18 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Lo sfascio del processo penale

processo penaledi Massimo Jasonni

Si parla di approvazione, e tanto in effetti vi è stato alla Camera, della riforma del processo penale. In verità, manca una riforma effettiva, nel senso proprio e caratteristico del termine, e, quel che è peggio, manca una visione globale del processo penale. Più semplicemente questo nostro disgraziato mondo politico è ricorso al solito metro di «un colpo al cerchio e uno alla botte», inseguendo la pancia degli elettori. Da un lato, appaiono aggravate le pene per taluni reati; dall’altro, vi sono sconti di pena per alleggerire la prospettiva del carcere. Ma il tutto in assenza di un disegno legislativo complessivo e con “privilegio” offerto a taluni reati contro il patrimonio – il furto in abitazione e la rapina semplice, per esempio –, rispetto ad altri, senza alcun supporto o motivazione di ordine culturale. Cosicché quando il presidente del Consiglio ha affermato che «ora vi è più equilibrio e più garanzia nelle procedure, e pene severe per i reati più odiosi», non si è capito su quali basi fondasse l’idea dell’odiosità di un reato e quale concetto avesse dell’equilibrio nei rapporti sociali. Perché fossero più ripugnanti quei reati, rispetto ad altri, forse è dipeso dalla crescente attenzione di Paolo Gentiloni per l’elettorato leghista. Anche sotto questo profilo la sedicente riforma si allinea al buio che ha già caratterizzato la modifica dell’istituto della legittima difesa.

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14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

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4 febbraio 2017
pubblicato da Il Ponte

Prossime elezioni comunque e Movimento cinque stelle

Movimento cinque stelledi Mario Monforte

Manovre politiche: voto subito, voto no per ora, dopo settembre, al termine naturale della legislatura. E Renzi, convinto di quanto Lotti dixit, «40% alle europee, 40% al referendum», mira «al 40%» e punta alle elezioni quanto prima – occultando il colpo delle elezioni amministrative e il disastro del referendum. I suoi lo confermano leader Pd alle elezioni, e, grazie all’attuale composizione della Consulta, ha ricevuto un paio di “aiutini” non da poco: castrato del quesito sul Jobs Act il referendum della Cgil (lo avrebbe senza dubbio cassato) e legittimato il premio di maggioranza (per cui era stato giudicato illegittimo il Porcellum) per la lista che consegua (appunto!) il 40% dei voti validi. Ma pur se “avanti a tutta protervia”, le cose non cambiano: la “botta” del 4 dicembre è devastante per Renzi e “tutto” il Pd, e il prosequio di Renzi con il governo Gentiloni non ne migliora le sorti, anzi le logora ancora. E il Pd è a pezzi: l’opposizione interna, pur sempre à la “re tentenna”, è rafforzata; D’Alema organizza le forze e agita la scissione per un’altra formazione (data dal 10 al 14% di consensi); Emiliano minaccia ricorsi alla magistratura (senza congresso prima delle elezioni), altri affilano le armi. L’idea di Renzi di tenere in pugno il partito con le ravvicinate elezioni, dando a intendere di vincerle, è infondata. Ma Renzi, con i suoi, non è stolido a tal punto: mira (e mirano) a restare in sella nonostante i disastri, con esito elettorale su cui contrattare per il governo.

Il fronte del centrodestra invoca la necessità della propria unità, sempre con il feticcio del 40%, ma è spaccato, su linee profondamente diverse: Berlusconi, con il “grosso” di Forza Italia, disponibile, nonostante le dichiarazioni pre-elettorali, a un rinnovato governo da Grosse Koalition, magari non con Renzi, e perciò tende a procrastinare le elezioni, per avere un Pd piú ridotto e un Renzi piú screditato (oltre ad attendere una sentenza liberatoria per la sua candidatura dalla Corte europea); Salvini, con la Meloni, e anche qualcuno di Forza Italia, è contro ogni accordo con il Pd e piú affine a quanto si muove in Francia (il Front National della Le Pen) e altrove (Germania, Austria, Olanda, la Gran Bretagna con la Brexit e seguenti, per non dire del successo di Trump negli Usa), e perciò richiede elezioni subito, per utilizzare l’ondata anti-Renzi & Pd e le spinte che vengono dall’estero.

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11 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

Si sono voluti contare e hanno perso

Si sono voluti contare e hanno persodi Paolo Bagnoli

Il risultato del referendum che ha salvato la Costituzione ci riporta alla mente quanto Pietro Nenni disse in occasione del referendum sul divorzio del 1974: «Si sono voluti contare e hanno perso». Il paese non solo ha gridato un no netto, ma ha anche fatto sapere che di Matteo Renzi non ne vuole sapere. Come sempre accade in un referendum, il voto, comunque ci si collochi, racchiude tanto altro al di là dello specifico in oggetto, e per argomentare un giudizio politico d’insieme bisogna considerare il dato unificante. Così il voto del 4 dicembre è, secondo me, molto semplice da interpretare: non si può “imbastardire” la Costituzione con le questioni del governo; non si può confondere quanto è a fondamento di un paese con quanto è contingente. Su ciò il giudizio del popolo italiano è stato praticamente omogeneo: la Costituzione vale molto di più della classe politica che è al governo e non la si può barattare con una “frittura di pesce”.

Subito dopo il risultato, le interpretazioni di merito sono state le più varie. L’unica cosa che non abbiamo né letto né sentito è stato quello che, in effetti, era il nocciolo vero della questione: passare da un sistema di democrazia repubblicana a uno di potere autoritario. Se ciò fosse avvenuto, i rischi per la Repubblica e la sua legittimità democratica sarebbero stati gravissimi anche perché il nuovo sistema era stato concepito su due fondamenti: annullamento della centralità parlamentare con conseguente ruolo caudillistico del presidente del Consiglio e legge elettorale che avrebbe permesso al Pd – hoc erat in votis – di divenire il centro di legittimità e di governo dell’intero sistema. Se questo fosse avvenuto, le radici della Repubblica, nata dalla Resistenza, sarebbero state cancellate e la stessa prima parte della Costituzione avrebbe figurato, rispetto al tutto, come le guardie del Pantheon, che non fa alcuna differenza che ci siano o non ci siano.

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19 dicembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Dal governo costituente al governo stantio

Gentilonidi Mario Monforte

Al referendum del 4 dicembre il no è stato schiacciante e in base a una grande partecipazione popolare (contro la precedente tendenza al crescente non-voto): con il no alla riforma renziana è stato detto no a tutto l’operato del governo di Renzi & Co., e all’insopportabile ciarlataneria ottimistica dei racconti renziani, in urto con la tutt’altra realtà del paese. Renzi, sempre difendendo quanto ha fatto a dispetto di ogni evidenza, ha annunciato platealmente le sue dimissioni e le ha messe in atto personalmente, ma è stato un no a tutto il suo governo, che peraltro si era arrogato, contro ogni regola, di fare il «governo costituente», tuttavia gli altri suoi sodali non hanno voluto trarre le stesse conclusioni. Di conseguenza, il “ligio” (a chi l’ha posto alla presidenza della Repubblica) Mattarella non ha nemmeno pensato a indicare un segnale di discontinuità, con un governo provvisorio che provvedesse al piú presto a espletare le incombenze piú pressanti (da una piú decente legge elettorale, ai decreti attuativi della legge di bilancio, alla situazione banche, Mps in primo luogo, all’azione concreta per le zone terremotate, presenziando alle scadenze internazionali senza prendere impegni) per andare quanto prima alle elezioni.

Invece, trincerandosi dietro la prassi (come se prassi e regole non fossero state messe in non cale dal 2011), ha conferito l’incarico di governo all’indicato (da Renzi) Gentiloni, nella riconferma di tutto il precedente governo, con un parziale stantio «rimpasto» (è esclusa solo la Giannini, come se la “buona”, ma in effetti pessima, scuola fosse solo colpa sua), inserendo Minniti, la Finocchiaro, la Fedeli (millantatrice di una laurea), e altri nei sottosegretariati, confermando anche la Madia (a premio per la sua riforma della P.A. bocciata dalla Consulta?) e addirittura promovendo la Boschi, cofirmataria della riforma renziana (e coautrice ne è anche la neo-ministra Finocchiaro), la quale a sua volta aveva annunciato le dimissioni in caso di sconfitta referendaria (ma, chissà, se ne sarà dimenticata), nonché premiando l’ineffabile Lotti (sul quale, appunto, non vi sono parole) e anche l’incredibile Alfano con il suo Ncd (ma escludendo Verdini e i suoi, troppo impresentabili: però si dovrà poi dar loro qualcosa, pena agguati in parlamento), e cosí via.

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2 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Guerra terrorismo e diritti umani. La nascita dello Stato islamico

terrorismodi Ferdinando Imposimato

Negli ultimi decenni un governo mondiale invisibile, ma reale e concreto, muove le fila dei governi nazionali, dei centri di potere economico e militare, e, con media subalterni, alimenta il terrorismo. E lo fa per giustificare nuove guerre per un nuovo ordine planetario contro Stati detentori di risorse energetiche, per stravolgere le costituzioni e giustificare interventi militari di grandi potenze in aree strategiche del pianeta. Emblematica è stata la guerra all’Iraq del 2003 di Usa, Gran Bretagna e Francia: non fu guerra contro il terrorismo di Saddam Hussein, ma di conquista. Non fu effetto dell’11 settembre 2001 in quanto fu decisa prima dell’attacco alle torri gemelle. Ed è stata proprio quella guerra la causa della crisi e del dilagare del terrorismo nel mondo1.

L’attacco all’Iraq per una lotta al terrorismo fu smentito dopo decenni sia dall’ex presidente George Bush sia da Tony Blair, che hanno ammesso «l’errore». Il 2 dicembre 2008, Bush, in un’intervista alla rete tv ABC, ammise l’errore della guerra all’Iraq, «viziata da informazioni di servizi di intelligence infondate» sulla presenza di armi di distruzione di massa in Iraq.

Oggi sappiamo con certezza che sono stati ammazzati in Iraq più di un milione di civili, è stato bruciato più di un trilione di dollari e la crisi economica che sconvolge il mondo intero è la tragica conseguenza di una guerra ingiusta spacciata per lotta al terrorismo. In Iraq non c’erano armi di distruzione di massa.

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