Intanto in Francia… (2)

di Rino Genovese

FranciaUno dei problemi aperti del socialismo contemporaneo – ammesso che ve ne sia uno – è la questione del multiculturalismo (che io preferisco chiamare dell’ibridazione culturale per sottolineare il suo carattere caotico, di ribollente calderone in cui si rimestano usi e costumi differenti spesso in contrasto tra loro). Il socialismo tradizionale, quello di matrice ottocentesca, non conosceva una difficoltà del genere. Le sue origini piuttosto omogenee, intellettuali e operaie, le sue rivendicazioni, le sue politiche di ridistribuzione del reddito, eludevano il problema; anzi spesso si giovarono del colonialismo, del surplus che ne derivava per la metropoli. Soltanto nella variante social-rivoluzionaria – e anche qua sotto uno stretto universalismo che negava come fondamentale la diversità delle culture –, con il passaggio dalla nozione di lotta di classe a quella di lotta per la liberazione nazionale entro una teoria dell’imperialismo, il nodo del colonialismo è stato affrontato, sfuggendo alla hybris che permetteva ancora a Marx di dire che la dominazione britannica in India era un momento di progresso, perché così si sarebbe impiantata una classe operaia in quel paese.

Nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti. I figli e i nipoti dei colonizzati, in una sorta di “colonialismo a domicilio”, si sono stabiliti e si vanno stabilendo nell’Occidente opulento. In questa situazione – in cui xenofobia e razzismo, magari sottotraccia, formano il sostrato delle più o meno presunte identità culturali, che si formano di rimbalzo nell’ibridazione – la Francia tende ad appigliarsi al suo vecchio spirito repubblicano, che nega in radice la varietà delle culture, e giocoforza di comunità differenti, nel mondo sociale odierno. Uno come Valls (e in precedenza Sarkozy) che ha fatto della legge repubblicana l’ideologia capace di giustificare il vero e proprio diniego del riconoscimento attuato da certe politiche di espulsione, non fa altro che sottostare, attizzandoli, agli umori di quella xenofobia, impastata con il risentimento nei confronti del diverso. Un certo socialismo di vecchia data, puramente universalistico e “repubblicano”, è sprovvisto dei mezzi concettuali per trattare questi temi (e leggi come la proibizione dei segni religiosi nello spazio pubblico, votate anche dai socialisti, lo provano in modo definitivo). Può arrivare – sull’onda lunga dell’affare Dreyfus – a porre il divieto agli spettacoli di un comico populista e antisemita (peggiore di Grillo, quindi), come ha fatto Valls da ministro dell’interno con il plauso della comunità ebraica; ma non può considerare – perché gli sarebbe estraneo, e perché elettoralmente non pagherebbe – che una rottura dei comunitarismi contemporanei può venire soltanto dal loro interno, da un’evoluzione dei costumi e dall’integrazione economica e sociale degli individui.

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