Lo spettro della deflazione

deflazionedi Rino Genovese

Mario Draghi, tra grandi applausi, si è deciso infine a intervenire contro lo spettro che minaccia la zona euro. Ha abbassato il costo del denaro e ha portato a un tasso negativo gli interessi delle banche per il denaro depositato presso la Bce. L’inflazione si aggira ormai in Europa intorno allo 0,5% mentre dovrebbe essere sul 2%, e si tratterebbe già di una soglia molto bassa, quella che in tutti questi anni ci hanno fatto difendere con lacrime e sangue dicendo che altrimenti, stante la crisi in corso, si sarebbe finiti come la Germania di Weimar. Bene, a Weimar non siamo arrivati, ma l’Europa – in paesi come la Spagna per esempio, volendo tacere dell’Italia – sembra diventata un’enorme agenzia di collocamento per disoccupati che un lavoro non lo trovano. Non è un bel vedere. E intanto – poiché la deflazione che si profila è uno spettro minaccioso almeno quanto quello di un’inflazione fuori controllo – perfino la Germania della impassibile signora Merkel, o meglio del suo omologo della Bundesbank, si è allineata alla decisione di Draghi volta a immettere liquidità nel sistema e a favorire il credito alle imprese.

Questa misura andava presa, certamente, ma di per sé non è risolutiva. Anche ammettendo, infatti, che le banche si convincano ad allentare i cordoni della borsa ricominciando a finanziare le imprese, un intervento del genere è comunque ancora dal lato dell’offerta. È come se si dicesse: “Avanti, investite in attività produttive!” Ossia: smettetela di speculare sull’alto costo del denaro e sui titoli di Stato dei paesi più deboli, che infatti hanno visto immediatamente diminuire lo spread e quindi gli interessi sul loro debito pubblico, e riprendete a fare quello che – in quanto capitalisti – dovreste saper fare, cioè rischiare il vostro denaro.

Questo tipo di meritoria esortazione non può tenere conto di una cosa: che nella zona euro non c’è offerta, o c’è un netto rallentamento della produzione, perché non c’è domanda. In altre parole, la gente tira la cinghia per via della disoccupazione e del precariato (in Italia fenomeni in parte attutiti grazie all’evasione fiscale diffusa e all’intervento delle famiglie nel sostentamento dei giovani). Come rilanciare la crescita rilanciando i consumi, cioè la domanda, se non attraverso un piano – che non riguarderebbe la Bce in quanto tale ma l’intera costruzione europea, ammesso che se ne dia una – di investimenti pubblici miranti a riassorbire la disoccupazione?

Ecco la questione socialdemocratica che ritorna – ma che ritorna, diversamente dal passato in cui sembrava quasi la moneta corrente di un concretismo piccolo piccolo vòlto ad addormentare le lotte sociali – nella chiave utopico-pragmatica di un processo d’integrazione europea che riesca a fare, in maniera sovranazionale, ciò che gli Stati nazionali non sono più in grado di fare: l’intervento nell’economia.

È una scommessa di alto profilo quella che si proporrebbe. Ed essa non sarebbe affatto in contraddizione (lo scrivo per certi amici della nostra rivista) con l’ispirazione di un socialismo libertario. Al contrario, ne sarebbe un’indispensabile premessa. Perché oggi la stessa concezione socialdemocratica andrebbe ripensata alla luce di un progetto federativo europeo capace di avanzare dall’alto – come progressiva cessione di sovranità da parte degli Stati – e dal basso come passaggio e diffusione dei poteri nel segno di un’autogestione fondata sull’intreccio tra la democrazia diretta e quella rappresentativa.

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