La posta in gioco

La posta in giocodi Rino Genovese

Quelli che non votano, ignavi più che astensionisti, amici e compagni che domenica non si recheranno al seggio per deporre nell’urna il loro no, devono sapere qual è la posta in gioco di questa difficile partita. Niente di più e niente di meno che la sopravvivenza della repubblica parlamentare. È vero (come bene illustrato da Adalgiso Amendola nel suo libretto edito da Manifestolibri con il titolo Costituzioni precarie) che la costituzione “materiale” del nostro paese è già cambiata nel corso degli scorsi decenni; è vero che nella Carta sono state inserite delle norme, come quella riguardo al pareggio di bilancio, che l’hanno già travisata; ed è altresì vero che perfino il nostro Lelio Basso, uno dei padri costituenti, sosteneva che una costituzione la si cambia quando non corrisponde più al compromesso che è stato depositato lì dentro; ma è altrettanto vero che tenere in piedi l’impianto “formale” di una costituzione, sia pure datata, non è affatto superfluo. Mai come in questo caso la forma è sostanza. Se, come voluto da Renzi e dalla sua combriccola, si fa del Senato una pura e semplice camera del nulla, con senatori scelti tra le file dei consigli regionali e comunali, rendendo la Camera dei deputati, al tempo stesso, con un ampio premio di maggioranza, la cassa di risonanza di un leader; se, contemporaneamente, si mettono la presidenza della Repubblica e quella della Corte costituzionale nella disponibilità della maggioranza politica di turno, beh, tutto ciò non è poca cosa: è la fine della repubblica parlamentare come l’abbiamo conosciuta finora. È il rafforzamento di fatto dei poteri dell’esecutivo.

La posta in gioco è dunque questa: volete voi ancora la repubblica parlamentare o volete andare verso una forma di presidenzialismo, o di premierato forte, comunque mascherata? Ecco il quesito intorno a cui si accende la disputa referendaria. Ma poi c’è dell’altro.

Coloro che si asterranno (o magari voteranno a favore del cambiamento costituzionale) temono l’instabilità successiva e di fare un favore a Grillo. Il primo spauracchio è agitato dai renziani a scopo di ricatto dell’elettorato. L’alternativa “o Renzi o il caos” nella realtà non si pone affatto. Renzi non si ritirerà dalla politica, questo è certo: un ambizioso ometto di potere non lo fa. Inoltre, alternative al suo governo delle “piccole intese” (con Alfano e con Verdini) già si preparano. Si tratterà di fare una nuova legge elettorale e di andare al voto, possibilmente già nella prossima primavera. Cosa c’è di drammatico in questo? Renzi e i suoi alleati (vedremo quali saranno) si sottoporranno a quel giudizio dinanzi all’elettorato che finora hanno scansato.

Riguardo all’altro timore – quello di favorire il qualunquismo di Grillo –, vale piuttosto il contrario: la ragione di questo mio appello al voto sta nel fatto che il mutamento del quadro costituzionale proposto, e la legge elettorale che fino a questo momento gli è abbinata, assecondano sostanzialmente l’interesse carismatico-plebiscitario grillino. Sono un boomerang che il fiorentino si è abilmente preparato quando pensava di avere il vento in poppa (ricordate l’effimero 41% alle europee?). Bisogna, per carità di patria, salvare il Pd dal suo stesso cupio dissolvi, dando un po’ di ossigeno alla sua fin qui inconsistente minoranza interna, evitando che sia fatta a pezzi dal suo segretario vincitore. Anche per questo recarsi alle urne e votare no domenica prossima è importante.

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