4 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Liberi e Uguali, ma per che cosa?

di Marcello Rossi

Liberté, égalité, fraternité, il motto nazionale della Repubblica francese, risalente al 1700 e associato alla rivoluzione dell’Ottantanove, sembra essere stato l’ispiratore del nome del nuovo raggruppamento della sinistra italiana, ma con una variante significativa in quanto nella versione di questa sinistra è caduto l’ultimo elemento del motto, fraternité, che per l’appunto è l’elemento veramente rivoluzionario. Voglio dire che liberté ed égalité rientrano a pieno titolo in una teoria liberale della società, mentre fraternité – concetto che ovviamente non va letto in chiave religiosa – va oltre il liberalismo e apre a una società socialista. Ma questo aspetto sembra essere sfuggito – e pour cause, dico io – ai fondatori del nuovo raggruppamento che, per quanto siano contro il renzismo, non per questo assumono il socialismo a loro punto di riferimento. Se così è, niente di nuovo sotto il cielo della sinistra italiana.

«Nasciamo liberi e uguali per ridare dignità al lavoro», ha detto Fassina il 4 dicembre scorso al telegiornale di Rai 3. Una dichiarazione sibillina perché per la dignità del lavoro la libertà e l’uguaglianza senz’altro servono, ma non sono gli elementi dirimenti: occorrerebbe anche sapere a chi appartengono la materia prima e i mezzi di produzione. In altre parole, quale modo di produzione adottare. E tuttavia questa dichiarazione nasconde qualcosa: nasconde l’idea di un’economia keynesiana, la filosofia cioè del Partito democratico veltroniano, prodiano e in parte anche bersaniano che, ritenendo, tra le altre cose, le liberalizzazioni “di sinistra”, non va oltre un riformismo vago e inconsistente, proponendoci come soluzione finale non il socialismo ma un ormai desueto “capitalismo dal volto umano”.

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25 giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Cinque tesi sul benessere nella scuola

scuoladi Giovanna Lo Presti

Una società, come quella basata sul profitto sfrenato,
che non fa onore ai propri insegnanti, è difettosa

(George Steiner).

Dopo Berlinguer, Moratti e Gelmini adesso anche Renzi vuole lasciare il suo segno sulla scuola italiana: la quarta “riforma” della scuola italiana nel breve volgere di tre lustri sta per approdare in Senato. Noi speriamo che quel tratto di mare che la “riforma” deve ancora percorrere sia molto, molto agitato – tanto da impedire all’ingegnosa navicella renziana di raggiungere il porto. Speriamo, insomma, in un bel metaforico naufragio; e speriamo che quello della “buona scuola” sia il primo, importante insuccesso di Matteo il Giovane, perché questo paese non ha bisogno di un primo ministro che auspichi il Partito Unico, il Sindacato Unico e la «Buona Scuola». A differenza del Partito e del Sindacato, la Scuola della Repubblica dovrebbe davvero essere unica – invece ha un suo “doppio” nella scuola privata, che lo Stato vorrebbe far crescere a detrimento della propria scuola. Tant’è che anche quest’anno il “doppio” è già stato rimpinguato con un bel po’ di soldi: più di 470 milioni di euro.

Tale è il protagonismo di Matteo il Giovane da averlo spinto a eclissare la già scialba figura del ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini, sinora distintasi per l’aria sprezzante e per una singolare (almeno per una glottologa) povertà linguistica: non ha trovato di meglio, per un gruppo di insegnanti che la stavano contestando, che definirli «squadristi».

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16 febbraio 2015
pubblicato da Il Ponte

L’arbitro

arbitrodi Marcello Rossi

La stampa quotidiana – come è logico – ha già ampiamente commentato il discorso di insediamento del neopresidente della Repubblica e, salvo poche eccezioni, ha messo in campo tutto il servilismo di cui è capace. In linea, tra l’altro, con l’emiciclo di Montecitorio che, in omaggio alla morigeratezza, ha interrotto con lunghi applausi il discorso presidenziale per ben 42 volte. Di quel discorso non si vuole in questa sede proporre un commento – che risulterebbe superfluo, dopo tutto quello che è stato scritto – ma si vuole solo mettere in luce un passaggio: quello in cui il presidente ha detto che vorrà essere «arbitro imparziale».

Meraviglia che il presidente Mattarella, che tutti descrivono come giurista di rango e fine intellettuale, sia caduto in questo luogo comune tanto abusato dai politici nostrani. Meraviglia perché, se si scorrono gli articoli della Costituzione che riguardano il presidente della Repubblica (artt. 83-91), non si trova mai la parola “arbitro”. E pour cause, secondo me, perché l’arbitro è figura che vive di luce riflessa, mentre i soggetti veramente attivi sono i giocatori. Ma la nostra Costituzione non postula un presidente “neutro” o addirittura “passivo”: il presidente non è il monarca dello Statuto albertino, che regnava ma non governava, né è il monarca inglese, che fonda il suo potere sulla tradizione ed è soltanto un organo di rappresentanza. Nella nostra Costituzione il presidente della Repubblica, ponendosi come mediatore fra i tre poteri fondamentali – il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario – costituisce una sorta di ago della bilancia che deve compensare ogni più piccolo conflitto e squilibrio che si venga a delineare fra i tre poteri. Dunque figura assolutamente attiva, mediatore, non arbitro, per evitare – come ricorda Calamandrei – che la politica governativa si indirizzi per vie divergenti dalle direttive politiche prefissate nella Costituzione.

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22 luglio 2014
pubblicato da Il Ponte

Cattivi pensieri

bicameralismo perfettodi Marcello Rossi

Non capisco perché alcuni – anzi, la grande maggioranza degli italiani, a quanto ci vogliono far credere – ritengano che leggere un disegno di legge due volte – una volta alla Camera e una volta al Senato – sia una perdita di tempo. Io penso, invece, che le leggi (e i relativi decreti attuativi, che però nessuno prende in considerazione) siano momenti importanti della vita associata e allora leggerle due volte è sempre meglio che leggerle una volta sola, tanto che si potrebbe pensare che il bicameralismo si sia chiamato “perfetto” proprio per i vantaggi indotti da questa doppia lettura.

Possibile che i nostri costituenti – i Mortati, i Moro, i Calamandrei, i Codignola, i Terracini – non si siano posti il problema se una doppia lettura fosse una perdita di tempo, o no? Possibile che in un momento di grande difficoltà per il paese, che usciva dalle macerie morali e materiali della guerra, si sia dato vita a un inutile doppione del potere legislativo? Non era questo apparente doppione un di piú di democrazia di cui il paese aveva bisogno? E oggi possiamo davvero rinunciare a questo di piú di democrazia, sposando le “raffinate” elaborazioni di una Maria Elena Boschi che ritiene che il bicameralismo “perfetto” sia solo una perdita di tempo?

Ma allora il Parlamento deve rimanere quello di sempre? Non voglio dire questo. Un dimagrimento delle due Camere forse si impone, per cui 200 senatori e 400 deputati, pagati la metà di quello che oggi percepiscono, sarebbero più che sufficienti. Ma sufficienti per fare che cosa? Per fare le leggi e non per approvare i decreti legge del governo. Certo, se il potere legislativo si comprime sempre di piú fino ad annullarsi nell’esecutivo, allora il Senato serve veramente a poco e si potrebbe addirittura eliminarlo, ma la stessa cosa si potrebbe pensare anche per la Camera. E nel contempo si dovrebbe eliminare anche l’art. 76 della Costituzione che vuole che «l’esercizio della funzione legislativa non [possa] essere delegato al governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti».

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