11 Gennaio 2020
pubblicato da Il Ponte

Ancora sulla prescrizione. E sui gradi del giudizio penale


di Massimo Jasonni

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di tutto può essere incolpato, ma non di essere uomo poco coraggioso. Ha avuto il coraggio di affermare pubblicamente che sono stati fatti passi avanti importanti, all’interno delle contrapposte forze governative, nella discussione sull’abrogazione della prescrizione. In ogni caso – ha precisato – «è stato abolito il totem della prescrizione».

In verità, l’istituto della prescrizione penale non è un totem, come il signor ministro sostiene, ma rappresenta una conquista civile di profondo significato etico e culturale nella battaglia che le democrazie hanno condotto nel secolo scorso contro i totalitarismi e in contrapposizione al dogmatismo religioso su cui il diritto dell’età della Controriforma e il Codice canonico del 1917 avevano declinato il principio della non prescrivibilità dei delitti contro la fede. Quelle battaglie hanno preso corpo in Italia, alla fine del secondo conflitto mondiale, con l’approvazione della Costituzione repubblicana. «Il Ponte» è già intervenuto sul tema più volte, e non ha mancato di sottolineare come lo Stato laico, pure erettosi sul principio di sovranità, dunque sull’indisponibilità a consentire impunità o fasce di privilegio nell’intervento punitivo del pubblico ministero, abbia tuttavia affermato la sua idiosincrasia per logiche autoritarie imperniate sulla fissità e sulla rigidità di una giustizia penale “eterna”, depauperata da prefissati confini cronologici.

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14 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Venezia e Rotterdam sotto le acque: pensando a un’altra Europa

Veneziadi Massimo Jasonni

Prendiamo atto che il Signor presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato, per Venezia, di «comunità che soffre» e non ha negato lo stato di emergenza: prospettando lo stanziamento di nuovi fondi, caldeggiato dalle Autorità locali che, al suo fianco, hanno creduto di poter liquidare un dramma di questa portata etico-politica con la riproposizione della necessità di spendere una barca di soldi del contribuente italiano «per finire il Mose».

Il Ponte si limita, per ora, a sottolineare che quanto accaduto in questi giorni non ha rappresentato un’emergenza imprevedibile, viceversa il seguito naturale, e tragicamente presagibile, di ben note problematiche ambientalistiche, climatiche e di inquinamento, che gettano ombre sulla sopravvivenza stessa della nostra dea lagunare. Ne scriveva Massimo Jasonni su ilponterivista.com il 17 giugno 2019, in riferimento ad acque altissime a Venezia dell’aprile scorso: precisando che la questione non è soltanto veneziana, né solo italiana; e che l’Olanda (ma non solo l’Olanda) da tempo sta mettendo in campo soluzioni politiche e tecniche, atte a ovviare, o quanto meno a limitare l’invadenza devastante dei flussi idrici. Quanto al Mose, Jasonni scriveva: «è forse presto per concludere, ma è certo già tardi per ribadire alcuni dati: l’opera rischia cedimenti strutturali a causa della corrosione elettrochimica delle cerniere e dell’impiego di acciaio non idoneo». Né Jasonni mancava di porre l’accento su una gestione dell’impianto caratterizzata da «incagli tecnici» e da affidamento «a figure che già in passato non avevano dato buona prova di sé nella cura della cosa pubblica». Crediamo opportuno riproporre in appresso quell’articolo dell’estate scorsa nella sua interezza.

Marcello Rossi

L’acqua alta dello scorso aprile a Venezia non ha rappresentato mera ripetizione di un evento ricorrente, in fin dei conti tipico e turisticamente attrattivo del capoluogo veneto, ma fonte di severa preoccupazione: perché quei livelli di allagamento del 50% della città hanno gettato ombre sul futuro della sopravvivenza stessa della nostra dea lagunare.

L’attenzione, quindi, si sarebbe dovuta prestare ai fenomeni del surriscaldamento terrestre e dello scioglimento dei ghiacciai, ma pochi hanno allargato lo spettro delle indagini critiche, qui da noi, alle cause economiche reali del degrado planetario.

Una rilettura complessiva delle problematiche ambientalistiche – climatiche e di inquinamento – avrebbe imposto di guardare anche oltre al Mose, al di là dei confini nazionali. Cosa che non si è fatta, e che si è ben guardata dal fare una comunità europea tanto sensibile alle oscillazioni dello spread, quanto assente in tema di sviluppo sostenibile e di tutela degli effettivi interessi della gente.

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8 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Nascita e morte del Moderno

carlo emilio gaddadi Massimo Jasonni

 Nel settembre del 1945 Gadda pubblica su Il Mondo[1] una recensione di Rüssel, Profilo d’un umanesimo cristiano[2], che ora, dalle macerie della carta stampata, quasi miracolosamente ricompare grazie ad Adelphi[3].

La rilettura di oggi impone massima attenzione: perché si parla del più grande letterato, con Svevo, dell’Italia del Novecento che, peraltro, si affida alla rivista di Pannunzio, che gli è assai cara[4]; quanto a Herbert Werner Rüssel, di uno storico di rara e inquieta, all’epoca, larghezza di vedute. Ma non solo: è il tema stesso, nella sua oggettività, a suggerire cura: perché si tratta, per dirla con Gadda, di Rivelazione e bonae litterae lungo la storia ascendente, ovvero – decodificando il gergo barocco dell’ingegner Fantasia – dell’incidenza del pensiero greco e della teologia cristiana sull’avventura occidentale. Per storia ascendente l’ermeneuta evidentemente intende riferirsi alla «storia della libertà» di crociana memoria.

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13 Ottobre 2019
pubblicato da Il Ponte

Calamandrei: l’indipendenza della magistratura come fondamento di democrazia

indipendenza della magistraturadi Massimo Jasonni

Il tema dell’autonomia della magistratura è particolarmente caro a Piero Calamandrei: lo affronta sin dal 1920, anno in cui Gentile rende alle stampe, per Vallecchi, i Discorsi di religione e in cui Calamandrei, agli albori di una fulgida carriera accademica, ricopre la cattedra di diritto giudiziario a Siena. Vi ritorna, poi, con i più celebri interventi in Assemblea costituente1. Ma vi è un articolo, pubblicato nell’autunno del 1952 su «Il Ponte», dal titolo provocatorio di Incoscienza costituzionale2, che merita una riconsiderazione particolare per i toni profetici che assume oggi circa il rapporto tra democrazia e indipendenza della magistratura.

Calamandrei parte da un consuntivo al vetriolo dei primi cinque anni di governo della Democrazia cristiana:

La maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans, è stata portata dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a identificare la Costituzione con sé medesima; le sorti della Costituzione colle sue proprie sorti elettorali. Padrona del governo, si è accorta che chi governa può benissimo fare a meno di tutti quei controlli costituzionali che lo spirito romantico dell’Assemblea costituente aveva sognato. La Corte costituzionale, l’indipendenza della magistratura, il referendum popolare, bellissimi temi per conferenzieri da circoli rionali; ma in pratica, intralci micidiali per chi è al potere e vuol rimanerci. E allora la conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve conformarsi alle esigenze di questo governo. Se questo governo la preferisce così, non c’è proprio ragione di complicare con intralci costituzionali, per fortuna rimasti soltanto sulla carta, questo ingranaggio che va da sé così liscio. Questa non è la Costituzione fatta dal popolo italiano per il popolo italiano: questa è la Costituzione fatta perché la maggioranza democristiana possa continuare per omnia saecula a rimaner maggioranza.

«La costitution c’est moi»: il programma fu già enunciato trent’anni fa, si riassunse fin da allora in un motto: «Durare». È stato detto che la schiettezza di una democrazia è data dalla lealtà con cui il partito che è al potere è disposto a lasciarlo: la lealtà del giuoco democratico è soprattutto nel «saper perdere». Ma la democrazia diventa una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi democratici per salire al potere è disposto a violarli pur di rimanervi: il che può farsi, anche senza bisogno di mettere «fuori legge» gli oppositori, con qualche ben studiata revisione costituzionale, o anche semplicemente con qualche trucco elettorale che permetta al partito che è al potere di rimanervi anche quando nel Paese sia diventato minoranza3.

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12 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Salvini e il fascismo

Patti lateranensidi Massimo Jasonni

La Lega non costituisce un vago pericolo di ritorno di fiamma, ma di più: è un reale, incombente e grave pericolo per le sorti della Repubblica. Lo è stata fin da subito, quando Bossi evocava a sproposito Alberto da Giussano, e lo è tanto più ora, ora che lo spirito autonomistico della prima ora si è tradotto in clamore nazionalistico.

La pubblicistica, poteri forti e Pd a braccetto, sono soliti individuare il problema in una consonanza tra Salvini e Mussolini, che in realtà non c’è, o che meglio va chiarita nell’effettivo e differenziato sviluppo degli eventi storici. Rispetto alla primigenia popolarità del duce mancano, in Salvini, l’originario spirito socialista e il sangue romagnolo. In concorrenza con questi profili, manca al segretario della Lega di oggi l’anima laica che innervò il fascismo, fumando via solo alla volta dello sciagurato accordo del 1929 con il cattolicesimo romano. Questo suggeriscono il rosario brandito da Salvini, l’insistente richiamo alle radici religiose europee e – manco a dirlo – un silenzio assoluto sulla scuola che emerge dal dettato concordatario. Tuttavia, una siffatta distanza cela sostanziali affinità, che riguardano non tanto la persona fisica del condottiero, quanto il clima da cui prese forma lo stemma littorio: in comune si ravvisa una radice essenziale, rappresentata dalla frustrazione di larghi strati della compagine civile. Distinte le cause, che, nel primo Novecento, vennero dalla crisi che seguì la Grande Guerra e che, ora, prendono corpo in un crescente disagio sociale. La frustrazione di questi anni è cresciuta a dismisura col tradimento, sempre più marcato da parte del Pd, del progetto gramsciano e salveminiano, ovvero con la perdita di un’appartenenza democratica che, in Renzi e con il referendum, apparve addirittura clamorosa. La gente ha ben compreso i cedimenti a un’Europa lontana anni luce da quella che Spinelli aveva delineato a Ventotene; ha ben compreso la sudditanza a un modello economico sovranazionale a impianto criminosamente neoliberistico; ha vissuto sulla sua pelle l’aumento in progressione esponenziale della forbice che separa pochi troppo facoltosi dai moltissimi in condizione di indigenza.

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19 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Pittori visionari e apocalittici di Romagna

Visionari e apocalittici di ordinaria folliadi Massimo Jasonni

Visionari e apocalittici di ordinaria follia è l’intitolazione di una mostra che il Comune di Cervia ospita alla Torre dei Magazzini del Sale dal 19 luglio al 18 agosto 2019. La manifestazione, supportata dalla Cna di Ravenna e introdotta da un catalogo del curatore Claudio Spadoni, si segnala per una serie di ragioni, non ultima tra le quali la raccolta delle esperienze più significative dell’avventura pittorica della Romagna del tardo Novecento e a cavallo tra i due secoli. L’aspirazione consiste nell’esplorare una tradizione artistica, quale quella che viene dalla “perdurante follia” della gente di qua e porta all’esposizione di molte belle tele, che in tempi di dilagante abbrutimento dei costumi confortano.

In effetti, la raccolta è coraggiosamente tematica, perché affronta il motivo di quella oraziana, amabilis insania che spinge l’uomo, rivendicando una sua ragione interiore o una sua insopprimibile, arcana necessità a pittare il mondo che lo circonda e, di riflesso, il proprio animo.

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17 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Venezia e Rotterdam sotto le acque: pensando a un’altra Europa

Veneziadi Massimo Jasonni

L’acqua alta dello scorso aprile a Venezia non ha rappresentato mera ripetizione di un evento ricorrente, in fin dei conti tipico e turisticamente attrattivo del capoluogo veneto, ma fonte di severa preoccupazione: perché quei livelli di allagamento del 50% della città hanno gettato ombre sul futuro della sopravvivenza stessa della nostra dea lagunare. L’attenzione, quindi, si sarebbe dovuta prestare ai fenomeni del surriscaldamento terrestre e dello scioglimento dei ghiacciai, ma pochi hanno allargato lo spettro delle indagini critiche, qui da noi, alle cause economiche reali del degrado planetario.

Una rilettura complessiva delle problematiche ambientalistiche – climatiche e di inquinamento – avrebbe imposto di guardare anche oltre al Mose, al di là dei confini nazionali. Cosa che non si è fatta, e che si è ben guardata dal fare una comunità europea tanto sensibile alle oscillazioni dello spread, quanto assente in tema di sviluppo sostenibile e di tutela degli effettivi interessi della gente.

Quanto al Mose è forse presto per concludere, ma è certo già tardi per ribadire alcuni dati: l’opera rischia cedimenti strutturali a causa della corrosione elettrochimica delle cerniere e dell’impiego di acciaio non idoneo; i cassoni, alla faccia delle vernici speciali asseritamente utilizzate, giacciono arrugginiti tra salsedine, muffe e mitili; molte paratoie sono paralizzate nel movimento da incagli tecnici; la gestione è affidata anche a faccendieri o, comunque, a figure che già in passato non avevano dato buona prova di sé nella gestione della cosa pubblica.

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14 Maggio 2019
pubblicato da Il Ponte

Il tema della Persona al Festival della filosofia di Modena

Festival della filosofiadi Massimo Jasonni

Il tema della persona appare nevralgico nell’esperienza e nella riflessione dei moderni, tuttavia il nome “persona” è antico. Esso risale alle fondamenta speculative dell’antichità, consentendoci oggi uno sguardo d’insieme risalente e approfondito.

Il Festival della filosofia di Modena ha perso di recente, con Tullio Gregory, uno dei suoi spiriti animatori, ma non ha cessato di segnalarsi all’attenzione della cultura internazionale. Lo comprova l’intitolazione stessa – Persona – della prossima edizione del 13-15 settembre, che comporterà un dibattito fervido, impegnato a esaminare, da un lato, le ragioni economico-politiche che spingono nell’attualità sul motivo personalistico, ma, d’altro lato, le radici filosofiche su cui poggia l’impianto originario della nostra civiltà.

Partendo dall’oggi, ovvero dagli esiti ultimi dell’umanismo moderno, è agevole riscontrare che l’attenzione mediatica al valore della soggettività si allinea a un habitat mercantilistico, non indenne da ritorni tardo romantici o, se si preferisce, decadenti, che il pensiero tedesco dell’Otto e del Novecento ha avvertito quale (con)causa del nichilismo. In quest’ottica critica, il processo che ha portato all’estremizzazione del principio di libertà individuale è stato interpretato nel segno della logica perversa di un dominio tecnocratico che provoca mercificazione delle esistenze, crescita a dismisura del disagio sociale e abbrutimento della natura.

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18 Aprile 2019
pubblicato da Il Ponte

Pedofilia e collasso di civiltà in Joseph Ratzinger

Joseph Ratzingerdi Massimo Jasonni

È tornato in attività, nella Chiesa cattolica, il vulcano che erutta non un mero confronto tra persone, o tra autorità, ma un conflitto tra modelli di riproposizione del cristianesimo nel tempo della tecnocrazia. La cosa era risaputa, e non da poco, ma trasse un impulso decisivo dal pensionamento di Ratzinger, che costituiva fatto non isolato nella storia delle istituzioni ecclesiastiche e tuttavia significativo con l’elezione del nuovo pontefice. Non fu facile convincere l’opinione pubblica che l’esclusione di un teologo della portata di Ratzinger rientrasse nel disbrigo di affari correnti. È vero che il diritto canonico e il corso della teologia non escludevano quella possibilità, ma doveva trattarsi, comunque, di ragioni eccezionali, giustificabili solo in forza della salus Ecclesiae.

Ora Ratzinger scende di nuovo in campo, in occasione degli scandali rappresentati dagli abusi commessi dai chierici sui minori, e lo fa con l’autorevolezza di sempre: col timbro e con la penna che contraddistinsero i lavori di un’ermeneutica biblica di eccellenza e, più di recente, la lectio magistralis di Ratisbona1. Nessuno, in curia e fuor di curia, poteva mettere in discussione quel magistero, peraltro incisivo sui cammini e sui destini del Concilio Vaticano II.

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3 Aprile 2019
pubblicato da Il Ponte

Povero Medioevo

medioevodi Massimo Jasonni

Ci sono categorie storiche che possono ben essere fatte oggetto di una semplificazione che mira a ricondurle ai loro minimi termini: questo vale, per esempio, per il Settecento o, in parallelo, per il pensiero illuministico, cui si è soliti ricorrere dimenticando che non esiste un Settecento, o un singolo flusso del pensiero illuministico, ma la storia testimonia, come acutamente ricordava Gómez[1], la molteplicità dei Settecento e il variegato disporsi delle filosofie dei lumi[2]. Niente di male in tutto ciò, perché l’aspirazione alla sintesi può trovare giustificazione nel fine didattico o in un disegno espositivo di estrema concisione.

Vi sono casi, viceversa, in cui le epoche storiche sono talmente protratte nel tempo e si rivelano così complesse nel corpo del loro intrinseco sviluppo da non consentire di farne un “liofilizzato”. Così è stato, nei giorni scorsi, per il termine Medioevo, improvvidamente affibbiato da taluni esponenti del nostro misero mondo politico – e da qualche giornalista eccitato da un possibile incremento dell’audience – al Congresso mondiale della famiglia, esauritosi domenica scorsa a Verona. La Lega ne ha fatto, qua e là, una bandiera a suo dire eretta contro l’oscurantismo; il M5S si è addirittura spaccato al suo interno, dividendosi tra chi a quel festival nemmeno consentiva si portasse un saluto e chi ha ritenuto corretto parteciparvi adesivamente, nel nome degli imperituri valori della famiglia. Anche al Pd non è parso vero per dimostrare il proprio vagabondaggio etico e culturale, prendendo per bocca di taluno le parti del felice universo del femminismo radicale e delle affettività omosessuali e, per bocca di altri, la veste di una conservazione quanto meno apparentemente sposa di un cattolicismo di segno controriformistico.

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