido calarsi le brache. Esercizio in cui pare vada specializzandosi la minoranza Pd, incapace di fare altro, terrorizzata com’è dalla prospettiva delle elezioni anticipate.

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16 aprile 2014
pubblicato da Il Ponte

Senato a sorteggio

Senato a sorteggiodi Italo Testa

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

E se il Senato fosse sorteggiato, in tutto o in parte? Se il Senato diventasse una camera dei cittadini e dei discorsi? Una camera in cui le autonomie locali e i saperi disciplinari, anziché chiudersi autoreferenzialmente, si aprano a una deliberazione democratica estesa, potenzialmente aperta a tutti?

I disegni legislativi del governo, e le diverse proposte avanzate nella discussione pubblica circa l’urgenza di riformare il bicameralismo, sembrano costantemente ignorare la prospettiva della legittimità democratica, della sua estensione e miglioramento qualitativo. Così il dibattito sui limiti del bicameralismo perfetto è orientato prevalentemente su aspetti funzionali – lentezza, inefficienza del processo decisionale – o economici (pure nel Ddl Civati/Chiti, alla fine, la proposta principale di riforma riguarda il dimezzamento del numero dei senatori). Anche quando si tocca il problema della scarsa rappresentatività delle istituzioni, i correttivi proposti – Senato delle autonomie locali, delle funzioni sociali, Camera Alta delle competenze – anziché esser pensati in vista di un’estensione e differenziazione della legittimità democratica delle istituzioni, tradiscono invece una matrice neo-oligarchica di stampo vuoi tecnocratico (Il Sole 24 Ore, Elena Cattaneo, Eugenio Scalfari) vuoi  neo-corporativo (il progetto avanzato da Mario Monti con il suo richiamo alle autonomie funzionali).

Il vero problema in questo senso non è costituito dalla proposta di rendere non elettivo l’organismo che prenderà il posto dell’attuale Senato. Il metodo elettivo, infatti, non è di per sé identico con la democrazia. Per quanto il suffragio universale rimanga una conquista democratica imprescindibile,  esso non è tuttavia sufficiente a garantire la qualità del processo deliberativo; e senz’altro vi sono istanze di legittimità democratica – legate alle idee di imparzialità, riflessività, prossimità – che possono essere realizzate anche, e forse meglio, con metodi diversi da quello elettivo.

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13 aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Il mare aperto di una sinistra già berlusconizzata

di Claudio Bazzocchi

Mare apertoVorrei provare a seguire la riflessione che Gianni Cuperlo sta facendo in queste settimane, all’indomani dell’ascesa al governo di Matteo Renzi. Ebbene, di questa riflessione non condivido l’analisi sulla sconfitta congressuale e nemmeno su Renzi, descritto con troppa benevolenza. Penso comunque che la proposta avanzata da Cuperlo – di superare l’idea di una corrente tradizionale – possa invece essere accolta favorevolmente. E cercherò di spiegare perché.

La frattura

Cuperlo parla di frattura, sia per descrivere la crisi della destra e la caduta di Berlusconi sia per rappresentare il risultato del congresso e delle primarie del Pd, in cui la sinistra, con la sua tradizionale idea di partito, avrebbe subito una sconfitta epocale ad opera di quei milioni di cittadini in coda per dare un giudizio negativo e punire la classe dirigente del partito. Tale risultato imporrebbe dunque, secondo Cuperlo, la necessità di ripensare radicalmente categorie, culture, pratiche e linguaggi nonché l’idea stessa di partito. Si tratterebbe, dunque, di una frattura consumata in pochi mesi, a cui la sinistra dovrebbe essere in grado di rispondere con coraggio e velocità, evidentemente ben oltre i cambiamenti e le svolte degli ultimi trent’anni.

Questa idea della frattura non mi convince, dal momento che le primarie aperte non possono essere considerate un giudizio politicamente attendibile sulla sinistra italiana, la sua cultura e il suo linguaggio, che pure sono carenti e deboli nel rispondere alla crisi economica e politica contemporanea, ma non possono certo essere giudicati da portatori di risentimento antipolitico fomentato ad arte nei talk show televisivi, sui giornali della borghesia o tramite la satira dei comici alla moda, dotati di un armamentario retorico che ha ormai poco a che fare con la satira stessa.

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10 marzo 2014
pubblicato da Rino Genovese

Il pasticcio è (quasi) servito

di Rino Genovese

PasticcioCome volevasi dimostrare. Il progetto di legge elettorale, che potremmo chiamare il renzarellum, era un pessimo progetto prima e lo è ancora di più oggi quando, tra molte difficoltà, sembrerebbe realizzarsi. Ciò che non va lo abbiamo detto subito: per noi, pervicacemente proporzionalisti, l’idea di soglie di sbarramento altissime, di premi di maggioranza e, soprattutto, di spareggi di tipo calcistico (che confermerebbero, quindi, la deriva plebiscitaria della politica italiana degli ultimi vent’anni) è qualcosa che dà i brividi – ma la questione, nel frattempo, è diventata un’altra, e da questa si deve ripartire con l’analisi.

In sostanza, il renzarellum è stato utile per preparare la messa in congedo di Letta, per indebolirlo con un accordo che, stretto da Renzi in primis con Berlusconi, ne travalicava la maggioranza di governo con i dissidenti berlusconiani. Una volta arrivato alla presidenza del consiglio, il rottamatore – che in verità di nulla si preoccupa se non del suo piccolo disegno di potere – ha tutto l’interesse a prendere tempo, a tirarla per le lunghe. È diventato lui Letta. E appaiono un po’ sciocchi quei renziani “doc” che non si rendono conto che un sistema elettorale unicamente per la Camera, in attesa che il Senato sia abolito, è proprio ciò che fa comodo al loro leader per poter restare al governo il più possibile, rinviando le elezioni e provando a consolidare, con la propaganda più che con i fatti, la sua immagine.

Sorprende invece, ancora una volta, l’atteggiamento della minoranza Pd (il compagno Alfredo D’Attorre, bersaniano, è stato il primo sostenitore dell’emendamento che ha disgiunto il destino della legge elettorale per la Camera da quella per il Senato, che resta così quella uscita dall’intervento della Corte costituzionale). Perché infilarsi, infatti, in un simile pasticcio? Già avere dato disco verde all’operazione “cacciata di Letta”, magari con l’intenzione d’incastrare Renzi, è un esempio di miopia. Che cosa mai potrà venirne fuori? O il disegno di potere del rottamatore si consolida – e dunque addio “sinistra Pd” e, forse, Pd tout court – o, al contrario, l’astro di Renzi declina e, con lui, anche la speranza di vincere le prossime elezioni e di condizionarlo… Se una sinistra Pd ci fosse (cioè se non si riducesse ai pochi sostenitori di Civati) avrebbe dovuto spingere per le elezioni anticipate in tempi ragionevoli e certi, per una messa alla prova del renzismo e delle sue possibilità di vittoria, tenendo in piedi nel frattempo il governo Letta. In quest’ottica il progetto di legge elettorale, semplice e snello, sarebbe stato quello di un ritorno al mattarellum, privo di qualsivoglia controindicazione al Senato, che, con l’introduzione di alcune modifiche, avrebbe anche consentito la governabilità. Far pesare la “minaccia” di elezioni anticipate, avrebbe implicato una politica di movimento in tutti i sensi. Invece nulla: ecco renziani e antirenziani finiti insieme in un’impasse senza precedenti. Evidentemente più preoccupata di perdere la prevalenza che oggi ha nei gruppi parlamentari che delle sorti della sinistra e del paese, la minoranza Pd ha finito con l’avvitarsi nello strano machiavello che è il renzarellum, scegliendo d’incastrare Renzi anziché tentare di condizionarlo secondo una linea di cambiamento.

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17 febbraio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Il rottamatore rottamabile

di Rino Genovese

rottamazioneGli ingenui che nel dicembre scorso hanno votato Renzi alle primarie per cambiare le cose, o per reagire alla delusione della mancata vittoria di Bersani un anno fa, sono serviti. La smisurata ambizione dell’ex rottamatore era dunque compresa nell’orizzonte ristrettissimo di una manovrina di palazzo architettata in compagnia degli storici maneggioni di quella che nel frattempo, di intrigo in intrigo, è riuscita a diventare la minoranza del Pd. Non si sa se più preoccupati, questi ultimi, dei posti che non avrebbero più ottenuto nel caso di elezioni anticipate, o d’incastrare come a sua volta rottamabile proprio colui che aveva deciso di rottamarli. Il tutto con il consenso attivo di Napolitano che, sotto l’incubo da cui non riesce a destarsi di una possibile fine della legislatura, con uno stile istituzionale da nonno di famiglia anziché da capo dello Stato, nel corso di una cenetta ha dato il beneplacito alla messa in congedo di Enrico Letta senza uno straccio di passaggio parlamentare. Una crisi maturata nelle stanze del Pd – quando ancora si dichiarava, pur punzecchiandolo, la fedeltà al presidente del Consiglio in carica, rovesciando così in poche ore alla maniera dei più consumati politicanti quanto si era detto fino al giorno prima – e terminata con un voto formale in direzione su un breve documento di ridicola vaghezza. Soltanto i sedici che hanno votato contro (tra questi c’è Andrea Ranieri, che mi è capitato di conoscere personalmente e a cui va il mio plauso) hanno salvato non l’insalvabile dignità del loro partito ma quella della politica in generale.

Il programma delle riforme costituzionali, che nelle intenzioni dovrebbe ora arrivare fino a un improbabile 2018, mette noia soltanto a elencarlo, come ha osservato Pippo Civati. Non soltanto perché (è questo soprattutto il caso dell’abolizione del Senato e della sua trasformazione in una imprecisata Camera delle autonomie) non se ne sente un particolare bisogno, ma perché si sa perfettamente che è la foglia di fico che copre la massima cui nella sostanza ci s’ispira: arraffa il potere quando puoi. Quella che ben riassume l’intera prospettiva politica del ragazzotto proiettato dai quiz di Mike Bongiorno a presidente della Provincia di Firenze e poi – saltando di primarie in primarie – a sindaco, alla segreteria del Pd e alla presidenza del Consiglio. Del resto non ci voleva la sfera di cristallo per sapere che un esito del genere era nelle cose per chi, pur presentandosi come innovatore, non aveva disdegnato di essere inserito nella rosa di nomi dell’incarico di governo delle larghe intese insieme con lo stesso Letta, preferito poi da Berlusconi, e (addirittura) con Giuliano Amato.

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