10 Agosto 2020
pubblicato da Il Ponte

La parola a Matteo Bassetti

[Intervista al prof. Matteo Bassetti, titolare della cattedra di infettivologia presso il Policlinico San Martino di Genova realizzata dal prof. Massimo Jasonni]

Massimo Jasonni: È scientificamente corretto affermare che il virus oggi ha perso carica virale?

Matteo Bassetti: Il virus ha perso forza. La ragione per cui l’ha persa può essere ricercata in molteplici spiegazioni. Quella più probabile la ricaviamo dal lavoro di vari laboratori (per esempio quello di Massimo Clementi, che in Italia è uno dei laboratori all’avanguardia e che è il laboratorio dell’Ospedale San Raffaele) che ci dicono che confrontando i tamponi (quelli a livello respiratorio o quelli naso-feringei) di marzo-aprile con quelli di maggio, giugno e luglio, la carica virale è decisamente più bassa. Quindi questo è un dato di fatto e lo diamo per assodato. Se lo sommiamo al fatto che, nonostante ci siano ogni giorno casi conclamati di infezione, cioè persone contagiate, il numero dei posti in terapia intensiva è oggi di 40 in tutta l’Italia, quando ne avevamo al picco 4.200, e avevamo oltre 35/40.000 persone contemporaneamente infette ricoverate in ospedale o a casa, mi pare evidente che il virus, dal punto di vista della sua manifestazione clinica, è mutato. Basta guardare i dati dell’Istituto superiore di sanità, che ci dicono che oggi abbiamo, tra asintomatici, poco sintomatici o casi cosiddetti mild, oltre il 90%, cosa che non avveniva nel periodo di marzo-aprile, dove avevamo sì 25-30% di asintomatici, ma la grande maggioranza era data da persone che avevano dei sintomi. Dunque Il virus ha sicuramente perso forza.

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7 Agosto 2020
pubblicato da Il Ponte

Lettera aperta al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Caro Presidente,

a titolo personale e a nome dei componenti della direzione della rivista, Le rivolgo un sentito ringraziamento per le parole che Lei ha usato a Genova in ricordo di Piero Calamandrei e in omaggio al foglio, ancor oggi vivo, che Calamandrei titolò «Il Ponte» nel 1945.

In quelle Sue parole abbiamo riconosciuto, tanto più nel contesto del cordoglio in cui venivano pubblicamente pronunciate, una sensibilità per i valori trasfusi da Calamandrei nella Costituzione repubblicana, e gelosamente custoditi dal «Ponte», che La onora.

Tuttavia, il drammatico quadro di crisi istituzionale di cui soffre il paese, ci impone di ritornare ai temi che furono essenziali nel pensiero del grande padre costituente: 1) l’importanza primaria del lavoro negli assetti politici sovranazionali e nazionali, questione su cui ha scritto, e bene, nei giorni scorsi Marco Revelli; 2) la non concessione di basi militari a potenze straniere non allineate al principio del ripudio della guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; 3) l’effettivo diritto di tutti, e tanto più dei non abbienti, allo studio, anche al fine della creazione di una classe dirigente di statura europea; 4) l’impianto di una Magistratura autonoma e indipendente, momento essenziale per una democrazia, che altrimenti nell’opera di Calamandrei risulta priva di significato.

Abbiamo il fondato timore, che ripetute esternazioni o conclamati progetti di ministri del Suo governo alimentano, che gli scritti di Calamandrei non siano stati non si dica letti, ma nemmeno mai sfiorati.

Con i segni della più alta stima,

Massimo Jasonni

9 Luglio 2020
pubblicato da Il Ponte

Platone in soffitta

Platonedi Massimo Jasonni

La riflessione platonica è di tale vastità e ricchezza da sconsigliare superficiali approcci o semplificazioni, ma è pur vero che la sua oggettiva grandezza non impedisce, anzi suggerisce, richiami nel nome della sintesi: anche per vincere un dominio culturale, oggi, che nega alla scuola lo studio della storia e, in particolare, la memoria del divenire del pensiero occidentale.

Platone parla della politicità come connotato fondamentale dell’essere dell’uomo, non come virtù astratta. Ne dice in Repubblica e Leggi, chiarendo che si ha a che fare con un profilo concreto della vita, paragonabile a ciò che l’armonia musicale offre nei disagi dell’esistenza. Proprio per questo la dimensione della politicità è in perenne conflitto con forze ambientali ostili che tendono a far prevalere sulla socialità un’individualità, cui non a caso il filosofo assegna il nome dell’idiozia. Noi moderni, e tanto più noi postmoderni, ricorriamo molto spesso a questo termine, ma privatizzandolo e quasi denaturandolo: ovvero esautorandolo della sua innata energia semantica pubblicistica.

La dimenticanza del valore della politicità produce imbarbarimento intellettuale e perdita del senso dell’amicizia tra la gente. Ecco perché quelle origini greche della nostra civiltà sottolineano, nella statura dello statista, i requisiti fondamentali della sapienza e dell’amicizia. Platone è esplicito: sophia e philia1. Aristotele si allineerà a una siffatta impostazione etica, ma insistendo sulla phronesys: dote dell’equilibrio e della propensione al giudizio equitativo2. Nient’altro, in ultima analisi, se non specificazione e ulteriore materializzazione del binomio platonico filosofia e filia. Etica e politica vanno così a fondersi nell’uomo di Stato, che è colui che possiede coscienza del benessere della polis e ne ha cura3.

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5 Maggio 2020
pubblicato da Il Ponte

Un parallelo impossibile e fecondo: Gramsci e Dossetti

di Massimo Jasonni

Le attenzioni del momento, pur inevitabilmente rivolte alla salute pubblica e ai tempi della ripresa industriale, non crediamo possano esimersi dal ripensare alle basi etico-politiche che valgano a portare a un cambiamento. La débâcle istituzionale ed economica del paese sollecita una riflessione sulla formazione di una classe politica dirigente altra, rispetto a quella a cui da troppo tempo siamo abituati. Solo una nuova classe dirigente potrà cogliere i segnali profondi del disagio, che le più recenti elezioni confermano, prospettando aggregazioni politiche e coaguli culturali capaci di fronteggiare o, almeno, di contenere la globalizzazione selvaggia che ha provocato la devastazione del pianeta.

L’ultimo dopoguerra offre spunti importanti. Si parla di un’avventura diversa da quanto è oggi sotto i nostri occhi, ma negli effetti rapportabile alla pandemia di ora per il cordoglio, la reclusione e la paralisi lavorativa in cui le vite dei cittadini sono gettate. Il capolavoro che consentì di riprenderci dalla sciagura bellica fu la Costituzione della Repubblica. Da cosa nacque questo documento tradotto e studiato in tutte le lingue, per nulla miracolistico, ma anzi frutto di una laboriosa sintesi ideologica? Nacque da un accordo tra formazioni anche tra di loro contrapposte, tuttavia accomunate dalla coscienza dell’ignominia del fascismo e della insopportabilità delle collusioni mussoliniane con il razzismo e il bellicismo hitleriano. Alla base di tutto, il sogno di riportare il paese alle tradizioni e alle bellezze che ne avevano fatto, in passato, il giardino non solo naturale, ma anche intellettuale d’Europa. Ricordo, al proposito, le lezioni in cui Calamandrei spiegava agli studenti milanesi il portato della Carta repubblicana, riscontrandovi «grandi voci lontane»: quelle di Cattaneo, di Beccaria, di Cavour, di Garibaldi e di Mazzini.

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17 Febbraio 2020
pubblicato da Il Ponte

Elogio della censura

di Massimo Jasonni

Ci sono parole che il mondo moderno ha escluso dal vocabolario corrente, o, comunque, ha assunto in termini vieppiù negativi. Il Postmoderno, l’attualità sono venuti al seguito e hanno così finito per rimuovere, in via definitiva, tali parole. Censura ne è un esempio tipico.

Oggi una mera proposta di censura, o anche solo una pallida idea del censurare è, se è consentito un gioco di parole, di per sé censurabile: il verbo evoca non una critica costruttiva, ma una biasimevole repressione intellettuale, in sostanza si traduce in un’intollerabile violazione della libertà.

Ma forse è il caso di ripensarci su, raccogliendo alcune indicazioni della filologia e della storia.

Censura, da censeo – censēre, indica una catalogazione, che nella Roma antica fu iscrizione di popolo nei registri: attività talmente significativa sul piano civile, da indurre all’instaurazione di un’apposita magistratura. Più nel dettaglio, census ricorre sin dalle origini regie, poi consolari del mondo latino: Livio ne dice con riferimento ad alti giureconsulti, dediti all’arte militare, quindi in età matura degni delle mansioni complesse della classificazione demografica1. Parliamo di un ufficio pubblico non a caso a termine2, in genere non ripetibile e con connesse competenze amministrative e finanziarie. Semanticamente la nobiltà istituzionale è iscritta nello stesso censēre: ove traspare un giudizio maturo, un opinamento razionale e responsabile, per conseguenza l’espressione di una proficua discrezionalità operativa.

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11 Gennaio 2020
pubblicato da Il Ponte

Ancora sulla prescrizione. E sui gradi del giudizio penale


di Massimo Jasonni

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di tutto può essere incolpato, ma non di essere uomo poco coraggioso. Ha avuto il coraggio di affermare pubblicamente che sono stati fatti passi avanti importanti, all’interno delle contrapposte forze governative, nella discussione sull’abrogazione della prescrizione. In ogni caso – ha precisato – «è stato abolito il totem della prescrizione».

In verità, l’istituto della prescrizione penale non è un totem, come il signor ministro sostiene, ma rappresenta una conquista civile di profondo significato etico e culturale nella battaglia che le democrazie hanno condotto nel secolo scorso contro i totalitarismi e in contrapposizione al dogmatismo religioso su cui il diritto dell’età della Controriforma e il Codice canonico del 1917 avevano declinato il principio della non prescrivibilità dei delitti contro la fede. Quelle battaglie hanno preso corpo in Italia, alla fine del secondo conflitto mondiale, con l’approvazione della Costituzione repubblicana. «Il Ponte» è già intervenuto sul tema più volte, e non ha mancato di sottolineare come lo Stato laico, pure erettosi sul principio di sovranità, dunque sull’indisponibilità a consentire impunità o fasce di privilegio nell’intervento punitivo del pubblico ministero, abbia tuttavia affermato la sua idiosincrasia per logiche autoritarie imperniate sulla fissità e sulla rigidità di una giustizia penale “eterna”, depauperata da prefissati confini cronologici.

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14 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Venezia e Rotterdam sotto le acque: pensando a un’altra Europa

Veneziadi Massimo Jasonni

Prendiamo atto che il Signor presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha parlato, per Venezia, di «comunità che soffre» e non ha negato lo stato di emergenza: prospettando lo stanziamento di nuovi fondi, caldeggiato dalle Autorità locali che, al suo fianco, hanno creduto di poter liquidare un dramma di questa portata etico-politica con la riproposizione della necessità di spendere una barca di soldi del contribuente italiano «per finire il Mose».

Il Ponte si limita, per ora, a sottolineare che quanto accaduto in questi giorni non ha rappresentato un’emergenza imprevedibile, viceversa il seguito naturale, e tragicamente presagibile, di ben note problematiche ambientalistiche, climatiche e di inquinamento, che gettano ombre sulla sopravvivenza stessa della nostra dea lagunare. Ne scriveva Massimo Jasonni su ilponterivista.com il 17 giugno 2019, in riferimento ad acque altissime a Venezia dell’aprile scorso: precisando che la questione non è soltanto veneziana, né solo italiana; e che l’Olanda (ma non solo l’Olanda) da tempo sta mettendo in campo soluzioni politiche e tecniche, atte a ovviare, o quanto meno a limitare l’invadenza devastante dei flussi idrici. Quanto al Mose, Jasonni scriveva: «è forse presto per concludere, ma è certo già tardi per ribadire alcuni dati: l’opera rischia cedimenti strutturali a causa della corrosione elettrochimica delle cerniere e dell’impiego di acciaio non idoneo». Né Jasonni mancava di porre l’accento su una gestione dell’impianto caratterizzata da «incagli tecnici» e da affidamento «a figure che già in passato non avevano dato buona prova di sé nella cura della cosa pubblica». Crediamo opportuno riproporre in appresso quell’articolo dell’estate scorsa nella sua interezza.

Marcello Rossi

L’acqua alta dello scorso aprile a Venezia non ha rappresentato mera ripetizione di un evento ricorrente, in fin dei conti tipico e turisticamente attrattivo del capoluogo veneto, ma fonte di severa preoccupazione: perché quei livelli di allagamento del 50% della città hanno gettato ombre sul futuro della sopravvivenza stessa della nostra dea lagunare.

L’attenzione, quindi, si sarebbe dovuta prestare ai fenomeni del surriscaldamento terrestre e dello scioglimento dei ghiacciai, ma pochi hanno allargato lo spettro delle indagini critiche, qui da noi, alle cause economiche reali del degrado planetario.

Una rilettura complessiva delle problematiche ambientalistiche – climatiche e di inquinamento – avrebbe imposto di guardare anche oltre al Mose, al di là dei confini nazionali. Cosa che non si è fatta, e che si è ben guardata dal fare una comunità europea tanto sensibile alle oscillazioni dello spread, quanto assente in tema di sviluppo sostenibile e di tutela degli effettivi interessi della gente.

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8 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Nascita e morte del Moderno

carlo emilio gaddadi Massimo Jasonni

 Nel settembre del 1945 Gadda pubblica su Il Mondo[1] una recensione di Rüssel, Profilo d’un umanesimo cristiano[2], che ora, dalle macerie della carta stampata, quasi miracolosamente ricompare grazie ad Adelphi[3].

La rilettura di oggi impone massima attenzione: perché si parla del più grande letterato, con Svevo, dell’Italia del Novecento che, peraltro, si affida alla rivista di Pannunzio, che gli è assai cara[4]; quanto a Herbert Werner Rüssel, di uno storico di rara e inquieta, all’epoca, larghezza di vedute. Ma non solo: è il tema stesso, nella sua oggettività, a suggerire cura: perché si tratta, per dirla con Gadda, di Rivelazione e bonae litterae lungo la storia ascendente, ovvero – decodificando il gergo barocco dell’ingegner Fantasia – dell’incidenza del pensiero greco e della teologia cristiana sull’avventura occidentale. Per storia ascendente l’ermeneuta evidentemente intende riferirsi alla «storia della libertà» di crociana memoria.

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13 Ottobre 2019
pubblicato da Il Ponte

Calamandrei: l’indipendenza della magistratura come fondamento di democrazia

indipendenza della magistraturadi Massimo Jasonni

Il tema dell’autonomia della magistratura è particolarmente caro a Piero Calamandrei: lo affronta sin dal 1920, anno in cui Gentile rende alle stampe, per Vallecchi, i Discorsi di religione e in cui Calamandrei, agli albori di una fulgida carriera accademica, ricopre la cattedra di diritto giudiziario a Siena. Vi ritorna, poi, con i più celebri interventi in Assemblea costituente1. Ma vi è un articolo, pubblicato nell’autunno del 1952 su «Il Ponte», dal titolo provocatorio di Incoscienza costituzionale2, che merita una riconsiderazione particolare per i toni profetici che assume oggi circa il rapporto tra democrazia e indipendenza della magistratura.

Calamandrei parte da un consuntivo al vetriolo dei primi cinque anni di governo della Democrazia cristiana:

La maggioranza democristiana, magnitudine sua laborans, è stata portata dalla sua stessa onnipotenza schiacciante a identificare la Costituzione con sé medesima; le sorti della Costituzione colle sue proprie sorti elettorali. Padrona del governo, si è accorta che chi governa può benissimo fare a meno di tutti quei controlli costituzionali che lo spirito romantico dell’Assemblea costituente aveva sognato. La Corte costituzionale, l’indipendenza della magistratura, il referendum popolare, bellissimi temi per conferenzieri da circoli rionali; ma in pratica, intralci micidiali per chi è al potere e vuol rimanerci. E allora la conclusione, prima appena sussurrata, poi in questi ultimi tempi apertamente proclamata, è venuta da sé: non è il governo che deve adattarsi alle esigenze della Costituzione, è la Costituzione che deve conformarsi alle esigenze di questo governo. Se questo governo la preferisce così, non c’è proprio ragione di complicare con intralci costituzionali, per fortuna rimasti soltanto sulla carta, questo ingranaggio che va da sé così liscio. Questa non è la Costituzione fatta dal popolo italiano per il popolo italiano: questa è la Costituzione fatta perché la maggioranza democristiana possa continuare per omnia saecula a rimaner maggioranza.

«La costitution c’est moi»: il programma fu già enunciato trent’anni fa, si riassunse fin da allora in un motto: «Durare». È stato detto che la schiettezza di una democrazia è data dalla lealtà con cui il partito che è al potere è disposto a lasciarlo: la lealtà del giuoco democratico è soprattutto nel «saper perdere». Ma la democrazia diventa una vuota parola quando il partito che si è servito dei metodi democratici per salire al potere è disposto a violarli pur di rimanervi: il che può farsi, anche senza bisogno di mettere «fuori legge» gli oppositori, con qualche ben studiata revisione costituzionale, o anche semplicemente con qualche trucco elettorale che permetta al partito che è al potere di rimanervi anche quando nel Paese sia diventato minoranza3.

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12 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Salvini e il fascismo

Patti lateranensidi Massimo Jasonni

La Lega non costituisce un vago pericolo di ritorno di fiamma, ma di più: è un reale, incombente e grave pericolo per le sorti della Repubblica. Lo è stata fin da subito, quando Bossi evocava a sproposito Alberto da Giussano, e lo è tanto più ora, ora che lo spirito autonomistico della prima ora si è tradotto in clamore nazionalistico.

La pubblicistica, poteri forti e Pd a braccetto, sono soliti individuare il problema in una consonanza tra Salvini e Mussolini, che in realtà non c’è, o che meglio va chiarita nell’effettivo e differenziato sviluppo degli eventi storici. Rispetto alla primigenia popolarità del duce mancano, in Salvini, l’originario spirito socialista e il sangue romagnolo. In concorrenza con questi profili, manca al segretario della Lega di oggi l’anima laica che innervò il fascismo, fumando via solo alla volta dello sciagurato accordo del 1929 con il cattolicesimo romano. Questo suggeriscono il rosario brandito da Salvini, l’insistente richiamo alle radici religiose europee e – manco a dirlo – un silenzio assoluto sulla scuola che emerge dal dettato concordatario. Tuttavia, una siffatta distanza cela sostanziali affinità, che riguardano non tanto la persona fisica del condottiero, quanto il clima da cui prese forma lo stemma littorio: in comune si ravvisa una radice essenziale, rappresentata dalla frustrazione di larghi strati della compagine civile. Distinte le cause, che, nel primo Novecento, vennero dalla crisi che seguì la Grande Guerra e che, ora, prendono corpo in un crescente disagio sociale. La frustrazione di questi anni è cresciuta a dismisura col tradimento, sempre più marcato da parte del Pd, del progetto gramsciano e salveminiano, ovvero con la perdita di un’appartenenza democratica che, in Renzi e con il referendum, apparve addirittura clamorosa. La gente ha ben compreso i cedimenti a un’Europa lontana anni luce da quella che Spinelli aveva delineato a Ventotene; ha ben compreso la sudditanza a un modello economico sovranazionale a impianto criminosamente neoliberistico; ha vissuto sulla sua pelle l’aumento in progressione esponenziale della forbice che separa pochi troppo facoltosi dai moltissimi in condizione di indigenza.

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