6 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Appena fuori. Diario cinematografico (VI)

Get Outdi Antonio Tricomi

Zhang Yimou, The Great Wall (4 marzo 2017)

Ma quando comincia il film? Sono quasi due ore che qui si va avanti con il promo del nuovo giochino per la PlayStation. Pensavo d’essere venuto al cinema, non in un punto vendita della Sony.

Paul Verhoeven, Elle (3 aprile 2017)

Questo dunque sarebbe il film capace (nell’ordine) di: rifondare lo sfinito cinema d’autore; regalarci un ritratto della cinica borghesia contemporanea che sa riattualizzare o mettere a frutto la lezione tanto di Jean Renoir quanto di Claude Chabrol; rivitalizzare l’ormai solo ripetitiva commedia nera; risollevare il moribondo thriller all’europea. Certo, come no. E magari anche in grado (già che c’è) di: preparare l’insalata russa o la crème brûlée; rendere socialmente presentabili i capelli di Donald Trump o i film di Walter Veltroni.

Ma per favore! La profondità di pensiero, la visione del mondo e – in particolare – della donna, dei rapporti umani, del sesso, la complessità psicologica dei personaggi e la loro tenuta drammaturgica sono le medesime che si potevano riscontrare in Basic Instinct. Il quale, in confronto, si rivela un film ben più riuscito, perché esibisce, invece di mistificare, la consueta ispirazione del suo autore: un adolescenziale gusto, solo morboso, per una trasgressione banalmente intesa quale sadomasochistica sottomissione del desiderio maschile alla supposta carica irrefrenabilmente omoerotica di un godimento femminile intriso di smanie distruttive e autodistruttive, fantasie di stupro ed incesto, ciniche o intellettualmente raffinate impudicizie varie. Insomma, un distillato di puro maschilismo coi brufoli.

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3 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Sempre a Napoli, nel 1799

Ermanno Readi Antonio Tricomi

Si sa quali tesi Raffaele La Capria affidi nel 1986 all’Armonia perduta, libro che egli stesso reputa «una mitografia conoscitiva» volta a cogliere «non una verità storica» ma «una verità poetica», presentandosi come «una fiction», più che «un saggio», in cui l’autore ripercorre «la storia di Napoli» anzitutto per raccontare la propria «storia interiore», il «poetico litigio» tra lui e la sua città d’origine. Che gli sembra, come altre, «una città della decadenza, una di quelle città dove per ragioni note o misteriose ad un certo momento la storia si è fermata». Circostanza a parer suo verificatasi nel 1799, l’anno («sanguinoso») della rivoluzione (fallita). Fu allora, sostiene La Capria, che «l’immagine della “città interiore”», serbata da ogni napoletano, venne «lacerata», per cui «si ruppe la spirituale armonia che la reggeva» e apparve «condannata a morte o bandita per sempre la classe e la cultura grande borghese che la legava all’Europa». Napoli diventò il feudo di una piccola borghesia «dominata dalla paura della plebe» e propensa, «per restaurare ad ogni costo l’armonia perduta o solo sognata», a «recitarla», a costruire «una forma di civiltà fondata sulla Recita Collettiva». A dar vita, cioè, a quanto lo scrittore definisce «napoletanità», ossia «una manieristica», ipocrita «riduzione piccolo borghese della civiltà precedente» in grado di determinare il profilo identitario della città sino alla metà del secolo scorso e, anzi, sino a oggi, giacché «la piccola sparuta borghesia napoletana scampata ai massacri del ’99» riuscì ad «addomesticare la grande plebe numericamente sovrastante che l’assediava», convertendo «il feroce plebeo dei giorni della rivoluzione nel bonario personaggio che vediamo nelle commedie di De Filippo». E seppe raggiungeretale obiettivo anche perché abile a servirsi, stravolgendolo, del dialetto dei bassifondi, che «rese affabile e accattivante», che «cantò» e «diffuse in mille modi seducenti fino a incantare la plebe che a poco a poco diventò quella che quel dialetto le suggeriva di essere».

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14 novembre 2014
pubblicato da Il Ponte

Trent’anni dopo. Su «Diario napoletano» di Rosi e La Capria

Diario napoletanodi Mario Pezzella

Trent’anni dopo Mani sulla città, nel 1993, La Capria (sceneggiatore) e Rosi (regista) ne hanno girato un sequel documentario: la continuità è dichiarata fin dall’inizio, con una ripresa aerea di Napoli, che si ricollega a quella celebre del primo film1. L’immensa panoramica sulla speculazione edilizia vecchia e nuova si conclude alle Vele (allora non famose quanto oggi), dove atterriamo, per così dire, dalla visione d’insieme dell’elicottero.

Nella sequenza che segue, una fila di ragazzini lazzari e plebei, dediti allo spaccio e al furto, sono interrogati da un poliziotto, con fare civile, quasi da assistente sociale. Tra l’interrogante e gli inquisiti c’è un abisso incolmabile di incomprensione. Alla sollecitudine illuminista dell’uomo della legge, gli altri rispondono con frasi fatte, evidentemente prefabbricate, senza nascondere l’aria di scherno stampata in faccia. Ripetono i loro clichés difensivi, con tono di sfida (quasi a dire: vediamo se sei così fesso da crederci; un po’ come i “selvaggi” Dogon che – secondo M. Griaule – recitavano la sceneggiata etnologica, attesa e richiesta dall’“esperto” occidentale). Non usano la lingua per comunicare: il loro dialetto vagamente italianizzato è una concessione derisoria alle istituzioni, ma è soprattutto la maschera del loro silenzio reale, di fronte al poliziotto “buono”, per loro irriducibilmente estraneo. Più delle parole dice la fisiognomica dei volti. Rosi li riprende in primo piano, uno dopo l’altro, accomunati da una lontananza inespressiva, da una remota radice, difesa arcaica e indifferente a ciò che sta avvenendo. Pietrificati in assenza di storia, come immersi in un mimetismo inconsapevole con l’ambiente, che li renda invisibili ai colpi predatori.

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10 novembre 2014
pubblicato da Il Ponte

La plebe e l’armonia perduta di Raffaele La Capria

Raffaele La Capriadi Mario Pezzella

«Sotto le amene apparenze Napoli è stata sempre, per me, Natura primordiale e indomabile in contrasto con una plurisecolare Storia irredimibile; e questo contrasto è assurto in me a valore di simbolo…»1. È un mito quello che si esprime in queste parole di La Capria, comune a molti intellettuali napoletani della sua generazione: in effetti egli chiede di valutarne l’oggettività poetica, non quella storica. Non sempre però è facile separare radicalmente le due cose: anche a livello fantastico, perché la storia di Napoli sarebbe più irredimibile di quella di Auschwitz o di Dresda? Perché la natura sarebbe più indomabile che al Cairo o a Città del Messico? La città – afferma La Capria – è stata tagliata fuori dal progresso del capitalismo moderno, che si è realizzato almeno in parte nell’Italia del Nord: questa storia dimezzata è però comune a larga parte del mondo e alle stesse periferie delle metropoli europee. Non è dunque qui che può essere cercata una “specificità” napoletana.

Ciò non toglie che quel mito abbia una sua validità oggettiva: come immaginario collettivo e fantasma di ciò che si pensa di essere, o anche come un modo di esprimere, forse di estetizzare, i propri conflitti. Esso fa parte di quella stessa napoletanità che La Capria ha descritto così bene, ne costituisce anzi il sostrato e la giustificazione più profonda: dopo il trauma storico della rivoluzione fallita del 1799, «Napoli diventò la città della piccola borghesia, una piccola borghesia dominata dalla paura della plebe, che per restaurare ad ogni costo l’armonia perduta o solo sognata, si mise a recitarla, e così creò a poco a poco una forma di civiltà fondata sulla recita collettiva»2. Questa lacerazione profonda tra la plebe e la borghesia appartiene alla storia: mentre quella tra “natura” e “cultura” ne è già la fabulazione mitizzata.

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