19 maggio 2017
pubblicato da Il Ponte

Il populismo delle classi dominanti e l’elezione di Macron

Fmidi Pier Giovanni Pelfer

Le oligarchie economiche e finanziarie sono le classi dominanti in Europa e controllano la politica europea attraverso l’establishment, rappresentato da Bce, Ue e Fmi, oltre che da associazioni (Bilderberg), centri di ricerca e università, attraverso i quali si impone il pensiero unico ultraliberista. Tali oligarchie hanno inoltre il controllo dei media (tv, giornali, case editrici, ecc.) che esercitano con intelligenza e spregiudicatezza, ma non con minor decisione. L’unico medium che sfugge al loro controllo totale è per ora il web. Farsi un’opinione di quanto stia realmente accadendo a livello locale e globale è veramente difficile. E questo è sempre stato vero: le idee dominanti sono sempre state le idee delle classi dominanti.

Da un po’ di anni però la situazione è cambiata. L’enorme potere finanziario e mediatico accumulato nelle mani di queste oligarchie ha permesso loro di saltare ogni mediazione politica e di attaccare, per distruggerli, i corpi sociali intermedi: i partiti, i sindacati, le associazioni di cittadini che permettevano di mediare gli interessi diversi e di dare loro una certa rappresentanza.

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24 giugno 2014
pubblicato da Il Ponte

Ancora Orwell?

Orwelldi Mario Monforte

Ricordate 1984 di Orwell? È piú illuminante di tanti tomi di dotte elucubrazioni. L’apparato statale addetto alla repressione di ogni dissenso interno era detto «ministero dell’Amore»; quello addetto alla guerra permanente, «ministero della Pace»; quello addetto al controllo di cibo e beni e loro distribuzione, dandoli con il contagocce al popolo, «ministero dell’Abbondanza»; quello addetto alla falsificazione e manipolazione, «ministero della Verità», che riscrive, modifica, cancella storia, eventi e protagonisti, ed elimina dalla lingua le parole negative o pericolose per l’«ordine costituito», o le sostituisce con altre neutre.

Non sta diventando cosí questa nostra Italia, sotto i proclami e i discorsi della “classe politica”, e l’opera permanente dei professionisti della menzogna (mediatici e del sistema della formazione)?

I nomi dei partiti sono foglie di fico che coprono tutt’altro, o l’opposto. La crisi è una sorta di fenomeno naturale: si deve dire «recessione» o meglio «ripresa lenta». L’appropriazione di masse di surplus sociale (schiaffo in faccia ai piú che arrivano a fatica a fine mese e ai tanti che non ce la fanno) è dichiarata legittima per le cosiddette retribuzioni, liquidazioni, pensioni di manager (privati, statali, semistatali) e per le prebende della classe politica e degli addetti agli apparati statali. La subordinazione dello Stato italiano (imposta all’intero paese) a Usa, Nato, Ue-Bce, Stato germanico, organismi internazionali, è detta «trattati di alleanza», «vincoli internazionali», «trattati europei», «l’Europa ci chiede» – rimandando a una fantomatica comunità internazionale. Le guerre a cui partecipa lo Stato italiano, come supporto agli Usa, sono denominate «operazioni umanitarie», o «di pace», o di «affermazione della democrazia» unita ai «diritti umani», o al piú di «polizia internazionale». La macelleria mondiale, aperta, retta e gestita da Usa-potenze maggiori-grande capitale transnazionale, è detta «globalizzazione» – beninteso, dalle «esigenze ineludibili». La macelleria sociale interna, che elimina o striminzisce i diritti acquisiti con dure lotte, è detta «modernizzazione» e i provvedimenti che colpiscono la società, mentre accentrano in modo autoritario la gestione del potere statale, sono chiamati «riforme» – dette ovviamente «indispensabili» e spesso «storiche», perché ormai tutto ciò che fa il governo è «storico». Le iniziative, rivendicazioni, proposte a favore della grande maggioranza della popolazione sono dette «populismo» – presentandolo come demagogia e inganno, quasi nazifascismo.

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8 giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

Lo spettro della deflazione

deflazionedi Rino Genovese

Mario Draghi, tra grandi applausi, si è deciso infine a intervenire contro lo spettro che minaccia la zona euro. Ha abbassato il costo del denaro e ha portato a un tasso negativo gli interessi delle banche per il denaro depositato presso la Bce. L’inflazione si aggira ormai in Europa intorno allo 0,5% mentre dovrebbe essere sul 2%, e si tratterebbe già di una soglia molto bassa, quella che in tutti questi anni ci hanno fatto difendere con lacrime e sangue dicendo che altrimenti, stante la crisi in corso, si sarebbe finiti come la Germania di Weimar. Bene, a Weimar non siamo arrivati, ma l’Europa – in paesi come la Spagna per esempio, volendo tacere dell’Italia – sembra diventata un’enorme agenzia di collocamento per disoccupati che un lavoro non lo trovano. Non è un bel vedere. E intanto – poiché la deflazione che si profila è uno spettro minaccioso almeno quanto quello di un’inflazione fuori controllo – perfino la Germania della impassibile signora Merkel, o meglio del suo omologo della Bundesbank, si è allineata alla decisione di Draghi volta a immettere liquidità nel sistema e a favorire il credito alle imprese.

Questa misura andava presa, certamente, ma di per sé non è risolutiva. Anche ammettendo, infatti, che le banche si convincano ad allentare i cordoni della borsa ricominciando a finanziare le imprese, un intervento del genere è comunque ancora dal lato dell’offerta. È come se si dicesse: “Avanti, investite in attività produttive!” Ossia: smettetela di speculare sull’alto costo del denaro e sui titoli di Stato dei paesi più deboli, che infatti hanno visto immediatamente diminuire lo spread e quindi gli interessi sul loro debito pubblico, e riprendete a fare quello che – in quanto capitalisti – dovreste saper fare, cioè rischiare il vostro denaro.

Questo tipo di meritoria esortazione non può tenere conto di una cosa: che nella zona euro non c’è offerta, o c’è un netto rallentamento della produzione, perché non c’è domanda. In altre parole, la gente tira la cinghia per via della disoccupazione e del precariato (in Italia fenomeni in parte attutiti grazie all’evasione fiscale diffusa e all’intervento delle famiglie nel sostentamento dei giovani). Come rilanciare la crescita rilanciando i consumi, cioè la domanda, se non attraverso un piano – che non riguarderebbe la Bce in quanto tale ma l’intera costruzione europea, ammesso che se ne dia una – di investimenti pubblici miranti a riassorbire la disoccupazione?

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