24 settembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

I diari di Bruno Trentin

Bruno Trentindi Rino Genovese

Sono di grande interesse i Diari 1988-1994 di Bruno Trentin, a cura di Iginio Ariemma (Roma, Ediesse, 2017), sia per il periodo in cui furono scritti – quello del crollo dell’Unione Sovietica e della fine non troppo gloriosa del Pci – sia per la personalità che ne emerge: non soltanto quella di un intellettuale prestato alla politica e al lavoro sindacale (un po’ come il suo amico Vittorio Foa) ma di un appassionato di scalate e passeggiate in montagna. Trentin era un uomo fisicamente molto prestante che amava tenersi in forma e faceva dell’attività sportiva, come del giardinaggio nella sua casa di Amelia, un  tonificante rimedio alle delusioni dell’impegno quotidiano che in quegli anni lo vide al vertice della Cgil.

Certo non dev’essere stato facile, per lui che da giovane aveva preso parte a un’esperienza fallimentare come quella del Partito d’azione, dover constatare che anche il Partito comunista, dopo una settantina d’anni di una vita che era parsa immortale, stava malamente evaporando. Però il suo socialismo ebbe sempre una matrice differente da quella burocratico-autoritaria, ancorché corretta dalla lezione gramsciana, tipica del Pci. Si può dire che Trentin sia stato un socialista libertario a bordo del comunismo come su una scialuppa nei marosi del Novecento. Ma, invece della riva – che, con la fine dell’illusione sovietica, sarebbe potuta essere quella di un socialismo diverso –, egli vide con qualche disperazione allontanarsi l’approdo. Sarebbe stato altra cosa il Partito democratico della sinistra nato dal Pci se, anziché chiamarsi così, avesse preso il nome di Partito del lavoro, come Trentin aveva proposto? Sarebbe potuto esserci un post-Pci non rinunciatario in materia di socialismo, capace di una sua specificità nel panorama delle ormai sfasate socialdemocrazie europee?

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21 agosto 2015
pubblicato da Il Ponte

Per l’abolizione del carcere

carceredi Luigi Manconi, Stefano Anastasia

“L’esistenza stessa di un sistema penale induce a trascurare la pensabilità di soluzioni alternative e a dimenticare che le istituzioni sono convenzioni sociali che non rispondono a un ordine naturale”1. Il primo mito da sfatare per chi voglia sostenere la ragionevole proposta dell’abolizione del carcere è quello secondo cui non se ne possa fare a meno perché è sempre esistito, perché – in qualche modo – connaturato all’animo umano e al modo di stare insieme delle sue contingenti incarnazioni. Non è così. Anzi. La storia del carcere come modalità punitiva è una storia relativamente recente, e ha a che fare con la modernità giuridica. Prima di allora, non che non esistessero luoghi di clausura, anche a fini di giustizia, ma avevano altri scopi, non quello di punire il condannato per un periodo di tempo più o meno lungo.

Nel nostro mondo, gli albori del diritto si è soliti farli risalire agli antichi romani, ai quali è possibile attribuire una prima compiuta sistemazione delle regole giuridiche e una complessa organizzazione giudiziaria. La cultura giuridica occidentale ancora non riesce a fare a meno di quanto pensarono, dissero e scrissero quegli uomini in toga. Secondo la raccolta delle opinioni dei più autorevoli giuristi romani che l’imperatore Giustiniano nel VI secolo dopo Cristo volle che fosse assemblata in quello che fu il primo codice del diritto occidentale, a Ulpiano – giureconsulto romano di tre secoli prima – dobbiamo la massima secondo cui il carcere nel diritto penale romano dovesse essere riservato esclusivamente a quella che oggi chiamiamo la custodia cautelare, e giammai essere applicato come punizione. Quando necessario, dunque, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della sentenza, si poteva restare confinati, per un limitato periodo di tempo, in un “recinto” (questo il significato letterale della parola latina carcer), come quello di cui a Roma restano le vestigia, proprio sotto il Campidoglio: il Carcere Mamertino.

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29 maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

L’ipotesi peggiore? Quella di Migliore

di Rino Genovese

Gennaro MiglioreChe Stefano Fassina, in un’intervista post-elettorale, salti sul carro del vincitore, sia pure con stile, passi, era previsto. Ammesso che ci sia mai stata una sinistra interna al Pd – come corrente organizzata, intendo, e non come una sommatoria di personalità tra loro molto differenti –, è del tutto nelle cose che di fronte a un risultato imponente come quello ottenuto da Renzi (a conferma della sua abilità, non di una linea politica) un esponente della minoranza si adegui e cominci magari a riflettere su che cosa ottenerne in cambio, visto che nella pura tradizione democristiana il nemico vinto può, e anzi deve, essere riciclato più che rottamato. Se a qualche personaggio del passato Renzi andrebbe paragonato, questi potrebbe essere Fanfani che, a suo tempo, di dinamismo ne aveva da vendere (e realizzò anche qualche effettiva riforma, come ricorda Vittorio Foa in Questo Novecento); peccato però che la sua vocazione semiautoritaria, o gaullista, dovette sempre fare i conti con i potentati dc che a un certo punto lo misero da parte. Che possa toccare a Renzi una sorte del genere, sembra invece piuttosto improbabile proprio per la inconsistenza delle non-correnti interne al Pd.

Ma quello che non si comprende, o addirittura è stupefacente, è come Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera di Sel – stiamo parlando di un partito di opposizione – possa pensare di proporre un’unificazione con il Pd in queste condizioni. Anche ammesso che Migliore riuscisse a portarsi dietro l’intero suo piccolo partito, questo non sarebbe altro che un minuscolo ingrediente, un po’ di prezzemolo, all’interno del grande minestrone centrista che Renzi sta preparando. E come si potrebbe essere oggi a sinistra – stiamo parlando di una sinistra senza aggettivi, né moderata né radicale – dentro un calderone la cui nota dominante appare sempre più democristiana con accenti leaderistico-berlusconiani, rinunciando così a qualsiasi autonomia organizzativa? Questo di Migliore non è opportunismo – che dalla sua può avere anche una certa machiavellica grandezza –, è solo cretinismo: entrare in un partito e non contare nulla. O meglio: contare solo il breve spazio di una stagione parlamentare come quella che ora si apre, per fare delle riforme costituzionali di cui non c’è alcun vero bisogno e una legge elettorale che, stando alla proposta, è pessima, a rischio d’incostituzionalità quanto la precedente… No, non ci siamo proprio, caro Migliore.