12 aprile 2017
pubblicato da Il Ponte

Altri tempi

Altri tempidi Giancarlo Scarpari

Nell’Italia repubblicana le anomalie istituzionali non sono mai mancate. Le cronache giudiziarie di cinquant’anni fa riportavano abitualmente i nomi di questori, vice-questori e ispettori generali di Pubblica Sicurezza che apparivano impegnati nel coordinare indagini giudiziarie, i cui risultati erano dagli stessi anticipati nel corso di abituali conferenze stampa.

Erano prassi e comportamenti arbitrari, perché quei funzionari non rivestivano la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria e perciò, secondo il codice, non potevano dirigere le indagini della magistratura, né tantomeno divulgarne i contenuti.

A queste prassi – che violavano innanzitutto, in modo manifesto, l’art. 109 Cost., secondo cui la polizia giudiziaria dipendeva dalla magistratura e non da altre autorità – reagì il procuratore generale della Corte d’Appello di Firenze, Aldo Sica, con una circolare del luglio 1966, con cui puntualizzò i compiti preventivi spettanti alla polizia di sicurezza e quelli repressivi di competenza della polizia giudiziaria; sottolineò che unico destinatario dei risultati delle indagini promosse da quest’ultima era il magistrato, che la comunicazione di tali notizie ad altri soggetti costituiva violazione del segreto istruttorio e che se un questore avesse in concreto diretto quelle indagini avrebbe commesso il reato di usurpazione delle pubbliche funzioni.

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5 settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Riforme e magistratura

Riforme e magistraturadi Giancarlo Scarpari

Per alcuni lustri un presidente del Consiglio si è rivolto alla magistratura ordinaria con insulti d’ogni genere e ha accusato quella costituzionale di essere comunista; ha parlato di una guerra di vent’anni e una stampa, quasi al completo egemonizzata, volendo apparire indipendente, ha sostenuto che sì i toni in alcuni casi potevano essere eccessivi, ma che in effetti in questi anni era sorto effettivamente un contrasto tra magistratura e politica (e non viceversa, come in realtà era avvenuto).

Terminato il ciclo di Berlusconi statista, con il suo licenziamento disposto dalla Bce, accompagnato dai sorrisi di compatimento del duo che guidava l’Europa e ratificato da ultimo dal presidente della Repubblica italiana, le cose non sono sostanzialmente cambiate: la lunga agonia del suo regime si è infatti dipanata nel tempo, attraverso i governi Monti, Letta e Renzi, che hanno evidenziato, sia pure in forme diverse, il reticolo di complicità e connivenze che quella lunga egemonia aveva generato e che tuttora persistono. Così Berlusconi, recuperato dalle “grandi intese” volute da Napolitano, condannato poi in via definitiva per frodi fiscali pluriennali, è riuscito a far ruotare ancora una volta il dibattito politico attorno alla sua persona: prima ha legato la permanenza al governo del suo partito alla concessione della grazia (oggetto persino di un inedito, ma non per questo meno anomalo, patteggiamento col presidente della Repubblica), poi, finito per uno scatto d’ira all’opposizione, ha ugualmente ottenuto la piena “agibilità politica”, pur essendo ai servizi sociali e continuando a essere inquisito per gravissimi reati, questa volta legati direttamente alle pubbliche funzioni da lui esercitate (compravendita di senatori e concussione del capo di gabinetto della questura di Milano).

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22 febbraio 2014
pubblicato da Rino Genovese

Il nuovo ha un sapore antico

La lista dei ministri è stata fatta con il bilancino. Tutte le correnti democristiane, pardon neocentriste, vi sono rappresentate – al punto da far passare in secondo piano la pur importante parità di genere, otto donne e otto uomini. Tra i sedici ministri renziani ci sono quelli che hanno “resistito” e sono stati premiati: gli alfaniani restano nelle loro preziose caselle. Poi ci sono i promossi, come Orlando e Franceschini, i quali, rispetto ai posti che occupavano in precedenza, possono dirsi soddisfatti. È questo anche il caso del bersaniano Martina che, da sottosegretario, passa a ministro dell’agricoltura (evviva!). All’ecologia troviamo perfino un casinista (intendo un fedelissimo di Casini). All’università e alla scuola una montiana. Allo sviluppo economico va una confindustrialotta gradita a Berlusconi. Chi fa la parte del leone, però, è proprio il nemicissimo D’Alema: ben due suoi uomini, sia pure più tecnici che politici, vanno in due dicasteri chiave: quello dell’economia (Padoan) e quello del lavoro (Poletti, che viene dal mondo della cooperazione ed è l’unico su cui non ci sentiremmo di eccepire nulla). C’è perfino un’apertura a sinistra per tentare di prendere all’amo i maldipancisti civatiani, nella persona di Maria Carmela Lanzetta, integerrimo sindaco anti-mafia, che in direzione aveva votato contro l’esperimento renziano. Insomma, che volete di più?