No alle camerette, vogliamo le Camere

Cameredi Luca Baiada

Il taglio del numero dei parlamentari è un fossile uscito da una collezione di vecchie mire antidemocratiche. È stato approvato nel 2019, doveva essere sottoposto a referendum in primavera, è stato messo da parte per l’emergenza sanitaria, adesso arriva davanti al giudizio del popolo. E i motivi per votare No sono più solidi di prima.

Un equivoco. Non è vero che il numero dei parlamentari sia indifferente per la rappresentanza, a parità di legge elettorale. Con Camere ampie c’è la possibilità di dar voce a orientamenti minoritari. Camere ristrette favoriscono il conformismo, la volgarizzazione e la semplificazione del discorso politico.

Una leggenda dura a morire. Non è realistico far dipendere il costo della politica dal numero dei parlamentari; comunque, ci sono le spese per il mantenimento delle strutture di sostegno ai lavori. I gruppi politici non vogliono ridimensionarle perché garantiscono comodità e favoritismi. Davvero è la spesa per i parlamentari a fare la differenza? Allora basta ridurre le retribuzioni e rimborsare solo le spese documentate e pertinenti. Le vicende penose, sulle spese di interi schieramenti, spiegano perché si evita questa strada: far chiarezza metterebbe fine alle botteghe.

I paragoni facili. Vedere cosa si fa in altri paesi è strumentale; raffronti seri sono quasi impossibili, perché occorrerebbe, almeno per ciascun paese europeo, tenere conto di troppi dati: il numero dei parlamentari e insieme il peso dell’attività legislativa nazionale rispetto a quella normativa e amministrativa degli enti locali (Länder tedeschi, dipartimenti francesi, eccetera), e ancora i costi specifici di tutte queste strutture, centrali e periferiche, e infine i costi occulti prodotti dagli scambi di voti e dalle corruttele, ma considerando i benefici nelle aree di buon governo. I paragoni secchi, solo su dati numerici di consistenza, sono propaganda.

Un’amnesia pericolosa. L’Italia è il paese di nascita del fascismo. Gli apprendisti stregoni, qui, sono sempre più preoccupanti. Dalla legge Acerbo del 1923 al referendum per il sistema maggioritario nel 1993, gli interventi che hanno promesso paradisi artificiali sono stati uno peggiore dell’altro. Ma è bene che negli anni 2006 e 2016 le modifiche della Costituzione siano state respinte dal voto popolare, quando personaggi dalla sostanza opaca e dalla lingua sciolta volevano fare i pigliatutto.

A proposito di memoria. Già nel Piano di rinascita democratica della loggia massonica P2, quella di Licio Gelli, era previsto di ridurre i deputati a 450 e i senatori a 250, per un totale di 700 (Piano di rinascita democratica, voce ProgrammiMedio e lungo termine, punto a3), Ordinamento del Parlamento). Faceva parte di un disegno di svuotamento della cittadinanza e di democrazia apparente, che in parte è stato realizzato.

Gli architetti e gli arciteppisti. La struttura costituzionale ha i suoi equilibri: suffragio universale, niente vincolo di mandato, bicameralismo, Carta rigida, cioè modificabile con procedure e tempi particolari. Non si può aprire questo orologio e mettere mano agli ingranaggi come se fosse un gioco. Modificando la rappresentanza, il suffragio diventa ristretto o delegato a pochi gruppi simili, la nomina del capo dello Stato e dei giudici costituzionali diventa di parte, cede ogni presidio contro l’accaparramento del potere. Ne risente persino l’attività degli organi interni delle Camere: si producono gravi concentrazioni di incarichi in favore delle stesse persone.

Sull’attenti e in tedesco. A riprova di quanto sia falso il mito dei tempi eccessivi per la legislazione, sta l’inserimento del pareggio di bilancio nella Carta, voluto dalla finanza e dalla Germania. Dopo aver ascoltato funzionari venuti da Berlino, le Camere hanno cambiato la Costituzione alla svelta e con discussioni mediocri.

Il lavoro e l’antidoping. La Repubblica è democratica perché è fondata sul lavoro, e a difesa del lavoro c’è lo sciopero. Ebbene, lo sciopero è stato sottoposto a limiti che l’hanno reso quasi impossibile, e in concomitanza la Costituzione è stata messa sotto attacco. Da un lato il conflitto è oggetto di procedure di raffreddamento, dall’altro la manomissione della Carta è incentivata dall’avventurismo e dalla cattiva informazione. Eppure, la democrazia o passa dai luoghi di lavoro o non è. Per chi vuole scioperare, una doccia fredda. Per chi vuole pieni poteri, c’è il massaggiatore che scalda i muscoli, e c’è anche l’esperto di integratori e benessere, con qualche pillola miracolosa.

Il Covid vota Sì. Coi numeri attuali un piccolo gruppo politico – magari uno che i suoi parlamentari li conta sulle dita di una mano – in fondo è stato votato da decine di migliaia di persone. Cioè, riducendo il numero, è come se un capoluogo di provincia perdesse il diritto di voto o dovesse votare per altri, il che è una morte politica. Il virus ha fatto una quantità di vittime molto simile, specialmente fra le persone socialmente più deboli. Se il virus potesse parlare, rivendicherebbe di aver anticipato i tempi, eliminando i cittadini senza ingannarli con elezioni che non cambiano le cose. Se invece si vuole una sanità migliore, partecipazione e rappresentanza sono armi per difendere i servizi sociali, di cura e di prevenzione.

Il paese dei misteri e delle impunità. Tra le funzioni delle Camere ci sono le commissioni d’inchiesta, che hanno lavorato con esiti alterni. Caso Moro, mafia, Armadio della vergogna e molto altro; l’impegno delle Camere per la verità, anche quando la giustizia è un’altra cosa, dà pur qualche risultato. La riduzione del numero colpisce anche questo. L’impunità dei parlamentari ne esce rafforzata, perché meno sono, più è governabile lo scambio di protezioni.

Carta vince, Carta perde. Quando fu scritta la Costituzione, nel 1947, i collegamenti con Roma erano scarsi e il numero dei parlamentari eletti fu fissato in 945. In seguito gli italiani sono aumentati di oltre quattordici milioni, cioè quasi di un terzo; adesso il rapporto fra eletto e popolazione è peggiorato, è inferiore a uno per sessantamila. Coi collegamenti immensamente più facili e con l’informatica si può avere un Parlamento più rappresentativo. Anche un semplice adeguamento, se mantenesse la proporzione del 1947, dovrebbe modificare il numero non riducendolo ma aumentandolo, perché dovrebbe portarlo a 1.260. Insomma: la riduzione a 600, in realtà, considerando la proporzione del 1947 è un dimezzamento. Non solo: è un’operazione antitecnologica, perché presuppone un’Italia di strade bianche e accelerati, coi postini in bicicletta, ed è antipopolare perché nega la demografia. Questa ingegneria costituzionale è un pasticcio, è una foto in bianco e nero ritoccata al computer, è un ritratto di famiglia falsificato coi tatuaggi.

C’è da chiedersi se svuotare un pilastro come la rappresentanza – una manomissione, più che una modifica – sia una revisione contraria alla forma repubblicana, quindi vietata. L’articolo 139 vieta il ritorno non solo dei re con la corona, ma anche dei re di denari e di bastoni. Di certo, se la Costituzione diventa un rito di garanzie negative e di conservazione, perciò quasi un ostacolo al progresso del paese, la sua essenza è svuotata e somiglia a una foglia secca da far cadere. Forse è proprio quello che vogliono. Bisogna impedirlo votando No.

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