9 novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Ancora sul progetto di abolizione della prescrizione penale

Prescrizionedi Massimo Jasonni

Già abbiamo avuto occasione di scrivere, sulle pagine di questa rivista telematica, in merito al progetto pentastellato di riforma dell’istituto della prescrizione.

La prescrizione, quale rinuncia dello Stato alla potestà di pretendere e di eseguire una punizione penale, ha origini antiche, per poi rispondere a una definitiva conquista della modernità europea. Calamandrei ne colse l’essenza nel dire della dote principale del giudice, l’umiltà, come coscienza dell’insufficienza dello strumento giuridico e come opportunità di fissare legislativamente modalità e termini al corso della giustizia. Per intenderci: l’Etica e la Storia hanno la memoria lunga, non possono dimenticare; viceversa, l’esperienza del diritto risulta tanto più valida ed efficace, quanto più sa di essere, come la vita dell’uomo, a termine. Non a caso alle spalle delle procedure penali depauperate da confini cronologici stanno o il dogmatismo inquisitorio di matrice controriformistica, o un assolutismo statalistico che, nelle forme dell’imperialismo e del nazionalismo, fu nemico del pensiero di Cesare Beccaria e dello Stato democratico di diritto, che ne venne.

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5 novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Schizofrenia politica e prescrizione del reato

prescrizionedi Massimo Jasonni

Il degrado delle istituzioni fornisce la radiografia dai contorni sempre più precisi di un assetto culturale ormai consolidato, entro il quale la politica tanto più grida, quanto più è, in realtà, assente. Svanito è il sogno platonico di una repubblica in cui l’esercizio della politica giochi un ruolo dominante, non subalterno né fittizio, sulle prepotenze militari e finanziarie.

Il pensiero occidentale, principe quello di Leopardi, si avvide, sin dalla prima metà dell’Ottocento, del fenomeno, ma fu poi la filosofia tedesca a cogliere gli effetti etici devastanti, a cui avrebbero condotto dominio tecnocratico e morte delle patrie. Ove, sul punto, una precisazione subito si impone, oggetto anche di un recente intervento del presidente della Repubblica a Trieste in occasione del centenario della conclusione del primo conflitto mondiale: il concetto di patria certo interferisce, ma non si esaurisce in quello di nazione, giacché “patria” introduce a una familiarità nei costumi e a un’abitudine di vita che nel secondo termine sfumano, cedendo a motivazioni etniche e a prospettazioni nazionalistiche, purtroppo note, che afflissero l’Europa nel secolo breve. La globalizzazione ha fatto tabula rasa di quei valori e di quelle ragioni di vita: si pensi, per eccellenza, alla cultura contadina che rappresentava un punto di forza delle politiche tradizionali e, viceversa, è stata completamente dimenticata da Roma e da Bruxelles.

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2 settembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Walter Veltroni e la rifondazione della sinistra

Veltronidi Massimo Jasonni

Walter Veltroni delinea su «la Repubblica», 29 agosto, una rifondazione della sinistra che tale, in realtà, non è. In essa si evocano due padri del socialismo, Piero Calamandrei e Altiero Spinelli, ma la citazione è tanto immotivata, quanto impropria alla luce del contesto. Di Calamandrei, che anche Berlusconi vantava fantasticamente essere suo affine, si tace il programma di trasformazione della società, fondato sul diritto al lavoro, sull’effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, sul diritto al salario, ovvero l’essenza di un pensiero che si trasfuse in Costituzione repubblicana. Di Altiero Spinelli si omette di dire che l’Europa, di cui l’allievo di Cattaneo fu portavoce a Ventotene, ha a che fare con l’attuale Unione europea come le vongole alla marinara con il brodo dei tortellini.

Sicché la democrazia «veloce e trasparente», che Veltroni propone in contrappunto a una democrazia lenta e debole, non può essere accostata al ricordo di Calamandrei o di Spinelli, semmai rimanda a ciò che è rock e ciò che rock non è, di Adriano Celentano.

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30 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Quer pasticciaccio brutto di Piazza del Quirinale

Piazza del Quirinaledi Massimo Jasonni

Il conflitto intervenuto tra presidente della Repubblica e partiti legittimati dalle elezioni alla prospettazione di un governo, sottoposto alla firma presidenziale, appare di tale importanza e gravità, da imporre rigore di analisi. Occorre distinguere il profilo formale della legittimità costituzionale dal profilo sostanzialmente etico-politico.

La distinzione rievoca quanto Luigi Einaudi e Costantino Mortati sostennero in Assemblea Costituente, nel settembre del ’46, discutendo di opzione presidenzialistica e opzione parlamentaristica. Il problema, precisarono, non è di forma, ma di merito. «Quel che conta – dissero all’unisono quelle due alte voci – è quello che c’è sotto»[1].

Dunque, esamineremo qui, in sintesi, il profilo “tecnicamente” costituzionalistico, ma per poi cercare di far luce su «quello che c’è sotto».

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24 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

De profundis

teofrastodi Massimo Jasonni

La parola nell’orizzonte culturale originario fu lógos, riproduzione della realtà entro di sé già esplicativa di un più vasto, e ben articolato, ordine fisico delle cose. Nella fase omerica, essa era stata mýthos: evocazione sacrale dell’eterna circolarità delle vicende non solo umane, ma più in generale biologiche. Il pensiero occidentale si dispose così, tra la poesia del mito e le ragioni della filosofia, alla volta di un dialogo tra gli uomini di per sé custode della superiore dimensione dell’Essere.

La parola era nata chiara e forte: coltivava in sé un significato domestico, ma non privato di sue proprie, e quanto fervide, polivalenze. La chiarezza veniva da un collegamento esplicito con i fenomeni naturali; la forza le avrebbe permesso di innervarsi nell’idea presocratica del nesso ineludibile che deve correre tra pensiero e mondo.

Per definire meglio questo motivo della certezza nella domesticità valgano due esempi, tra tante altre voci cui si potrebbe ricorrere nell’esame del vocabolario greco: óikos, da intendersi quale confine nazionale o, se si preferisce, barriera rappresentata dall’identità talora familiare, talora etico-politica1, ma anche come recinto dei polli. Il confine non avrebbe mai perso quel significato primigenio, pratico e ideale, semplice e complesso a un tempo. Analogamente charaktēr, che Giorgio Pasquali, in prefazione a Teofrasto, ci ricorda essere «conio», «punzone d’impronta» o «marchio», prima che carattere, natura e temperamento di un uomo2. Di questa orgogliosa genealogia dei nomi avrebbe disquisito il Socrate platonico nel Cratilo, sostenendo la naturalità e l’oggettività, non già, come i sofisti pretendevano, la convenzionalità del lógos3.

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8 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Elogio della bocciatura

Elogio della bocciaturadi Alex Borghi e Massimo Jasonni

Se c’è un approccio che va evitato, avendolo chi scrive sempre considerato deprecabile specchio dell’età mussoliniana, è quello qualunquistico. Nel qualunquismo la generalizzazione prevale sull’analisi dei fatti, le responsabilità politiche e personali finiscono per confondersi e ha la meglio quel pregiudizio culturale che porta con sé l’impronta del regime totalitario.

Tuttavia, il vizio a cui ci riferiremo è ormai talmente diffuso, da consentire una critica complessiva, pur nella consapevolezza che non tutti portano colpe, nell’attuale degrado istituzionale, rispetto al fenomeno della caduta del valore del riconoscimento del merito scolastico.

Non si boccia più o, comunque, si tende a un grigio lasciapassare per cui gli studenti, in particolare universitari, sanno a priori di non doversi preoccupare delle prove che li attendono, guardando anzi a esse con spirito di sufficienza. Così è andato prendendo piede l’andazzo della elusione, da parte del docente, della verifica dello studio e dell’apprendimento del discente.

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11 gennaio 2018
pubblicato da Rino Genovese

Un dibattito sulla fraternità

di Rino Genovese

Marcello Rossi prima, e Massimo Jasonni poi, sono intervenuti su questo sito con dotti argomenti per lamentare il fatto che la lista unitaria di sinistra “Liberi e Uguali” avrebbe messo da parte la Fraternità che, oltre a essere il terzo termine della divisa della Rivoluzione francese, sarebbe anche quello specificamente socialista. Non discuto le critiche a “Liberi e Uguali”, in larga misura condivisibili (si tratta di un agglomerato informe che sembra ripetere l’errore che fu già del Pd, quello di non avere un’identità ben definita); vorrei invece mettere in questione la centralità della  fraternité nella nascita e nello sviluppo del socialismo così come si è formato storicamente. A mio parere, infatti, è molto dubbio che si possa parlare del terzo termine come di quello propriamente socialista.

Fermo restando che è dalla Rivoluzione francese che tutto il discorso prende le mosse, c’è da dire che è da una rottura nell’insieme della divisa repubblicana che si determina quel movimento di idee e di attori sociali che chiamiamo “socialismo”. È una diversa declinazione dei tre concetti, presi nel loro stretto legame. Così la liberté non può essere vista in maniera soltanto negativa come nel liberalismo: essa cioè non termina dove inizia la libertà dell’altro, ma al contrario, in termini positivi, comincia dove c’è la libertà dell’altro (in questo senso si può parlare di un “individualismo sociale”). L’égalité non può più essere soltanto giuridico-formale (come quando si dice, per esempio, che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge); deve diventare sostanziale, concretizzandosi su un piano economico e sociale. La fraternité, infine, non indica più una generica solidarietà nazionale, sia pure in senso democratico; è quella tra coloro che conducono una stessa battaglia contro l’oppressione (da qui il termine “compagno”, colui con cui si con-divide il pane nel corso di una lotta civile). È insomma da una rilettura dell’insieme delle tre parole d’ordine che proviene il socialismo, non dal privilegiamento di qualcuna su un’altra.

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9 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

La cancellazione della fraternità

libertà eguaglianza fraternitàdi Massimo Jasonni

Sulla denominazione delle formazioni partitiche, a partire dalla fine della Prima repubblica, ma ancor da prima, la politologia ha potuto esercitarsi, facendo ampio ricorso al sarcasmo nel porre in luce come già in essa sia impresso il marchio del vuoto ideologico. Non intendiamo tornare su Forza Italia o su margherite, ulivi e altre vegetazioni ormai sfiorite nel panorama parlamentare; né intendiamo insistere sul deplorato stemma del M5S: certo più acconcio alla réclame di un albergo per parvenus alle Maldive, che non a un movimento che ambisca al governo del paese. Viceversa, ci interroghiamo sulle nomenclature di una sinistra divisa, che ora si affaccia alle elezioni come «Liberi e Uguali».

Prima annotazione: in entrambi i casi, ovvero sia nel Pd, sia nel nuovo schieramento dalemiano-bersaniano, non compare la parola “socialismo”. Si tace sulla propria ragion d’essere storica, ma per poi presentarsi in modo alternativo: nel caso del Pd con il richiamo a una democrazia, ridotta, come amava dire un grande padre liberale, a «scatolone vuoto»; nel caso di «Liberi e Uguali», con un mero appello allo scolastico binomio libertà-eguaglianza.

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10 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il signor Ministro fa lo sciopero della fame

Graziano Delriodi Massimo Jasonni

Il nome dell’attuale ministro Graziano Delrio porta da tempo con sé, entro un universo politico italiano ogni giorno più infelice, un attimo di respiro, un momento di fiducia nei confronti di chi ci governa. Lo ricordiamo sindaco di Reggio Emilia per una serie di iniziative sociali meritorie e per una rigorosa cura dell’interesse pubblico, che logicamente lo hanno portato alla ribalta della vita politica nazionale.

Quando fu sfiorato da accuse di scorrettezza – accuse che in tempi di 5 Stelle e di divisioni in correnti del Pd ogni pubblico amministratore mette preventivamente in conto di poter patire – ebbe buon agio a subito dimostrarne l’infondatezza. Anche come ministro la sua voce ha denotato connotati positivi, a dire dei quali ne valga uno, per eccellenza: quando Renzi azionò e caldeggiò l’improvvida iniziativa referendaria, Delrio ne parve partecipe ai minimi del dovere di colleganza; in realtà ne risultò distante, e non solo ai palati più fini della politologia.

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18 giugno 2017
pubblicato da Il Ponte

Lo sfascio del processo penale

processo penaledi Massimo Jasonni

Si parla di approvazione, e tanto in effetti vi è stato alla Camera, della riforma del processo penale. In verità, manca una riforma effettiva, nel senso proprio e caratteristico del termine, e, quel che è peggio, manca una visione globale del processo penale. Più semplicemente questo nostro disgraziato mondo politico è ricorso al solito metro di «un colpo al cerchio e uno alla botte», inseguendo la pancia degli elettori. Da un lato, appaiono aggravate le pene per taluni reati; dall’altro, vi sono sconti di pena per alleggerire la prospettiva del carcere. Ma il tutto in assenza di un disegno legislativo complessivo e con “privilegio” offerto a taluni reati contro il patrimonio – il furto in abitazione e la rapina semplice, per esempio –, rispetto ad altri, senza alcun supporto o motivazione di ordine culturale. Cosicché quando il presidente del Consiglio ha affermato che «ora vi è più equilibrio e più garanzia nelle procedure, e pene severe per i reati più odiosi», non si è capito su quali basi fondasse l’idea dell’odiosità di un reato e quale concetto avesse dell’equilibrio nei rapporti sociali. Perché fossero più ripugnanti quei reati, rispetto ad altri, forse è dipeso dalla crescente attenzione di Paolo Gentiloni per l’elettorato leghista. Anche sotto questo profilo la sedicente riforma si allinea al buio che ha già caratterizzato la modifica dell’istituto della legittima difesa.

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