Riforme e magistratura

Riforme e magistraturadi Giancarlo Scarpari

Per alcuni lustri un presidente del Consiglio si è rivolto alla magistratura ordinaria con insulti d’ogni genere e ha accusato quella costituzionale di essere comunista; ha parlato di una guerra di vent’anni e una stampa, quasi al completo egemonizzata, volendo apparire indipendente, ha sostenuto che sì i toni in alcuni casi potevano essere eccessivi, ma che in effetti in questi anni era sorto effettivamente un contrasto tra magistratura e politica (e non viceversa, come in realtà era avvenuto).

Terminato il ciclo di Berlusconi statista, con il suo licenziamento disposto dalla Bce, accompagnato dai sorrisi di compatimento del duo che guidava l’Europa e ratificato da ultimo dal presidente della Repubblica italiana, le cose non sono sostanzialmente cambiate: la lunga agonia del suo regime si è infatti dipanata nel tempo, attraverso i governi Monti, Letta e Renzi, che hanno evidenziato, sia pure in forme diverse, il reticolo di complicità e connivenze che quella lunga egemonia aveva generato e che tuttora persistono. Così Berlusconi, recuperato dalle “grandi intese” volute da Napolitano, condannato poi in via definitiva per frodi fiscali pluriennali, è riuscito a far ruotare ancora una volta il dibattito politico attorno alla sua persona: prima ha legato la permanenza al governo del suo partito alla concessione della grazia (oggetto persino di un inedito, ma non per questo meno anomalo, patteggiamento col presidente della Repubblica), poi, finito per uno scatto d’ira all’opposizione, ha ugualmente ottenuto la piena “agibilità politica”, pur essendo ai servizi sociali e continuando a essere inquisito per gravissimi reati, questa volta legati direttamente alle pubbliche funzioni da lui esercitate (compravendita di senatori e concussione del capo di gabinetto della questura di Milano).

Finalmente, è proprio il caso di dirlo, anche queste due ultime pendenze si sono chiuse: la prima, con una sentenza di condanna a 4 anni di carcere, destinata peraltro a essere cancellata da una prescrizione, resa imminente da una legge varata da un suo governo; la seconda, con una sentenza di assoluzione, dovuta peraltro a testimonianze ora ritenute di comodo e alla “riforma Severino” che, in epoca successiva ai fatti, aveva rivisto la norma sulla concussione. Tutto secondo una ventennale tradizione.

A questo punto, tuttavia, sembrerebbe venuta meno la “causa principale” di quel contrasto e superate le ragioni che, per anni, hanno fatto sì che ogni problema della giustizia penale dovesse venire ricondotto, in un modo o nell’altro, alla sua ingombrante figura di imputato. Possiamo quindi considerare cessata la materia del contendere tra “politica e magistratura”? Non pare proprio, anche se, in superficie, molte cose sembrano essere cambiate.

Certo, quando si tratta di “difendere” qualche parlamentare dalla possibilità di finire in carcere o agli arresti domiciliari, nelle Camere scatta il riflesso condizionato e corporativo che porta spesso a decisioni liberatorie prese in segreto e in “libertà di coscienza”, accompagnate da accuse indiscriminate nei confronti dei giudici autori del provvedimento: il caso Azzollini, un berlusconiano di lungo corso, attualmente finito con Alfano, “prosciolto” anche coi voti del Pd, è stato solo l’ultimo dei casi in questione; e anche Renzi, per coprire il voltafaccia del suo partito tra la Commissione e l’aula, ha voluto dire la sua («i senatori non sono i passacarte della Procura»).

Ma in genere, di fronte all’operato di pubblici ministeri e giudici chiamati ad affrontare i fenomeni di corruzione sistemica, dall’Expo, al Mose, a «Mafia Capitale», l’atteggiamento dei principali esponenti dei partiti appare mutato, a riprova di un intervenuto passaggio di fase.

I governi succeduti a quelli di Berlusconi hanno infatti archiviato i toni e gli atteggiamenti eversivi propri di quegli esecutivi; non ci sono stati più presidi al Palazzo di giustizia, né lodi volti a sottrarre l’Imputato dal processo, né delibere di Camera e Senato sulla nipote di Mubarak: è venuta meno, infatti, la “necessità” di difendere a oltranza il leader plurimputato o di invocarne l’innocenza anche dopo la condanna definitiva. Le recenti inchieste hanno invece delineato scenari diversi e rivelato come accordi tra forze di maggioranza e di opposizione fossero già intervenuti nella pratica degli affari illeciti prima che le grandi intese si traducessero in formula politica e questo grazie a un reticolo di omissioni, complicità e ricatti reciproci. Di fronte a questa trasversalità di rapporti, mentre gli esponenti del M5S hanno sostenuto aprioristicamente le inchieste, in grado di fornire abbondante materiale a sostegno delle loro analisi, il Pd e i suoi alleati vecchi e nuovi hanno proceduto con cautela, evitando di contrapporsi alla magistratura, scrutando invece tra le pieghe delle indagini di quale partito fossero i politici coinvolti e come le compromissioni altrui potessero essere utilizzate nei talk show televisivi, premesse per le chiacchiere giornalistiche del giorno successivo.

Ma tutto questo riguarda ancora l’uso partitico della giustizia, la strumentalizzazione dei processi per le polemiche (scontate) tra maggioranza e opposizione o tra gli stessi alleati di governo o, sempre più spesso, tra fazioni diverse del singolo partito. Ma queste divisioni e queste differenti valutazioni si attenuano di molto e alla fine spariscono se osserviamo non la reazione interessata e occasionale fornita da questa o quella forza politica nel singolo caso, ma la risposta sistemica che i partiti, unitariamente, hanno dato alla questione giustizia complessivamente considerata.

Qui non c’è comunicazione che tenga, perché gli annunci possono coprire la realtà per qualche tempo, poi i fatti, cioè le leggi approvate, parlano chiaro; e la riforma della giustizia presentata nell’estate del 2014 da Renzi e dal ministro Orlando, e già in parte attuata, rende evidente quali siano gli obiettivi perseguiti.

Annunciato a giugno, testato dai sondaggi, presentato il 29 agosto in sede di Consiglio dei ministri, l’ambizioso piano del Pd si articolava in 12 punti: il solo tradotto in decreto legge lo stesso giorno riguardava la riforma della giustizia civile – richiesta perentoriamente dall’Europa all’Italia e alla Grecia – e prevedeva l’introduzione di forme di arbitrato e della «negoziazione assistita» (e per “dimezzare l’arretrato” era prevista anche la riduzione delle ferie dei magistrati!); gli altri – la riforma del falso in bilancio, dell’autoriciclaggio, della prescrizione, ecc. – venivano affidati con altrettanti disegni di legge ai “miglioramenti” parlamentari: tra i vari titoli in programma vi era il cavallo di battaglia di Berlusconi, la responsabilità civile dei magistrati, propagandata per anni inutilmente dai suoi governi.

Questa riforma prevedeva che, in caso di atti giudiziari viziati da dolo e colpa grave, questa riguardasse anche «il travisamento del fatto o delle prove» (oggi motivo solo per un ricorso in cassazione), che la denuncia del privato non fosse soggetto ad alcun filtro (via libera quindi agli esposti pretestuosi), che la rivalsa dello Stato sul magistrato fosse obbligatoria (e non facoltativa) e che potesse comportare un risarcimento sino al 50% dello stipendio annuo (il limite precedente era di un terzo).

Per presentarla al proprio elettorato, Renzi sosteneva che anche questo «l’aveva richiesto l’Europa», citando a vanvera una procedura di infrazione in corso che però riguardava una diversa questione (il fatto, cioè, che l’ordinamento italiano non prevedesse la responsabilità dello Stato – non già quella del giudice – nel caso di «erronea applicazione delle norme comunitarie»); raccontava altresì ai teleutenti che in Europa per i magistrati vigeva il principio “chi sbaglia paga”, ma anche questo era uno slogan ereditato dal predecessore e, come molti altri, senza riscontri nella realtà (in Inghilterra i magistrati godono di un’immunità pressoché assoluta, in Germania la rivalsa non è prevista, in Francia è solo facoltativa, ecc.).

Il messaggio parlava chiaro: la macchina della giustizia era ingolfata, i magistrati dovevano lavorare di più e, soprattutto, dovevano stare attenti a quello che facevano, perché, sbagliando, potevano vedersi dimezzato lo stipendio. A dire il vero il rapporto della Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (Rapporto Cepej 2012) indicava che la crisi lamentata dipendeva da ben altro: i magistrati italiani producevano più sentenze di quanto facessero i loro colleghi tedeschi e francesi; in compenso il loro organico era inferiore a quello di molti paesi europei (in Italia i togati erano meno di 7.000, di fronte agli oltre 10.000 della Polonia e ai 19.832 della Germania), mentre la spesa per l’intero sistema giustizia che nel nostro paese era di 76,7 euro per abitante, nei Paesi Bassi era di 125 e nella vicina Svizzera addirittura di 197,7; le cause in Italia erano poi alimentate da un numero definito «abnorme» di avvocati (226.200, primato assoluto in Europa), per di più in costante aumento…

Tutto questo però poco interessava al premier che doveva riformare i magistrati e non la giustizia e che in pochi mesi otteneva l’approvazione della legge, con la tardiva opposizione del M5S (che a giugno 2014 aveva addirittura avallato l’emendamento della Lega che prevedeva la responsabilità diretta dei magistrati !); incassava perciò l’approvazione dei media, dal «Corriere» a «la Repubblica», e di tutti i riformisti, capitanati da Pasquino («i magistrati non possono mettersi presuntuosamente al di sopra della legge e sbagliare impunemente»); e poteva così presentarsi nel protettivo salotto di Bruno Vespa per raccontare indisturbato la rapidità e l’efficienza del proprio operato.

Deviata la chiacchiera mediatica sul problema delle ferie dei giudici, sotto traccia era tuttavia rimasto il problema di fondo cui alludeva Renzi nel suo messaggio, quello della responsabilità “professionale” del magistrato, che andava appunto garantita con la minaccia delle sanzioni e che andava innanzitutto “aggiornata”, sembrando che, nel contesto attuale, fosse assolutamente insufficiente la conoscenza del diritto e delle leggi per svolgere proficuamente quella funzione.

Sono stati ovviamente i giornali legati alla Confindustria a cogliere per primi il senso della riforma, inserita in un contesto in cui si dà per scontato che la politica debba appiattirsi sull’economia, che le regole imposte dall’Europa debbano essere osservate e non discusse, che la nuova costituzione (l’art. 81 col vincolo riscritto del pareggio in bilancio) debba prevalere su quella vecchia e ormai obsoleta (non solo sulla sua seconda parte, ma, soprattutto, sulla prima, là dove incautamente risultano affermati fondamentali diritti di libertà e diritti sociali).

Così Giovanni Verde, professore presso la Luiss e già vice-presidente del Csm, nel commentare sul «Sole-24 ore» alcuni passaggi della riforma di Renzi, ha sottolineato la necessità di incidere innanzitutto sulla preparazione professionale di giudici e pubblici ministeri, affidando ad altri la guida della Scuola della magistratura, per non accentuare «chiusure corporative» e «il distacco dalla vita reale». E il prof. Giovanni Legnini, passato direttamente dalla funzione di sottosegretario del governo Renzi a quella di vicepresidente dell’attuale Csm, dopo aver convenuto sul fatto che i magistrati debbono sviluppare una «cultura della giurisdizione sempre più moderna», ha sostenuto che compito prioritario dell’organo di autogoverno è quello formare un giudice che «orienti sempre più le sue decisioni a ponderazione», senza «mai prescindere dalla previsione degli effetti del proprio rendere giustizia» e che perciò sia «dotato di una sensibilità capace di porlo in sintonia con le aspettative del Paese e dei cittadini». Il titolo dell’intervento (Giustizia e imprese. Le toghe valutino gli effetti delle scelte) già chiarisce di quali cittadini e di quali attese Legnini stia parlando; e a renderlo, se possibile, ancora più manifesto, una settimana dopo, sulle stesse colonne del «Corriere», è intervenuto il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che pochi giorni prima già si era occupato di alcune vicende giudiziarie ( il commissariamento e il sequestro dei beni dei Riva erano da lui considerati «un esproprio da parte della magistratura»; il sequestro di un cantiere della Finmeccanica ridotto a una discarica era frutto di un’ostilità preconcetta che «non lasciava operare le aziende italiane»); ora, con una lettera indirizzata al quotidiano amico, dopo aver ricordato che i magistrati «spesso prendono decisioni senza avere la necessaria competenza», affermava che «per tutti i temi che toccano le imprese, eco-reati, falsi in bilancio, class action […] serve (sic!) una categoria di giudici specializzati e con competenze tecniche»; e suggeriva, per sanare le carenze denunciate, che si procedesse a un confronto tra imprenditori e magistrati (di altri interlocutori non parlava), dichiarandosi sin d’ora pronto a fornire le competenze necessarie («Noi come Confindustria diamo la nostra collaborazione»). E Dario Di Vico, chiudendo il dibattito sul quotidiano milanese, chiedeva infatti alla magistratura di farsi «raccontare le cose che stanno avvenendo nel sistema delle imprese dalle voci più autorevoli dell’accademia e della ricerca e non, come pure accade, da formazioni sindacali estremiste e da qualche consulente inacidito».

Quando Verde parla di una nuova Scuola della magistratura sappiamo allora a quale tipo di docenti intenda affidare l’insegnamento; e quando Legnini assicura l’impegno del nuovo Csm per formare un magistrato responsabile e «in sintonia con le attese», capiamo che in realtà vuole fornire alle imprese la garanzia che casi come quelli dell’Ilva in futuro non si ripeteranno. Ma è stato il presidente di Confindustria, che considera «esproprio» un sequestro cautelare, a evidenziare quali spazi illimitati offra ora la riforma di Renzi agli imputati che vogliano intimidire i magistrati con azioni di rivalsa, grazie a pretestuose e infondate “interpretazioni della legge”. In attesa che questo si compia, il premier si è precipitato a “sanare le falle”, emanando un decreto che consente alle imprese di rilevanza strategica di continuare a lavorare, malgrado l’esistenza di provvedimenti di sequestro, emessi dalla magistratura e volti a impedire la reiterazione dei reati (inquinamento ambientale, omicidi sul lavoro, ecc.).

Il trasversale “partito delle imprese”, che tanto ha sostenuto Renzi quando rottamava la vecchia dirigenza del Pd, è ora dunque passato all’incasso: dopo aver acquisito il Job act, l’eliminazione dell’art. 18, detassazioni varie e una “riforma” del falso in bilancio persino più blanda della precedente (l’ex sondaggista di Berlusconi, un bancarottiere condannato in appello con la vecchia legge, è stato assolto dalla Cassazione due giorni dopo l’entrata in vigore della nuova), sta ora per ottenere, grazie alla delega fiscale, la depenalizzazione dell’“abuso del diritto” in ambito tributario e l’impunità per l’evasione fiscale sino a un tetto di 150.000 euro (con la possibilità di realizzare frodi ben maggiori, in quanto le “valutazioni” erronee inserite nella denuncia dei redditi non sono considerati falsi penalmente rilevanti). Nessun governo aveva mai regalato tanto a questo “partito”, né consentito a imprenditori disonesti di “legalizzare” sino a tal punto le loro evasioni.

Ma tutto questo ancora non basta: dato che queste norme sono scritte in modo volutamente oscuro (quella sulle “valutazioni” è stata inserita da una “manina”ignota sia nella delega fiscale che nella riforma sul falso in bilancio, occultata tra le migliaia di altri inutili emendamenti) è necessario che il magistrato chiamato ad applicarle abbia la cultura giuridica adatta per interpretarle in «sintonia con le attese»; di qui non solo il grande interesse manifestato per la Scuola della Magistratura o per la “formazione” dei giudici guidata dal Csm, ma anche la ferma volontà di preservare quelle leggi da possibili interventi della Corte costituzionale, dimostratasi ancora in grado, sia pure a distanza di tempo, di annullare alcuni tra gli effetti perversi da esse provocati. Così il governo ha aperto due nuovi fronti di lotta sul terreno della giustizia.

La riforma dell’organo di autogoverno dei magistrati era stata inserita tra i 12 punti enunciati da Renzi nell’estate del 2014, ma era stata poi provvisoriamente accantonata in attesa che maturassero le condizioni per un accordo tra gli alleati delle grandi intese. Ma dai segnali nel frattempo inviati – la suindicata nomina del sottosegretario Legnini alla guida del Csm, l’intervento diretto di un altro sottosegretario, Cosimo Ferri, volto a pilotare l’elezione di alcuni membri togati – indicano chiaramente come l’esecutivo, dietro la proclamata volontà di contrastare la «politicizzazione delle correnti» e l’oggettivo degrado che ne è derivato, lungi dal rivitalizzare l’autonomia del Csm, intenda, in forme ancora in corso di definizione, “dirigerlo” dall’esterno, rendendolo comunque in sintonia con i suoi desiderata.

La medesima operazione è condotta, da anni, nei confronti della Corte costituzionale, delegittimata da Berlusconi perché dominata da una maggioranza «comunista» e, più di recente, da Panebianco per non essere stata «una sicura difesa contro le frequenti angherie dell’amministrazione». In realtà l’attuale insofferenza del ceto politico e della stampa che lo sostiene non dipende da queste inesistenti carenze (la Corte, tra i cui membri non si nasconde, ovviamente, alcun comunista, non si occupa di atti della P.A.), ma dal fatto che il giudice delle leggi ha dichiarato incostituzionali i fiori all’occhiello di diversi governi, la legge elettorale di Berlusconi- Calderoli, la legge sul blocco delle pensioni di Monti-Fornero, evidenziando come da tempo sia in atto un decisionismo senza regole, pronto a calpestare principi e diritti costituzionali.

Pronta è stata la reazione di Renzi: nell’immediato ha ottenuto la riscrittura della legge elettorale per la Camera, mantenendo la sostanza delle norme già dichiarate incostituzionali (i cento capilista saranno nominati dalle segreterie dei partiti, il premio di maggioranza e il ballottaggio renderanno i voti degli elettori enormemente diseguali); all’annullamento del blocco delle pensioni, poi, ha risposto facendo varare una nuova legge che, lungi dal restituire il maltolto agli aventi diritto, si è limitata a concedere loro l’ennesimo bonus e per giunta una tantum. In prospettiva, infine, ha operato in profondità, istituendo con l’Italicum un corto circuito tra governo, parlamento e presidente della Repubblica, sì da ottenere anche alla Corte costituzionale nomine omogenee e comunque non conflittuali con l’esecutivo. Nel frattempo, ha di fatto congelato quelle dei consiglieri della Corte oggi mancanti, ingabbiato dai veti incrociati tra gli alleati, ma soprattutto timoroso che una nomina “sbagliata” possa pregiudicare il precario equilibrio ancora esistente all’interno dell’istituzione, con esiti per l’esecutivo sempre più incontrollabili.

Magistratura ordinaria, Csm, Corte costituzionale si trovano dunque al centro di un’iniziativa politica che dichiaratamente vuol giungere a un loro “coordinamento”, cioè a una definitiva normalizzazione. Abbandonati anatemi e chiassate, il nuovo governo opera silenziosamente, predisponendo un tassello dopo l’altro per mutare radicalmente l’intera architettura istituzionale, sino a oggi formalmente fondata su un articolato sistema di pesi e di contrappesi costituzionalmente previsti.

La “governabilità” lo richiede; e Renzi, che di questo mantra si è fatto portavoce, preso il testimone dai suoi predecessori, si comporta di conseguenza, accentrando i poteri, velocizzando le decisioni, sterilizzando i controlli; l’Europa liberista chiede che le sue direttive (diktat) siano tradotte in leggi dello Stato e che queste siano applicate senza interpretazioni o modifiche di sorta, che ne possano mutare in qualche modo la portata; per questo le delibere dell’esecutivo, approvate in tempi brevi da un parlamento sottomesso, devono produrre un diritto certo, possibilmente basato sugli insegnamenti delle «voci più autorevoli dell’accademia». Magistrati ordinari e giudici della Consulta non devono disturbare l’operosa attività dell’uomo solo al comando.

Così, lontano dai riflettori, vengono lucidamente disegnate nuove gerarchie tra i poteri dello Stato. L’ideologia liberista, da sempre ostile ai valori e alle pratiche della democrazia, non solo ha prodotto leggi che la affossano, ma ha eliminato anche molti anticorpi tradizionalmente in grado di preservarla: così l’opinione pubblica è distolta dal confuso chiacchiericcio estivo e i diretti interessati, tranne sparute eccezioni, accolgono queste novità stancamente, quasi con rassegnazione.

Tutti sembrano aver dimenticato che la Costituzione e i suoi principi non sono dati una volta per sempre, che per preservarli è necessaria una manutenzione attiva e che, se posti in discussione, non si difendono col “dignitoso” silenzio o aspettando, in buon ordine, che la tempesta sia passata.

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