7 Gennaio 2019
pubblicato da Il Ponte

Resistenza civile?

di Paolo Bagnoli

Il 2018 passerà alla storia come l’anno gialloverde, quello di un’esperienza che segna, da una parte, il punto di arrivo dei fallimenti politici succedutisi dal 1994 in poi e, dall’altra, la discesa di qualità, se non l’avvio di una vera e propria dissoluzione, della nostra democrazia. Il tutto si esprime e si sintetizza nella maggioranza di governo composta da due populismi – peraltro non similari né convergenti – che si trovano d’accordo solo nella gestione e occupazione del potere con una stressante competizione, dal momento che ognuno bada solo a pascolare il proprio popolo. Non è un caso, infatti, che quanto viene realizzato non è intestato al governo, mai ai singoli partiti. È un qualcosa che non troviamo in nessun’altra parte d’Europa.

Così, se sotto il profilo dell’analisi si tratta di un fenomeno che è giusto indagare e studiare, sotto il profilo delle ripercussioni politiche immediate i contraccolpi negativi sul nostro paese hanno una valenza doppia e, progressivamente, se le sofferenze istituzionali e sociali si salderanno, il mix può rivelarsi esplosivo. La domanda che sorge spontanea è se il paese viva una drammatica fase congiunturale oppure uno stadio avanzato verso l’istituzionalizzazione delle gravi anomalie cui assistiamo giorno dopo giorno. La più grave di queste è certamente l’umiliazione del Parlamento. Tale situazione determina una sostanziale riduzione della capacità di governare: un profilo che emerge con sempre maggiore evidenza. Tutta la vicenda della manovra finanziaria lo attesta. La conseguenza certa è che invece di una crescita avremo solo un incremento della spesa corrente dal momento che dovremo pagare a caro prezzo il reperimento di risorse che non abbiamo.

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