28 Dicembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Crisi italiana in arrivo o minaccia di una seconda crisi dell’Euro

pierre moscovicidi Winfried Wolf

I titoloni dei giornali di questi giorni suonano Il debito italiano allarma la Ue – cosí la «Sueddeutsche Zeitung» del 19 ottobre, già in prima pagina. Esperti finanziari avanzano argomentazioni offensive nei confronti di Roma; Clemens Fuest, presidente dell’«Istituto Ifo» di Monaco parla sull’«Handelsblatt» del 14 ottobre del paziente italiano, e si dichiara favorevole «all’isolamento finanziario dell’Italia». Si tratterebbe ora di «mantenere la stabilità finanziaria almeno nel resto dell’Europa in caso di fallimento dello Stato italiano». E il commissario Ue, Pierre Moscovici, agisce in maniera estremamente aggressiva: il 19 ottobre indirizzava al governo italiano una “lettera di fuoco” in cui sosteneva che Roma avrebbe «trasgredito le regole della Ue sul debito in una misura mai precedentemente verificatasi».

Sono solo stupidaggini e al tempo stesso creazione di panico, che può effettivamente condurre a un panico finanziario. È pur vero che il debito pubblico italiano è alto. Commisurato al Pil segna il 130% (o anche: l’intero debito pubblico italiano è di un buon 30% maggiore del Pil attuale del paese). È anche esatto che l’Ue aveva concordato per questa quota di debito un limite del 60%. Eppure tale asticella viene abbattuta da quasi tutti i paesi dell’eurozona, recentemente perfino dalla Germania. E, soprattutto, ci sono grandi paesi dell’Ue, come la Francia e la Spagna, il cui debito è ormai arrivato al 100% del Pil e che, dunque, al presente cozzano contro il “criterio Maastricht”. Se si osserva il grafico dell’evoluzione delle quote di debito, appaiono chiare tre cose: 1) nel 2006 – prima della grande crisi – c’era una differenza tra i paesi piú indebitati e quelli che lo erano di meno che di solito si aggirava sui 35 punti percentuali; le quote di indebitamento dei paesi meno indebitati si aggiravano sul 60-70% (nel caso della Spagna perfino del 40%); quelle dei paesi piú indebitati, Italia e Grecia, avevano una quota vicina al 100%. Oggi questa differenza è di circa 40 punti percentuali.

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28 Gennaio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Intervenire in Libia?

Roberta Pinottidi Rino Genovese

“Il ruolo di guida nella missione libica ci viene riconosciuto perché siamo fra i Paesi che hanno qualcosa da dire”: così Roberta Pinotti, ministro della difesa, in un’intervista al Corriere della sera. Che cosa ha da dire l’Italia sulla Libia? Che cosa ha detto negli ultimi anni, in particolare dal 2011 a oggi, e nel passato cosa ha detto?

Un secolo fa la Libia era la terra promessa della “grande proletaria” che cominciava appena a muoversi nell’ambito delle potenze coloniali dell’epoca. Successivamente fu la base dei primi esperimenti fascisti di sterminio di massa: l’Italia, in terra nordafricana, si presentò con i nomi di De Bono, Graziani, Badoglio, nessuno dei quali mai processato come criminale di guerra. Tutt’altra musica, naturalmente, dopo Gheddafi e il suo colpo di Stato. La Libia diviene allora un partner per ottimi affari (il petrolio, certo, ma non solo): e poco importa che il dittatore libico, sotto la veste antimperialista, sia uno spietato autocrate tribale. Il berlusconismo di governo, soprattutto, gli fa ponti d’oro, salvo poi abbandonarlo quando ha inizio la rivolta…

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25 Dicembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Forse il peggiore

Hollandedi Rino Genovese

È piuttosto grave quello che sta accadendo in Francia dopo il 13 novembre. Un presidente debole, inconsistente, a questo punto forse il peggiore di una Quinta repubblica che pure ne ha visti di pessimi, ossessionato dalla probabile esclusione al secondo turno delle presidenziali nel 2017 – in cui l’unica speranza di rielezione starebbe nel ritrovarsi allo spareggio finale contro Marine Le Pen, riuscendo a convogliare su di sé i voti “repubblicani” –, il mediocre politicante che aveva promesso di lasciare il posto a un altro candidato se avesse fallito nella lotta alla disoccupazione (e la disoccupazione non è per nulla diminuita), sta cercando di cavalcare gli attentati e la paura dei francesi per rilanciarsi come competitore a destra. Non mi riferisco alla proposta di inserire nella costituzione la norma sullo stato di emergenza – una versione francese del Diktaturparagraph, l’articolo 48 della Costituzione di Weimar che permise a Hitler di instaurare il proprio potere per via legale –, o non soltanto a questa (deprecabile ma che sarebbe addirittura il meno, una volta che ci si senta sicuri del fatto che la solidità della democrazia ha espulso da sé il pericolo della dittatura), quanto piuttosto alla volontà d’introdurre nell’ordinamento la “decadenza dalla nazionalità” ai danni di quei francesi condannati per terrorismo che abbiano una doppia cittadinanza. Ora, chi sono questi cittadini che, pur nati in Francia, hanno una doppia nazionalità? Al novanta per cento sono i figli dell’immigrazione post-coloniale. In questo modo, nella République dotata della civiltà dello ius soli, per cui chi nasce sul territorio francese è per ciò stesso francese, si verrebbe a creare un cittadino di serie B, che può decadere, rispetto a uno di serie A che non lo può. Non c’è che dire, una bella declinazione del principio di eguaglianza davanti alla legge.

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18 Dicembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Sulla trasformazione della violenza

violenzadi Rino Genovese

Ci fu un tempo in cui la violenza, “levatrice della storia”, parve essere uno mezzo di emancipazione. È l’epoca in cui – dalla Rivoluzione francese, incluse le guerre napoleoniche, giù giù fino all’Ottobre sovietico e ai movimenti di liberazione dal colonialismo nei paesi del Terzo mondo – un uso della forza di matrice giacobina viene di volta in volta proposto e riproposto come strumento di progresso. Sorel, all’inizio del Novecento, ne è stato un grande sostenitore con la sua polemica contro il socialismo parlamentare e il mito dello “sciopero generale” (comunque più distruzione di cose che di esseri umani). Dopo la catastrofe delle due guerre mondiali qualcosa cambia: si comincia a dubitare della validità della violenza. Un dibattito si ebbe in Francia durante la guerra d’Algeria, quando il Fronte nazionale di liberazione metteva le bombe nei caffè e, dall’altro lato, si torturava in modo sistematico. Era non diciamo moralmente lecito ma politicamente produttivo arrivare a un simile imbarbarimento? La storia successiva – con la cattiva coscienza francese riguardo alla tortura in Algeria e il passaggio della violenza dalla matrice giacobina, così ancora nella teorizzazione di un Fanon, a quella islamista – si è incaricata di far piazza pulita di quel dibattito. Oggi in Siria il regime di Assad tortura e usa le armi chimiche contro la sua stessa popolazione; d’altro canto si assiste alle esecuzioni con relativa messinscena a uso mediatico da parte dell’islamismo radicale. L’impasse è conclamata. La violenza più brutale si avvita semplicemente su se stessa.

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16 Dicembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Il naufragio della «modernità» del capitalismo

naufragiodi Lanfranco Binni

Ormai siamo ai bollettini di guerra, di una guerra postmoderna in cui implode il cortocircuito tra «antico» e «moderno», tra mezzi convenzionali (i bombardamenti, il terrorismo, le rappresaglie, la propaganda, la disinformazione) e nuove tecnologie di distruzione (le campagne di comunicazione, i nuovi armamenti hi-tech). Dietro la «strategia del caos», della guerra di tutti contro tutti (dalla geopolitica all’esercizio quotidiano del dominio di potere sulle singole esistenze), un lucido e «antico» disegno di natura esclusivamente economica: la tenace resistenza del modo di produzione capitalistico alla crisi del suo insostenibile «modello di sviluppo» che sta devastando il pianeta. Le devastazioni strutturali, in nome delle necessità dei mercati finanziari (l’«uovo del serpente»), procedono in stretto rapporto con devastazioni politico-culturali sempre più rabbiose: la supremazia indiscutibile (da non mettere in discussione) della «civiltà» dell’imperialismo occidentale, lo svuotamento della democrazia formale a cui contrapporre i «valori» della predazione economica e del consumo forzato di merci, del malthusianesimo, della xenofobia, la divisione profonda tra le vittime della guerra economica e militare, schierate come complici subalterni e «rifiuti» da schiacciare.

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13 Aprile 2015
pubblicato da Il Ponte

Il tripartitismo francese

tripartitismo francesedi Vincenzo Accattatis

Il partito socialista francese è allo sbando. Il presidente, François Hollande, da socialista è divenuto socialdemocratico, poi liberale. Il capo del governo, Manuel Valls, con disinvoltura si serve della normativa gollista per imporre in parlamento le scelte liberiste, giustamente deplorate da tutta la sinistra francese (quel che ne resta).

Nelle recenti elezioni locali, il Front National non ha conquistato dipartimenti, ma, ciò nonostante, ha allargato il suo consenso nel paese, e certamente sarà il secondo partito nelle elezioni presidenziali del 2017.

Dell’Ump, che, in coalizione con due partiti di centro, ha vinto nelle stesse recenti elezioni locali, è facile trattare. Basta fare l’elenco dei molti affaires nei quali è stato, o è, coinvolto il suo leader, Nicolas Sarkozy: 1) Woerth-Bettencourt, terminato in non-lieu («proscioglimento») il 7 ottobre 2013; 2) Gheddafi, processo in corso; 3) Tapie-Crédit lyonnais (in cui è coinvolta anche Christine Lagarde), processo in corso; 4) affaire dei sondaggi all’Eliseo, processo in corso; 5) Bygmalion, processo in corso; 6) Azibert, con Sarkozy sottoposto il 2 luglio 2014 a garde à vue per 15 ore, processo in corso. Questo il personaggio, che sarebbe destinato a diventare di nuovo presidente nel 2017, con gioia dei giornalisti liberali italiani. In questo contesto la «resistibile», o irresistibile, ascesa di Marine Le Pen (The resistibile rise of Marine Le Pen, «The Economist», 14.03.2015).

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10 Gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Parigi tra terrorismo e unità nazionale

Parigidi Rino Genovese

Sono state le prime parole di Hollande dopo la strage di mercoledì 7 gennaio: ci vuole l’unità nazionale. E le organizzazioni sindacali, i partiti politici, un insieme di sigle della cosiddetta società civile, si sono affrettate a indire una manifestazione per domenica 11 – ancor prima che la tragica vicenda fosse conclusa, prima che si sapesse che il “terzo uomo”, quello che aveva ucciso a caso una poliziotta, stesse per prendere in ostaggio un imprecisato numero di clienti in un negozio ebraico. Da Place de la République a Nation: strano corteo, che vedrà sfilare il presidente e il suo avversario Sarkozy, i socialisti e i comunisti e i verdi, mentre si discute se non sia stato un errore lo sgarbo fatto a Marine Le Pen non invitandola, regalandole così l’unico posto libero fuori dal “sistema”. A questo punto, certo che lo è. Se si tratta di celebrare i valori repubblicani, di esaltare il bene indiscutibile della libertà di stampa e così via, tutti possono essere invitati. Anche i razzisti. Anche l’ex ministro dell’interno (Sarkozy, appunto) che, per calcolo elettorale, proclamava una decina di anni fa di voler ripulire le periferie con il bidone aspiratutto.

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15 Ottobre 2014
pubblicato da Il Ponte

Il mondo va pazzo per il Medio Oriente

Medio Orientedi Gian Paolo Calchi Novati

In occasione del centenario della Grande guerra i potenti della Terra pronunciarono pressoché all’unanimità un mea culpa postumo. Anche a costo, come lamentarono alcuni storici, di rimuovere o sminuire le cause profonde del conflitto, i disegni e gli interessi degli Stati, persino i sentimenti spontanei o indotti dei popoli (che alla fine pagarono il prezzo piú alto). Passarono solo poche settimane e si poté verificare che era stato solo uno sfoggio di retorica. La guerra resta la sola “arma” – è proprio il caso di usare questo termine – a cui pensano i governi e di cui apparentemente dispone la diplomazia. Nel suo insieme, l’intervento dell’Occidente nell’area Medio Oriente-Nordafrica di questi anni ha contribuito soprattutto ad attizzare un’inarrestabile escalation di violenza e destabilizzazione. Eppure Barack Obama, un democratico in fama di liberal, il piú “terzomondiale” dei presidenti americani per nascita ed esperienze di vita, non fa altro che ordinare di accendere i motori. La stampa finge di ragionare ma gli opinion leaders arrivano alle stesse conclusioni. Solo la Chiesa cattolica ha mantenuto una sostanziale coerenza lungo la traiettoria interpretativa dell’«inutile strage». Non per niente papa Francesco, da Piazza San Pietro, ha evocato l’immagine di una terza guerra mondiale e a Redipuglia ha definito la guerra «una follia».

I fronti caldi sono disseminati in un teatro che si estende su tre continenti dall’Europa orientale all’Asia passando per le Afriche. I soggetti coinvolti e i motivi del contendere sono diversi e non necessariamente legati fra di loro. Nessuno dei molti focolai attivi mina di per sé l’ordine internazionale. Ma ognuno di essi è la manifestazione di tendenze profonde e di lungo periodo che incidono sul sistema internazionale nel suo complesso. Dopo la fine del bipolarismo non esiste un antagonismo precisabile a livello globale, sebbene gli Stati Uniti abbiano creduto di veder riprodotto uno schema duale, piú congeniale alla strategia di una nazione “indispensabile” votata al ruolo di potenza egemone e di gendarme, identificandolo, a seconda delle circostanze e dell’evoluzione degli eventi, nella sfida del terrorismo internazionale o nelle ambizioni imperiali della Russia. L’ineluttabile confronto con il gigantismo della Cina è lasciato sullo sfondo. Il Medio Oriente, sempre piú nella variante di Grande Medio Oriente, occupa una posizione centrale non solo per ragioni di geopolitica – al crocevia com’è di tre continenti – ma perché con esso si connettono in un senso o nell’altro le varie cause globali (il jihadismo, l’energia, il riarmo nucleare).

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4 Aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Intanto in Francia… (2)

di Rino Genovese

FranciaUno dei problemi aperti del socialismo contemporaneo – ammesso che ve ne sia uno – è la questione del multiculturalismo (che io preferisco chiamare dell’ibridazione culturale per sottolineare il suo carattere caotico, di ribollente calderone in cui si rimestano usi e costumi differenti spesso in contrasto tra loro). Il socialismo tradizionale, quello di matrice ottocentesca, non conosceva una difficoltà del genere. Le sue origini piuttosto omogenee, intellettuali e operaie, le sue rivendicazioni, le sue politiche di ridistribuzione del reddito, eludevano il problema; anzi spesso si giovarono del colonialismo, del surplus che ne derivava per la metropoli. Soltanto nella variante social-rivoluzionaria – e anche qua sotto uno stretto universalismo che negava come fondamentale la diversità delle culture –, con il passaggio dalla nozione di lotta di classe a quella di lotta per la liberazione nazionale entro una teoria dell’imperialismo, il nodo del colonialismo è stato affrontato, sfuggendo alla hybris che permetteva ancora a Marx di dire che la dominazione britannica in India era un momento di progresso, perché così si sarebbe impiantata una classe operaia in quel paese.

Nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti. I figli e i nipoti dei colonizzati, in una sorta di “colonialismo a domicilio”, si sono stabiliti e si vanno stabilendo nell’Occidente opulento. In questa situazione – in cui xenofobia e razzismo, magari sottotraccia, formano il sostrato delle più o meno presunte identità culturali, che si formano di rimbalzo nell’ibridazione – la Francia tende ad appigliarsi al suo vecchio spirito repubblicano, che nega in radice la varietà delle culture, e giocoforza di comunità differenti, nel mondo sociale odierno. Uno come Valls (e in precedenza Sarkozy) che ha fatto della legge repubblicana l’ideologia capace di giustificare il vero e proprio diniego del riconoscimento attuato da certe politiche di espulsione, non fa altro che sottostare, attizzandoli, agli umori di quella xenofobia, impastata con il risentimento nei confronti del diverso. Un certo socialismo di vecchia data, puramente universalistico e “repubblicano”, è sprovvisto dei mezzi concettuali per trattare questi temi (e leggi come la proibizione dei segni religiosi nello spazio pubblico, votate anche dai socialisti, lo provano in modo definitivo). Può arrivare – sull’onda lunga dell’affare Dreyfus – a porre il divieto agli spettacoli di un comico populista e antisemita (peggiore di Grillo, quindi), come ha fatto Valls da ministro dell’interno con il plauso della comunità ebraica; ma non può considerare – perché gli sarebbe estraneo, e perché elettoralmente non pagherebbe – che una rottura dei comunitarismi contemporanei può venire soltanto dal loro interno, da un’evoluzione dei costumi e dall’integrazione economica e sociale degli individui.

3 Aprile 2014
pubblicato da Rino Genovese

Intanto in Francia…

di Rino Genovese

HollandeNessuno si attendeva quella “rottura con il capitalismo” annunciata, già ai suoi tempi soltanto propagandisticamente, da Mitterrand nel 1981. Però se i socialisti vanno al governo, in particolare nel difficilissimo frangente attuale, ci si aspetta che attuino politiche ridistributive e di riduzione della disoccupazione. Nessuna delle due cose è avvenuta, e il tasso di disoccupazione continua a crescere in Francia. Si direbbe che il presidente Hollande peggio di così non potesse fare. L’unica cosa che si sia inventato (a parte una legge sul primo impiego giovanile di debole efficacia) è un “patto di responsabilità” con gli imprenditori, che consiste molto semplicemente in una detassazione delle imprese finanziata dallo Stato con il taglio della spesa pubblica. Ma quale certezza c’è che i padroni, incassato lo sconto, usino i soldi per fare gli investimenti, creando nuova occupazione, anziché per andarsene in vacanza ai Caraibi? Senza considerare che la corrispettiva contrazione della spesa grava sui servizi pubblici (in Francia comunque ancora di qualità nettamente superiore a quelli italiani).

Hollande ha inquadrato la sua scelta in una “politica dell’offerta”: se si facilitano le condizioni dell’offerta di merci – questo il suo ragionamento – anche i consumi riprenderanno, tutta l’economia tornerà a girare, perché – la frase l’ho sentita con le mie orecchie – “è l’offerta che crea la domanda”. Ora, il presidente mi perdonerà, ma c’è da chiedersi dove abbia appreso una simile corbelleria. Certo, quando le cose vanno per il loro verso, nei periodi di vacche grasse, una proposizione come “è l’offerta che crea la domanda” un suo senso ce l’ha. Conosciamo bene il fenomeno: una politica di alti salari e di piena occupazione, la pubblicità sparata a zero sui mass media, una varietà di dentifrici, per dire, che promettono denti bianchissimi, il compratore non sa a chi credere, li prova tutti comprando tubetti a volontà e molto al di là di quanti davvero gliene servano… Così andavano le cose alcuni decenni fa. Ma oggi? Oggi che si stringe la cinghia, oggi che le stesse entrate pubblicitarie diminuiscono di fronte a una restrizione della domanda, la prima cosa da fare (c’è arrivato perfino Matteo Renzi, magari per via demagogica) è mettere un po’ di soldi in più nelle tasche dei lavoratori affinché l’economia possa ripartire. Questo significa intervenire dal lato della domanda, il contrario della politica dell’offerta voluta da Hollande.

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