9 novembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Quando il complesso militare-industriale diventa una risorsa

Trumpdi Rino Genovese

Naturalmente ci sono già, nel populismo che si agita dalle nostre parti (e che esito ancora a definire “di sinistra” postulando che il populismo, alla fine, sia sempre di destra), quelli che si compiacciono della vittoria di Trump. Beppe Grillo, del resto, ha esultato e ha già detto la sua, vomitando il solito cumulo di contumelie, in particolare contro gli intellettuali rei di non avere capito nulla.

Invece alcuni di noi, pur non volendoci credere fino in fondo per una sorta d’intemerata speranza, l’avevano messa nel conto una vittoria di Trump. La ragione è semplice: Clinton era una candidata che non andava, piena di debolezze (da ultimo anche fisiche), un prodotto dell’establishment; laddove ci sarebbe voluto, avrebbe avuto maggiore capacità di contrasto, il più limpido Sanders, in grado di raccogliere gli umori popolari senza lasciarli scadere in torva demagogia. Ma tant’è: Clinton è stato il risultato delle “primarie”, predilette da molti come modello di scelta da parte dell’elettorato, e però una modalità di costruzione della candidatura in cui chi ha più mezzi finanziari, o ha già le mani in pasta, ha pressoché la vittoria in tasca.

C’era stata, è vero, l’eccezione di Obama, che aveva saputo conquistarsi il consenso poco a poco, e proprio contro una Clinton allora perfino più in forma; ma l’America profonda ha reagito a questo suo presidente nero: le numerose uccisioni di giovani di colore, spesso freddati dalla polizia senza un perché, vanno ascritte al razzismo sotterraneo e di superficie che da sempre percorre l’America (stavo per scrivere le Americhe). Sia onore a Obama, comunque, uno dei migliori presidenti della storia degli Stati Uniti – di cui, nel momento della sconfitta finale, non vogliamo ricordare i piccoli grandi misfatti (come gli “omicidi mirati” che non risolvono nulla e acuiscono gli odi), ma le grandi aperture interne ed esterne, il tentativo di mettere su una sanità pubblica degna del nome, il processo di distensione con l’Iran, da ultimo il viaggio a Cuba (che di certo non avrà giovato alla campagna elettorale democratica, visto il risultato della Florida, uno Stato pieno di esuli anticastristi).

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