La parola a Matteo Bassetti

[Intervista al prof. Matteo Bassetti, titolare della cattedra di infettivologia presso il Policlinico San Martino di Genova realizzata dal prof. Massimo Jasonni]

Massimo Jasonni: È scientificamente corretto affermare che il virus oggi ha perso carica virale?

Matteo Bassetti: Il virus ha perso forza. La ragione per cui l’ha persa può essere ricercata in molteplici spiegazioni. Quella più probabile la ricaviamo dal lavoro di vari laboratori (per esempio quello di Massimo Clementi, che in Italia è uno dei laboratori all’avanguardia e che è il laboratorio dell’Ospedale San Raffaele) che ci dicono che confrontando i tamponi (quelli a livello respiratorio o quelli naso-feringei) di marzo-aprile con quelli di maggio, giugno e luglio, la carica virale è decisamente più bassa. Quindi questo è un dato di fatto e lo diamo per assodato. Se lo sommiamo al fatto che, nonostante ci siano ogni giorno casi conclamati di infezione, cioè persone contagiate, il numero dei posti in terapia intensiva è oggi di 40 in tutta l’Italia, quando ne avevamo al picco 4.200, e avevamo oltre 35/40.000 persone contemporaneamente infette ricoverate in ospedale o a casa, mi pare evidente che il virus, dal punto di vista della sua manifestazione clinica, è mutato. Basta guardare i dati dell’Istituto superiore di sanità, che ci dicono che oggi abbiamo, tra asintomatici, poco sintomatici o casi cosiddetti mild, oltre il 90%, cosa che non avveniva nel periodo di marzo-aprile, dove avevamo sì 25-30% di asintomatici, ma la grande maggioranza era data da persone che avevano dei sintomi. Dunque Il virus ha sicuramente perso forza.

MJ: Con l’autunno o l’inverno prossimo è prospettabile un ritorno alla massima aggressività del covid?

MB: No. Io non credo che arriveremo ad avere nuovamente quei numeri e quelle situazioni che abbiamo avuto a marzo, perché vorrebbe dire che non abbiamo imparato la lezione che il covid ci dovrebbe aver insegnato, ovvero: organizzazione delle terapie intensive, organizzazione dei reparti di pneumologia e di malattie infettive, organizzazione dei pronto-soccorso, organizzazione dei tamponi, organizzazione della radiologia, organizzazione del territorio, organizzazione delle Rsa. Tutte cose che, mi pare, abbiamo fatto e fatto bene. Quindi, la prima ragione è che il sistema è molto meglio organizzato di come lo era a marzo. La seconda è che questo virus, come stiamo vedendo, non è sparito, tanto che qualcuno parla di seconda ondata. Certamente il virus continua a circolare, ma in maniera diversa rispetto a quello che avveniva in marzo o aprile, il che vuol dire che arriveremo verosimilmente alla stagione autunno/inverno con una circolazione di virus, ma in modo diverso. Avremo dei casi, non possiamo escluderlo. Dovremo allora essere tanto bravi da far sì che la gente non si terrorizzi. Il messaggio che fino a ora è arrivato alla gente – e io ci parlo tutti i giorni con la gente – è stato: «Se mi prendo il covid sono fritto», cioè «sono morto». Ora dobbiamo dire alla gente non che se si prende il covid è fritto, ma cosa deve fare se si prende il covid. Deve stare a casa, deve chiamare il suo medico, deve andare al pronto-soccorso solo quando ci sono determinati segni. Ed è così che eviteremo di avere una seconda ondata.

Se, invece, continuiamo a terrorizzare la gente, come stiamo facendo, dicendole ogni giorno che abbiamo centinaia di nuovi contagiati, che siamo in emergenza, che l’epidemia non è controllata, arriveremo all’autunno che succederà un disastro. Perché al primo vero colpo di tosse o di starnuto, che arriverà nella popolazione – che sia giovanile, che siano i ragazzi, che siano i nonni – andranno tutti al pronto-soccorso. E questo potrebbe diventare un vero problema.

Quindi, perché io cerco di abbassare i toni? Non perché mi venga qualcosa in tasca a dire di essere ottimista. Ma perché infondendo un po’ di ottimismo, dicendo che questa qua è un’infezione da cui nel 99% dei casi si guarisce, che muore sì qualcuno, ma non tutti quelli che prima morivano, che è una malattia affrontabile, cerco di educare un po’ la gente. Quindi, secondo me, chi parla di seconda ondata fa del terrorismo psicologico.

Qualcuno ha pensato di paragonare il covid alla spagnola: ma ci rendiamo conto? Il 1918 contro il 2020. Come è possibile paragonare due malattie avvenute in due momenti così diversi? Nel 1918 non c’erano i vaccini, non c’erano gli antibiotici, non c’erano i farmaci, non c’erano gli ospedali, non c’erano le rianimazioni.

MJ: Quali tempi occorrono, a tuo parere, perché si possa pervenire a un vaccino?

MB: I dati che ci sono oggi sul vaccino sviluppato dall’Università di Oxford sono molto incoraggianti. Ci sono già dei dati sui macachi, ci sono dei dati della fase diciamo pre-clinica e sono molto incoraggianti. Addirittura, la sperimentazione è partita il 27 di luglio e quindi dovremmo avere i primi risultati sugli uomini probabilmente già dal prossimo autunno. Quindi, se la ricerca corre, potrebbe darsi che questo vaccino, o qualcun altro, possa arrivare addirittura per la fine dell’anno o per la primavera del 2021. Consideriamo che ci sono più di 100 programmi diversi di vaccini in giro per il mondo, in pratica ogni paese importante ne ha almeno uno. Ce l’ha l’Australia, ce l’ha Israele, ce lo abbiamo anche in parte noi in Italia, ce l’hanno gli Stati Uniti, ce l’hanno gli inglesi. In altre parole, ce l’abbiamo un po’ tutti un programma vaccinale. C’è veramente molto fermento, e quando c’è fermento scientifico, culturale e di ricerca è sempre bene, perché vuol dire che più di uno arriverà allo sviluppo finale. Quindi, ben venga che ci siano tanti lavori.

MJ: Come giudichi mascherine, distanza fra le persone, i fatidici due metri, lavaggio delle mani? Sono importanti, decisivi?

MB: Secondo me questi presidi sono molto importanti se usati con buonsenso e raziocinio. Non bisogna arrivare alla dittatura della mascherina o del distanziamento, perché altrimenti si rischia di far declinare al popolo delle pratiche mediche. E questo è un rischio che non possiamo prenderci. Non possiamo dire che da domani metteremo l’obbligatorietà di un presidio perché lo ha deciso un amministratore. Secondo me è sbagliatissimo. L’obbligatorietà di un presidio medico deve sempre venire da raccomandazioni date dal mondo della medicina. Quando vedo la querelle che c’è oggi sulle mascherine, penso che ci sia qualcosa che non va nell’organizzazione del nostro paese. Continuare a utilizzare la mascherina qualcuno lo vive come una schiavitù e questo perché l’uso della mascherina, a mio parere, dovrebbe avvenire per libera scelta, come un presidio importante per tutelare la mia salute e quella della persone che ho affianco. Non lo devo fare perché ho un obbligo di legge.

Noi dobbiamo cercare, per le malattie infettive, di educare il popolo, non di vessarlo con nuove leggi. «Se non ti metti la mascherina 1.000 euro di multa; non puoi entrare; la carta d’identità…». Sono misure sbagliatissime, che portano evidentemente alle contrapposizioni sociali che vediamo. Quindi noi dobbiamo dire alla gente: mascherine, distanziamento fisico, lavaggio delle mani, stare a casa se hai la tosse, il raffreddore o la febbre, non usare gli antibiotici se non hai un’infezione batterica. Cose che per le malattie infettive sono la base, che però nel nostro paese, purtroppo, non sono state adeguatamente declinate. Noi siamo il primo paese in Europa per germi resistenti e come numero di morti per batteri resistenti, eppure nessuno ne parla. Perché? Perché gli italiani si impasticcano di antibiotici. Questo dimostra la loro maleducazione nei confronti delle malattie infettive, che evidentemente si ripercuote sulle mascherine, sul lavaggio delle mani, su tutte le altre cose.

Si deve cercare di prendere ciò che di buono il covid ci ha insegnato.

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