24 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

De profundis

teofrastodi Massimo Jasonni

La parola nell’orizzonte culturale originario fu lógos, riproduzione della realtà entro di sé già esplicativa di un più vasto, e ben articolato, ordine fisico delle cose. Nella fase omerica, essa era stata mýthos: evocazione sacrale dell’eterna circolarità delle vicende non solo umane, ma più in generale biologiche. Il pensiero occidentale si dispose così, tra la poesia del mito e le ragioni della filosofia, alla volta di un dialogo tra gli uomini di per sé custode della superiore dimensione dell’Essere.

La parola era nata chiara e forte: coltivava in sé un significato domestico, ma non privato di sue proprie, e quanto fervide, polivalenze. La chiarezza veniva da un collegamento esplicito con i fenomeni naturali; la forza le avrebbe permesso di innervarsi nell’idea presocratica del nesso ineludibile che deve correre tra pensiero e mondo.

Per definire meglio questo motivo della certezza nella domesticità valgano due esempi, tra tante altre voci cui si potrebbe ricorrere nell’esame del vocabolario greco: óikos, da intendersi quale confine nazionale o, se si preferisce, barriera rappresentata dall’identità talora familiare, talora etico-politica1, ma anche come recinto dei polli. Il confine non avrebbe mai perso quel significato primigenio, pratico e ideale, semplice e complesso a un tempo. Analogamente charaktēr, che Giorgio Pasquali, in prefazione a Teofrasto, ci ricorda essere «conio», «punzone d’impronta» o «marchio», prima che carattere, natura e temperamento di un uomo2. Di questa orgogliosa genealogia dei nomi avrebbe disquisito il Socrate platonico nel Cratilo, sostenendo la naturalità e l’oggettività, non già, come i sofisti pretendevano, la convenzionalità del lógos3.

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5 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Un atto liberatorio

Michele Prosperodi Giorgio Cremaschi

Le elezioni hanno distrutto il quadro politico di centro-destra-sinistra che ha governato negli ultimi 25 anni amministrando tutte le politiche liberiste e di austerità targate Unione europea. Per quanto mi riguarda dunque non c’è niente da piangere: questo voto ripropone il messaggio del referendum costituzionale del 2016. Le elezioni del 2018 sono una sacrosanta punizione del potere, che fa scricchiolare la costruzione europea, che non a caso ha reagito con estrema cautela, visto che Merkel e alleati nel Parlamento italiano sono in minoranza. La sconfitta congiunta del Pd e di Berlusconi è un atto liberatorio, forse ancora non completamente dispiegato. Possono cadere ancora. Io avevo augurato al Pd di fare la fine del Pasok greco, non ci siamo ancora ma quel partito è su quella strada.

La protesta operaia e popolare non si è indirizzata verso LeU, identificato come qualcosa non differente dal Pd, e neppure verso Potere al Popolo, per altro in campo da tre mesi e censurato dai mass media. Il voto per mandare a casa il Pd e tutta la classe dirigente di questi anni si è quindi rivolto a quei partiti che più sembravano interpretare una moderata spinta antisistema, in grado di abolire le leggi più ingiuste e feroci, e in particolare la riforma Fornero, ma che si presentavano anche in grado di governare senza rivolgimenti estremi. Così il voto utile questa volta ha tradito proprio i due partiti, Pd e Forza Italia, che più nel passato ne avevano beneficiato e ha premiato Lega e M5S.

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22 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (3): una replica

António Costadi Rino Genovese

I sovranisti “di sinistra” mi ricordano (non me ne vorrà Luca Michelini) gli interventisti democratici (e non solo, anche socialisti e anarchici) che furono sommersi dall’ondata nazionalistica della prima guerra mondiale. Le loro istanze progressive si dissolsero rapidamente dentro il ben più consistente moto imperialistico. Certamente i nazionalismi odierni non sono, per nostra fortuna, aggressivi e guerrafondai come quelli del primo Novecento: piuttosto sono il frutto della paura diffusa nei confronti degli immigrati. Sono il riemergere dell’ethnos all’interno di un demos in via di scomposizione: niente più classi sociali politicamente organizzate, nessun “popolo” se non quello inventato dai populismi, soltanto una massa d’individui atomizzati e terrorizzati dal futuro. È evidente che a creare questa situazione hanno contribuito l’ottusità conservatrice in primis tedesca, le politiche liberiste, la recente crisi. Ma sarebbe questa una ragione per dare ragione a chi ha ancora più torto del “liberal-liberismo”, cioè alla reazione che vorrebbe riportarci indietro, considerandola come una plausibile “difesa della società”? E chi vincerebbe alla fine la partita tra sovranisti, nel momento in cui una socialdemocrazia pura e semplice, sul piano delle singole realtà nazionali, appare fuori fase?

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16 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Il rompicapo delle “due sinistre” in Europa e in Italia

due sinistredi Aldo Garzia

Che brutta campagna elettorale dalle parti della sinistra, in tutte le sue componenti. Il grido di dolore lo lancia Emanuele Macaluso, novantenne “comunista migliorista”, che usa Facebook: “Ho ascoltato Pietro Grasso su Radio Radicale dire in un comizio a Palermo ‘la sinistra siamo solo noi’. Quindi in Italia la sinistra sarebbe al 6, 7 per cento? Tutti quelli che, nonostante Renzi, sono nel Pd sono di destra?”. L’ex direttore de “l’Unità” aggiunge: “Il rifiuto di Liberi e uguali di indicare come prospettiva un’alleanza di centrosinistra con una sinistra più forte è, a mio avviso, demenziale”. La lista Potere al popolo rincara la dose con un manifesto elettorale: “Liberi e uguali? È la destra trasformista”. Argomenta in una conferenza stampa Viola Garofalo, portavoce di questa sinistra della sinistra: “Il Movimento 5 Stelle è populista e non è di sinistra. Liberi e Uguali, invece, è un Pd 2.0: non c’è differenza, vengono tutti dal partito di Renzi e lì vogliono tornare”. Renzi e ciò che resta del Pd, a loro volta, non perdono l’occasione per ribattere: “Chi vota Liberi e uguali fa un piacere alla Lega e a Forza Italia”.

Certo, siamo in campagna elettorale dove tutto è permesso per prendere un voto in più. Ma questi toni, accompagnati da povertà di analisi e di proposte, non fanno ben sperare per il futuro. Le “due sinistre” – quella di origine storica e socialdemocratica, quella radicale dell’ultimo ventennio – sono dunque destinate all’assoluta incomunicabilità, come se recitassero in un film anni sessanta di Michelangelo Antonioni?

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24 gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Accade in Germania

Merkel Schulzdi Rino Genovese

Quelli che pensano che la Germania sia il cuore infetto reazionario dell’Europa contemporanea dovrebbero riflettere su quanto sta accadendo in questi giorni. Mentre la signora Merkel (tra parentesi, l’unica statista, piaccia o non piaccia, in circolazione nel vecchio continente) riusciva nell’impresa impossibile di una riedizione della “grande coalizione” con i socialdemocratici della Spd (i quali evidentemente non hanno appreso la lezione impartita di recente dalle urne, e continuano a immolarsi sull’altare dell’ “unità nazionale”), la centrale sindacale dei metalmeccanici, che ha quasi quattro milioni d’iscritti, s’impegnava in una piattaforma rivendicativa non di poco momento: settimana lavorativa di 28 ore (attualmente sono 35), con flessibilità  dell’orario per chi lo desidera sull’arco di due anni (per prendersi cura, per esempio, di un bambino o di un parente anziano), e inoltre aumento generalizzato dei salari del 6%.

In un paese la cui economia ha un Pil in crescita del 2,2% nel 2017, e che ha raggiunto la quasi piena occupazione, le proposte dei metalmeccanici tedeschi colpiscono. Anzitutto, come si vede dalla richiesta di aumento salariale, sono fortemente ridistributive: gli operai dicono ai padroni: “Le esportazioni tirano, voi vi state ingrassando, siamo ormai fuori dalla crisi ed è venuto il momento di restituire una parte del maltolto”. Ciò che colpisce di più è che tutto questo s’inquadra in un discorso di riduzione dell’orario di lavoro e di una sua flessibilizzazione nell’interesse, per una volta, del lavoratore e non dell’imprenditore.

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4 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Libertà e proprietà

flat taxdi Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

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20 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

Michela Murgia e il sultano

Michela Murgia e il sultanodi Carlo Rossetti

La nota scrittrice di grande successo, Michela Murgia, nei giorni del “colpo di stato” in Turchia, ha pubblicato nell’Unione sarda, a tutta pagina, una lunga serie di articoli su Erdogan e la Turchia. Forse neppure varrebbe la pena di soffermarsi sul punto, se l’autrice non fosse una figura pubblica, una voce critica, che prende spesso la parola in convegni e nei giornali. I suoi interventi sollevano, ancora una volta, il problema della responsabilità dell’intellettuale di fronte alle crisi, la questione della ricerca di un’analisi imparziale.

La Turchia è un tema importantissimo, per la sua posizione in Europa, tra la Russia, il Medioriente e l’Asia. La storia turca moderna, dopo la caduta dell’impero ottomano, segnata dalle oscillazioni tra il laicismo e l’islam, i governi militari e civili, pone questioni decisive per il futuro della storia mondiale. La Turchia è un luogo ove da sempre si cercano formule nuove, nella tradizione culturale, politica e religiosa, e dove fortissima e sanguinaria è stata la reazione contro le tendenze innovative.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mario Monforte

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo JasonniTomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Andando al referendum sulla modifica renziana della Costituzione, per ben comprenderlo è utile ricordare, in questo “paese di smemorandia”, che non ne è questa la prima modifica formale (mettendo da parte quelle attuate in pratica). La prima fu quella del Titolo V, con risicati voti parlamentari del centrosinistra, fatta passare nel referendum del 7 ottobre 2001 come «autonomie delle Regioni» – fu presto chiaro che erano carrozzoni mangia-fondi e piazza-politici: una “deforma” da riformare, il che resta tuttora in sospeso (le effettive autonomie sono “problematiche” per il potere statuale centrale).

La seconda fu la “deforma” di Berlusconi, che diminuiva deputati e senatori, ma in funzione del premierato, con caduta del governo del premier solo a «sfiducia costruttiva», del maggior controllo politico della magistratura, della riduzione del presidente della Repubblica a ruolo notarile – puntando a interconnettersi a una legge elettorale con grosso premio di maggioranza. L’operazione berlusconiana fu sostenuta con minore virulenza dell’attuale, ma l’allora Ds, con associazioni collaterali e fronte di sinistra – nell’allarme: «attentato alla Costituzione, democrazia in pericolo» –, l’affossò nel referendum del 25-26 giugno 2006.

Quella renziana è la terza. E i baldi difensori diessini della Costituzione, anche loro smemorati? (Forse un “danno collaterale” per il “travaso” del 2007 nel Pd …). Il “grosso” del partito ora sostiene l’opposto, con i suoi parlamentari, che hanno legittimato un parlamento uscito da una legge elettorale, il Porcellum di Calderoli, incostituzionale (come sancito dalla Consulta), e quindi i suoi provvedimenti – in compagnia dell’opposizione: sia quella mezza-e-mezza di Forza Italia, sia quella piú decisa, a sinistra, a destra, a “né di destra né di sinistra”, hanno accettato, perciò riconosciuto, questo parlamento, operando in esso. In tale quadro sono state accolte “forzature” istituzionali – tre governi nominati da Napolitano, sua seconda rielezione alla presidenza della Repubblica (in effetti, una suite di «golpe bianchi») – e decise una serie di misure nocive per il paese e la sua popolazione (ma negli interessi della dominante oligarchia economica, sociale, politica, culturale, mediatica), compresa l’eliminazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Di piú: il “grosso” dei parlamentari del Pd a direzione renziana sono arrivati, perfino in un parlamento del genere, ad approvare da soli (con pochi altri per assicurare la maggioranza: quelli di Monti, quelli di Alfano e Verdini, già del centrodestra) il massacro della II parte della Costituzione – lasciando la I sospesa, come da sempre, nel vuoto retorico (verso il crescente oblio). Gli aspetti piú palesi sono l’eliminazione del Senato – sostituito da un “papocchio senatorio” di nominati in seconda istanza (pescati dai Consigli regionali), marginale per la gestione (governo) dello Stato -, connessa alla nuova legge elettorale, detta (chissà perché) Italicum – simile all’altra: premio di maggioranza assurdo a chi arrivi al 40% dei voti validi, ossia il 25% al massimo dei votanti effettivi, con immediata «fiducia di mandato» al leader vincitore, e assunzione di tutte le cariche istituzionali da parte sua e dei suoi.

La propaganda a favore è piú proterva, ma non molto diversa dalla precedente berlusconiana: «assicurare la governabilità», «ridurre le spese della politica», «basta con il bicameralismo perfetto» – ed «è settant’anni che ce lo chiede il paese» -, «stop alle lungaggini parlamentari» per «fare presto e bene» – e il cambiamento è valido, e la modernizzazione è indispensabile.

Una serie di balle, «notizie false e tendenziose atte a …» ingannare la popolazione. La governabilità? Ma è assicurata, e da sempre, in Italia, al di là e anzi proprio attraverso l’alternarsi delle gestioni (governi) dello Stato. Meno spese della politica? Ma dove, basta fare un po’ di conti veri. Eliminare il bicameralismo? Ma è servito, e serve, a un’ampia discussione e composizione degli atti di legge nel contesto delle frazioni e fazioni della classe politica, quindi delle componenti (dirette e indirette) dell’oligarchia di referenza, nonché delle modalità di ottenere un consenso o comunque un’accettazione da parte delle classi subalterne. Lo chiede il paese da settant’anni? Il «grido di dolore» non si è mai sentito, e non siamo fra sordi. Le lungaggini? Ma sono dovute ai problemi di accordo o meno fra frazioni e fazioni, altrimenti non vi sono, com’è accaduto e accade in molti casi. E il «cambiamento» – parola d’ordine connessa a quanto è posto come mirabile: l’innovazione costante dei prodotti e ancor piú dei programmi di software – è una vox media: si muta in meglio o in peggio (come in questo caso). Variante del «cambiamento» come valido in sé è la «modernizzazione» da agognare come tale. E «presto e bene» è … il motto delle pompe funebri.

È evidente a chi non faccia parte delle cordate di interessi e interessati, o non sia un “tifoso” di Pd e soci, e non voglia farsi ingannare, che si tratta di un rinnovato disegno di accentramento dirigistico e autoritario della gestione (governo) statuale, assicurandola in una gabbia d’acciaio, sotto il «premierato» (non dichiarato, ma nei fatti) del leader impostosi e dei suoi nominati, senza contrasti significativi, almeno per ogni legislatura. Il che implica lo stravolgimento della Costituzione nei suoi caratteri di rappresentanza, di attività legislativa parlamentare, di bilanciamento dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), nello scatenamento del leaderismo.

Per il referendum, fissato (pare) il 4 dicembre (per darsi tempo), Renzi & Co. muovono tutte le forze possibili, vanno in giro per il paese, hanno formato i «Comitati per il Sí» e imposto “privilegi” pro in tv. Né mancano gli appoggi: oltre a Marchionne, quelli di Confindustria, dei Giovani industriali, della grande stampa, di cólti che passano per studiosi “esperti”, di personaggi mediatici come Benigni, nonché altri, capaci di influenzare la “gente”. Anche dall’estero sono venuti quelli che, nel vezzo (pernicioso) dell’anglicismo, i media chiamano endorsement: l’ambasciatore Usa, John Phillips, ha detto «passi la riforma, è giusta, se no sarà una catastrofe», con supporto dell’agenzia Usa Fitch Ratings, che ha profetizzato la caduta degli investimenti esteri in Italia, se non si afferma il ; e a favore «cosí parlò …» Frau Angela Merkel. Al che Mattarella ha proclamato l’ovvio: «all’estero hanno diritto di interessarsi dell’Italia, ma la sovranità spetta al popolo» – però né Phillips, né l’agenzia Fitch, né la Merkel lo negano, danno solo “consigli” … forse, non molto utili a Renzi & Co., per reattività di orgoglio nazionale – almeno come il tifo per la nazionale di calcio (e infatti quasi tutti i media hanno lodato la risposta di Mattarella e archiviato subito la faccenda).

È un paradosso – addirittura divertente, prendendo distanze abissali, il che è arduo per chi vive nel nostro paese. Il “grosso” di coloro che hanno combattuto la “deforma” di Berlusconi & Co. ora è pro “deforma” di Renzi & Co., e viceversa: cambio di ruolo. Ogni paradosso è una contraddizione non spiegata, e va sciolta. Berlusconi con i suoi tentò questo accentramento per gestire l’avanzata del liberalismo interno insieme a un pur sgangherato “sgomitamento” per una maggiore, benché parziale, autonomia in politica estera (economica e non solo): in base a comparti dell’oligarchia che lo sostenevano, una qualche continuazione della vecchia politica Dc. E, in un contesto che, se già segnato da ripetute “esplosioni di criticità”, non era ancora quello della crisi globale – scoppiata nel 2007 e generalizzata dal 2008 -, Berlusconi pensò di riuscirci (in fondo, la modifica del Titolo V era passata). Avrebbe lasciato ai posteri questa modalità di accentramento, ma intanto si sarebbe rafforzato, e a lungo, con un successo referendario.

Cosí non fu. Attacco dall’interno: il Ds non intendeva permettere questa assunzione di maggior forza gestionale da parte di Berlusconi e centrodestra. E dall’estero: gli Usa già avevano concorso alla caduta di Dc, Psi & Co. (sostegno a «Mani pulite»), che conducevano quella politica, e non volevano la riuscita del tentativo berlusconiano; l’Ue, Germania in primis, vi si accodò. Senza dimenticare l’intreccio interno-estero: l’italico trasversale “partito amerikano” e “filo-Ue”, operante in maniera multiforme – all’interno delle stesse fila berlusconiane. E Berlusconi è infine caduto del tutto (2011), insieme ai conati di politica di “sgomitamento” di settori dell’oligarchia.

Il tentativo di accentramento è ripreso da Renzi & Co. e Pd e soci, con grossi appoggi esteri e dell’oligarchia interna: la politica renziana non prevede nessun “sgomitamento” ed è consona alle linee di Usa e Ue; l’oligarchia italica ha accolto la subordinazione ed è sempre piú in fusione con quella estera; le (attuali) critiche di Renzi a Germania e Francia, e all’Ue, sono in sé inconcludenti (sull’Ue) e servono ad agganciare, per fini elettorali, le tendenze (ancora) prevalenti in Italia del «sí all’Ue, ma cambiandola». E tale politica pro-oligarchica (pro capitale nel suo complesso, dal versante finanziario e bancario alla produzione e distribuzione, e capitale non solo interno, ma anche estero), per cui è già stato fatto molto proprio da questa sinistra (la destra non avrebbe potuto: si pensi alle sollevazioni popolari che sarebbero state promosse, o sostenute), mentre non fuoriesce dalla crisi (che è organica alla stessa «crescita», nome suadente, che significa solo accumulazione del capitale), genera costanti contraddizioni, contrasti e conflitti. Perciò è utile, per perpetuare e gestire lo stato di cose dato, un accentramento dirigistico e autoritario della gestione statuale, che anche Renzi lascerebbe al dopo, ma intanto potrebbe utilizzare appieno, con successo nel referendum.

Questo è il “nodo”. Mutano quadro e contesto. Il fronte del no si è in gran parte rovesciato. Comprende solo settori minori della sinistra: quella “interna” al Pd, da tempo tipo “re tentenna” (è chiaro: aderisce anch’essa al liberalismo-capitalismo, esemplificato dal bersaniano «le liberalizzazioni sono di sinistra», e infatti sono da sinistra liberale), che dice ni, connettendo il no alla mancata riforma dell’Italicum (il resto può andare?); decisi i fuoriusciti dal Pd, con i resti di Sel e di Rifondazione, ma di ridotto bacino elettorale; decisa, ora come allora, l’Anpi (assumendo la Costituzione come frutto della Resistenza); anche la Cgil dice no (quanti iscritti lo seguiranno?) e cosí ovviamente i sindacati di base. Per il resto, il fronte comprende il M5S, a sé stante, ma deciso (onestà e legalità costituzionale sono per esso la democrazia); Forza Italia, che però va in ordine sparso (riconosce come reale quanto affrontato da Renzi & Co., ma si attesta contro la “riforma sbagliata”, quindi: via aperta a tornare poi sul “nodo” e a cogestire il governo), dai piú decisi, come Brunetta, ai piú possibilisti, fino chi è per il ; netto il no della destra (Salvini-Lega e Meloni-FdI, ostili comunque a Renzi). Minori i sostegni “potenti”; molti i costituzionalisti per il no, che, tuttavia, sostengono l’“aggiornamento” della Costituzione, però non nel modo renziano.

La debolezza del fronte del no sta nel fatto che il messaggio agli elettori non risulta univoco, chiaro. Si centrerà infine sulla “difesa della democrazia”, ma con diverse voci, sfumature, distinguo. E si baserà sul discredito crescente e diffuso del renzismo: benché Renzi abbia cercato di correggere la personalizzazione del referendum, questo sarà un o no a lui & Co.

E perciò bisogna votare no: va respinto il “papocchio senatorio” e quanto annesso e connesso, respingendo cosí, indirettamente, anche l’Italicum (su cui la Consulta si pronuncerà dopo il referendum). Va battuto il governo renziano, con il Pd di supporto, che ha proseguito ed esteso il degrado, su tutti i piani, del nostro paese e grande maggioranza della popolazione, e l’infeudamento all’estero – riavviando una dialettica politica, pur incerta nelle prospettive, ma con aperture e potenzialità. Va sconfitta la riproposizione dell’accentramento dirigistico e autoritario, con lo stravolgimento della Costituzione e la riduzione dei diritti politici dei cittadini – il che, se non comporta di per sé la riduzione dei diritti civili, vi apre maggiori possibilità, all’occasione.

È la difesa della democrazia? È la difesa di spazi per capire e cominciare a indirizzarsi alla democrazia in senso vero. Che è ben diverso da quello corrente (liberale): l’esistente “sistema” elettorale-rappresentativo, pur respinta la gabbia dell’accentramento, applica per definizione il principio della delega alla gestione (governo) «ai pochi», con «uno» in testa (dal livello centrale a quello locale; com’è nei C. d. a. e negli altri campi), nel gioco delle fazioni politiche (partiti) – è quindi un principio oligarchico (corrispondente all’esistenza dell’oligarchia dominante in Italia). La democrazia come effettivo «potere del popolo, per il popolo, esercitato dal popolo», vuole autonomia (e reale indipendenza), autogoverno (articolato dal “basso” al “centro”), rotazione di scelti (di volta in volta) e collegialità (delle cariche). Il principio democratico, sola via di fuoriuscita dalla situazione tanto ossificata e stratificata, quanto sempre piú affondata in un vicolo cieco, del nostro paese, va ripreso, ripensato, fatto comprendere e proposto. È questo l’impegno di fondo, che comprende come momento fondante anche il no alla “deforma” di Renzi, e di tutti i suoi sostenitori.

23 gennaio 2016
pubblicato da Rino Genovese

Flessibilità

Merkeldi Rino Genovese

È la parola magica renziana, quella attorno a cui andare a uno scontro in Europa. Non si tratta della flessibilità del lavoro, naturalmente, con annessa precarietà: questa ce la teniamo, anzi la sosteniamo con l’istituzione di contratti a tempo indeterminato che mascherano la disoccupazione e rendono il lavoratore uno straccio da appallottolare e buttare fuori appena fa comodo all’azienda. “Flessibilità” significa derogare – anche di poco, per carità, quel tanto che basta a imbastirci sopra una campagna elettorale – al rigido patto di stabilità che definisce l’austerità europea.

Si potrebbe dire: “Ma è già qualcosa!” Certo, a rompere l’austerità saremmo ben decisi – ma per fare che cosa? Il punto è tutto qui: si può invocare la flessibilità per un maxisconto sulle tasse di tipo neoberlusconiano, come riguardo all’abolizione dell’imposta sulla prima casa che favorisce i ricchi e rottama la progressività scritta nella Costituzione, o, al contrario, si può derogare ai vincoli europei al fine di realizzare un piano d’investimenti pubblici. Di questi neppure l’ombra nella recente manovra finanziaria del governo. In sostanza, dovremmo andare allo scontro in Europa e con la signora Merkel, tenace guardiana dei conti pubblici di tutti i paesi dell’Unione, soltanto per favorire la demagogia di Renzi e poi consentirgli di vincere il referendum sulla riforma della Costituzione da lui voluta? No, grazie. Di una rottura così non sappiamo che farcene, arriviamo a dire che preferiamo tenerci l’austerità.

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16 luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Grecia, la partita non è chiusa

Tsiprasdi Rino Genovese

Si poteva ottenere un risultato migliore? In astratto sì; nelle condizioni date, no. Con la socialdemocrazia tedesca allineata alle posizioni della Merkel, con un Hollande che solo da ultimo si è un po’ svegliato, con un Renzi che – da buon democristiano italiano – prima si è collocato dalla parte della Germania e poi ha seguito il presidente francese nella mediazione, con uno schieramento di Stati minori pronti a decretare l’uscita punitiva della Grecia dalla zona euro, beh, in queste dannate condizioni – che altro non sono se non il neoliberismo come cultura e pensiero pressoché unico del nostro tempo –, in queste dannate condizioni il compromesso che Tsipras ha portato a casa è onorevole seppure insoddisfacente.

Ma – si dice – c’era stato un referendum che aveva detto no al 61%… Il referendum, rafforzando Tsipras all’interno, si è rivelato a conti fatti uno strumento che ha fatto venir fuori tutto il livore contro la piccola Grecia per il coraggio dimostrato nel dare ragione a un partito di sinistra cosiddetta radicale, ma è servito a togliere dal tavolo l’opzione che prevedeva un cambio di governo ad Atene. Il governo greco, con le successive dimissioni del troppo rigido Varoufakis, ha mostrato di esserci, di voler restare, e al tempo stesso di volere ricercare un compromesso europeo. La possibilità – di cui cianciano alcuni – di un’uscita dall’euro in quattro e quattr’otto (magari con gli aiuti “umanitari” europei) era una non-possibilità con un’economia ridotta in quello stato, con una difficoltà di approvvigionamento di denaro che già oggi pesa sulla vita quotidiana della popolazione, con una dracma che, reintrodotta, varrebbe un po’ come i soldi del Monòpoli, con un prevedibile doppio corso della moneta che avrebbe spinto i cittadini greci all’accaparramento degli ultimi spiccioli di euro in uno scenario da incubo finanziario. Del resto il referendum non era stato sulla permanenza o meno della Grecia nella zona euro; era stato immaginato per rimanere al suo interno con un di più di legittimità democratica.

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