14 maggio 2017
pubblicato da Rino Genovese

Come prima, anche peggio

di Rino Genovese

La Francia ha scelto (con uno scarto di voti nettamente maggiore del previsto) di essere governata dalla perdita di autonomia della politica tramite il denaro, ben simboleggiata dal giovane ex ministro dell’economia Emmanuel Macron, anziché dalla sua pseudo-riqualificazione nazionalistico-etnicizzante espressa da Marine Le Pen. Si può tirare un sospiro di sollievo, ma bisogna sapere che il male minore è comunque un male, come diceva Hannah Arendt, e che il “meno peggio” è pur sempre un “peggio”. Nulla, nella postura di Macron, nel suo sguardo allucinato dell’uomo proteso verso la conquista del potere, che  abbia mai fatto pensare a un cambio di passo dell’Europa attuale. Il vecchio continente resterà quindi sotto l’ondata neoliberista, quella che lo sommerge da decenni, e non c’è neppure nulla che lasci intravedere la ricerca di una maggiore integrazione europea. “En marche!”, il comitato elettorale macronista che si sta tramutando nella “République en marche” per le prossime elezioni generali, nella spasmodica attesa di una maggioranza presidenziale, è un movimento della cosiddetta società civile (e di riciclo di una classe politica di destra e di sinistra spaventata dall’implosione elettorale cui sta assistendo) che non ha niente di europeistico. È un fenomeno tutt’interno alla crisi politica della Francia – che la farà assomigliare un po’ di più all’Italia, in virtù della dissoluzione in corso dei suoi partiti storici –, ma che non proietta quel paese verso un ruolo di rilievo a livello europeo. L’Europa, dopo questa elezione presidenziale francese, resterà tedesca.

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30 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Perché Marine Le Pen potrebbe vincere

di Rino GenoveseMarine Le Pen

Non penso che vincerà, tuttavia la previsione è che Marine Le Pen arriverà molto in alto, superando ampiamente la soglia del quaranta per cento. La ragione è semplice. Se si mettono in sequenza i fatti della politica francese degli ultimi tempi, si vede che le condizioni per un’affermazione lepenista ci sono tutte: 1) il governo “di sinistra” di Hollande delude più di quanto qualsiasi sinistra di governo abbia mai deluso; 2) l’attacco terroristico alla Francia (in parte determinato dallo stesso bellicismo di Hollande nell’area iracheno-siriana, in parte imputabile alla questione interna postcoloniale) esaspera l’elettorato più conservatore; 3) il marasma di cui è preda il Partito socialista – con un Hollande costretto a ritirarsi dalla corsa per la riconferma, con delle “primarie” che consegnano la candidatura a un esponente della sinistra non sostenuto dall’apparato – ha spostato il suo elettorato sia verso il “voto utile” al centrista liberale Macron sia verso Mélenchon, paladino di una sinistra a tinte euroscettiche, non particolarmente affezionata al “fronte repubblicano” contro l’estrema destra; 4) la stessa affermazione di Macron, che dietro di sé non ha un partito strutturato ma solo l’appoggio di un misto di società civile bobo e di affarismo puro e semplice, lo colloca in posizione di continuità rispetto a un hollandismo deciso a non uscire di scena (in effetti, Macron presidente, privo come appare di una maggioranza parlamentare sua propria, sarebbe spinto a ritessere la tela con l’ala destra del Partito socialista); 5) l’implosione del sistema elettorale, che vede per la prima volta il partito erede della Francia gollista fuori dal secondo turno, con il ballottaggio tra il rappresentante di una politica “fai da te” e la discendente della Francia di Vichy abilmente rinnovata in chiave sovranista antieuropea; 6) l’assenza di leadership nella destra tradizionale che, anche in questo caso attraverso le “primarie”, ha scelto con Fillon il peggiore candidato alle presidenziali che mai abbia avuto, il cui appello finale a votare Macron (nella speranza di poterlo condizionare successivamente) è destinato a una presa piuttosto scarsa su un elettorato esasperato e deluso.

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17 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Postilla a “Il fenomeno Mélenchon”

Chantal Mouffedi Rino Genovese

In Le monde datato 16-17 aprile, si può leggere un intervento di Chantal Mouffe a favore del “riformista radicale” Jean-Luc Mélenchon. La filosofa belga con connessioni argentine (suo marito e sodale è stato Ernesto Laclau, teorico del peronismo oggi scomparso) cerca di spiegare la differenza tra un populismo di destra, come quello di Marine Le Pen, che vuole restringere la democrazia ai soli francesi, e il populismo di sinistra di Mélenchon, che intenderebbe al contrario estenderla, costruendo e federando un “popolo” attorno a un progetto di révolution citoyenne. Non la distinzione destra/sinistra sarebbe costitutiva della politica democratica, quanto piuttosto quella di un “basso” contro un “alto”, cioè di un popolo contro un’oligarchia.

La declinazione peronista della nozione di “sovranità popolare” – è l’aspetto interessante della cosa – appare abbastanza esplicitamente richiamata. Secondo Mouffe l’attuale situazione  europea d’impoverimento delle classi medie sotto un’egemonia neoliberale, avvicinerebbe di fatto la politica del vecchio continente a quella dell’America latina. La ricetta proposta non si discosta allora da quella del Perón del 1945, che costruì un popolo e una nazione attorno a una lotta contro l’oligarchia.

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13 aprile 2017
pubblicato da Rino Genovese

Il fenomeno Mélenchon

Jean-Luc Mélenchondi Rino Genovese

Jean-Luc Mélenchon non è simpatico. Se vogliamo, è un idiota in senso etimologico – uno che pensa solo a se stesso e al proprio tornaconto elettorale. Hollande, alludendo qualche giorno fa a lui, lo ha definito un tribuno; potrei aggiungere anche un demagogo, per averlo visto durante la campagna elettorale del 2012 in un comizio: un insieme di frasi fatte che andavano dalla “rivoluzione cittadina” (nel senso dei “cittadini” della Rivoluzione francese) alla proclamazione di una sesta repubblica (come se non ce ne fossero state già in numero sufficiente nella storia di Francia). La sua posizione sull’Europa è ambigua, con una strizzatina d’occhio all’elettorato lepenista: in sintesi, “o la cambiamo o ce ne andiamo”. Sulla prima parte dell’alternativa, perfettamente d’accordo: l’Europa attuale va profondamente trasformata, e uno dei grandi demeriti di Hollande è stato quello di essersi fatto eleggere su un programma che prevedeva una rinegoziazione del patto di stabilità europeo (leggi: dell’austerità in chiave tedesca) ma di non averne poi fatto nulla. Sulla seconda parte dell’alternativa, invece, c’è da nutrire seri dubbi: che cosa vorrebbe dire andarsene via dall’Europa, per un paese come la Francia, se non aprire al nazionalismo e al protezionismo? Dal processo di costruzione europea, per quanto sia nell’impasse o forse proprio per questo, oggi si può uscire solo da destra, dando la stura, volontariamente o involontariamente, a tutti i peggiori sentimenti regressivi e alle paure incontrollate del cosiddetto popolo.

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2 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Guerra terrorismo e diritti umani. La nascita dello Stato islamico

terrorismodi Ferdinando Imposimato

Negli ultimi decenni un governo mondiale invisibile, ma reale e concreto, muove le fila dei governi nazionali, dei centri di potere economico e militare, e, con media subalterni, alimenta il terrorismo. E lo fa per giustificare nuove guerre per un nuovo ordine planetario contro Stati detentori di risorse energetiche, per stravolgere le costituzioni e giustificare interventi militari di grandi potenze in aree strategiche del pianeta. Emblematica è stata la guerra all’Iraq del 2003 di Usa, Gran Bretagna e Francia: non fu guerra contro il terrorismo di Saddam Hussein, ma di conquista. Non fu effetto dell’11 settembre 2001 in quanto fu decisa prima dell’attacco alle torri gemelle. Ed è stata proprio quella guerra la causa della crisi e del dilagare del terrorismo nel mondo1.

L’attacco all’Iraq per una lotta al terrorismo fu smentito dopo decenni sia dall’ex presidente George Bush sia da Tony Blair, che hanno ammesso «l’errore». Il 2 dicembre 2008, Bush, in un’intervista alla rete tv ABC, ammise l’errore della guerra all’Iraq, «viziata da informazioni di servizi di intelligence infondate» sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.

Oggi sappiamo con certezza che sono stati ammazzati in Iraq più di un milione di civili, è stato bruciato più di un trilione di dollari e la crisi economica che sconvolge il mondo intero è la tragica conseguenza di una guerra ingiusta spacciata per lotta al terrorismo. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa.

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