Quando il complesso militare-industriale diventa una risorsa

Trumpdi Rino Genovese

Naturalmente ci sono già, nel populismo che si agita dalle nostre parti (e che esito ancora a definire “di sinistra” postulando che il populismo, alla fine, sia sempre di destra), quelli che si compiacciono della vittoria di Trump. Beppe Grillo, del resto, ha esultato e ha già detto la sua, vomitando il solito cumulo di contumelie, in particolare contro gli intellettuali rei di non avere capito nulla.

Invece alcuni di noi, pur non volendoci credere fino in fondo per una sorta d’intemerata speranza, l’avevano messa nel conto una vittoria di Trump. La ragione è semplice: Clinton era una candidata che non andava, piena di debolezze (da ultimo anche fisiche), un prodotto dell’establishment; laddove ci sarebbe voluto, avrebbe avuto maggiore capacità di contrasto, il più limpido Sanders, in grado di raccogliere gli umori popolari senza lasciarli scadere in torva demagogia. Ma tant’è: Clinton è stato il risultato delle “primarie”, predilette da molti come modello di scelta da parte dell’elettorato, e però una modalità di costruzione della candidatura in cui chi ha più mezzi finanziari, o ha già le mani in pasta, ha pressoché la vittoria in tasca.

C’era stata, è vero, l’eccezione di Obama, che aveva saputo conquistarsi il consenso poco a poco, e proprio contro una Clinton allora perfino più in forma; ma l’America profonda ha reagito a questo suo presidente nero: le numerose uccisioni di giovani di colore, spesso freddati dalla polizia senza un perché, vanno ascritte al razzismo sotterraneo e di superficie che da sempre percorre l’America (stavo per scrivere le Americhe). Sia onore a Obama, comunque, uno dei migliori presidenti della storia degli Stati Uniti – di cui, nel momento della sconfitta finale, non vogliamo ricordare i piccoli grandi misfatti (come gli “omicidi mirati” che non risolvono nulla e acuiscono gli odi), ma le grandi aperture interne ed esterne, il tentativo di mettere su una sanità pubblica degna del nome, il processo di distensione con l’Iran, da ultimo il viaggio a Cuba (che di certo non avrà giovato alla campagna elettorale democratica, visto il risultato della Florida, uno Stato pieno di esuli anticastristi).

Ora che cosa accadrà? In un’intervista rilasciata poco prima delle elezioni americane, Pepe Mujica, il mitico ex presidente uruguaiano, ha detto con chiarezza perché non bisogna preoccuparsi più di tanto di una vittoria di Trump: perché un presidente, soprattutto negli Stati Uniti, può poco. Ovviamente ci sarà da temere per la sorte delle riforme introdotte da Obama all’interno, ma, dopotutto, il complesso militare-industriale, di cui parlava Eisenhower, è sempre là dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi: ed è lui che fa il tempo, bello o cattivo che sia. In più, se la crisi della politica è una realtà di cui i leader populisti sono la spia, essi, come dice il nostro amico Mario Pezzella, “abbaiano molto e mordono poco”: se infatti la crisi della politica, la sua crescente impotenza, li crea, poi è proprio questa impotenza a riverberarsi su di loro e a impantanarli.

Il percorso per spezzare il circolo vizioso sarà in ogni caso lungo e difficile. È a una sinistra completamente rinnovata che toccherà di proporre un’uscita dalla crisi, ricomponendo il proprio fronte, ricominciando – già da domani negli Stati Uniti – a fare proposte concrete che mostrino come non sia prendendosela con gli immigrati che si sfugge alla de-localizzazione delle imprese, per esempio, ma colpendo gli interessi di quel grumo di potere fuori da qualsiasi controllo democratico che sono le famigerate multinazionali.

Non è affidando la guida della più importante democrazia occidentale a un magnate sessista e vanesio che si risolvono i problemi: noi, di cui Grillo direbbe che non capiamo nulla, l’avevamo sostenuto già anni fa che il berlusconismo italiano avrebbe fatto scuola (del resto a suo modo l’aveva capito lo stesso Casaleggio, anche lui imprenditore, oltre che guru, passato alla politica con movenza berlusconiana rovesciata). Come accadde con il fascismo – un’invenzione di successo –, così in fatto di populismo del ventunesimo secolo gli italiani potranno rivendicare il loro giusto primato.

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