Chi spiega la storia

di Tomaso Montanari

Vorrei dirlo al «Ponte», perché ho imparato cosa vuol dire essere antifascisti grazie alle parole di Piero Calamandrei. E vorrei dire che, sì, sono preoccupato.

Sono preoccupato per quello che significa la fotografia che vi chiedo di pubblicare, per il suo commento: e soprattutto perché non ha provocato reazioni. È stata scattata nel tardo pomeriggio del 10 febbraio, davanti all’Università per Stranieri di Siena, di cui sono rettore. Ritrae una manifestazione di Gioventù Nazionale, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, il partito che potrebbe essere il più votato alle prossime elezioni politiche. Il testo con cui quella organizzazione ha diffuso la foto è questo: «“Prof, ci sente? Oggi si studia storia. Spieghiamo noi”. Il blitz di @azioneuniversitariaofficial davanti l’Università per Stranieri di Siena, contro un convegno negazionista organizzato dal suo rettore». Squadracce, insomma.

Il seminario si era tenuto il giorno prima, ed aveva come titolo Uso della memoria e revanscismo fascista: la genesi del Giorno del ricordo. Un evento scientifico, cui partecipavano alcuni dei più accreditati specialisti, tra storici e giuristi. Introducendolo, avevo detto: «Il fatto stesso che, per svolgere il suo proprio, ordinario, lavoro con la libertà che le riconosce la Costituzione della Repubblica, una università abbia necessità di rivolgersi alle forze di polizia è sufficiente a spiegare il titolo di questo nostro seminario. Devo premettere una preliminare nota di metodo, ormai temo non ovvia o superflua. L’università – nessuna università, e questa università in particolare – non si schiera politicamente. Ma l’antifascismo non è una posizione politica, è una premessa costituzionale e istituzionale indispensabile e non negoziabile. E dunque la nostra università, come tutte le altre università di una Repubblica fondata sull’antifascismo, è dichiaratamente antifascista».

Non c’è bisogno di dire che quel seminario non negava alcunché: provava invece a capire, a spiegare, a leggere fatti e idee. Tra i molti temi discussi nel seminario c’era anche quello della appropriazione in esclusiva, da parte della destra estrema, del Giorno del Ricordo. Nel discorso istituzionale e pubblico non c’è quasi traccia della «complessità» degli eventi tragici avvenuti sul confine alto-adriatico durante la Seconda guerra mondiale (quella complessità che perfino la legge istitutiva di quella solennità civile invita a meditare e ad approfondire). E chiunque provi a ricordare che a scatenare quei drammatici eventi fu innanzitutto il fascismo; che non ci fu in ogni caso pulizia etnica; che quegli eccidi in nessun modo si possono comparare all’Olocausto, chi prova a dire queste ovvietà viene tacciato di ‘negazionismo’, accusa infamante mutuata appunto dalla semantica dell’Olocausto.

Lo slogan che accompagna quella foto fa paura. Non per i quattro ragazzini che lo scandivano, no. Ma perché da oltre sette mesi – da quando in un articolo sul Fatto citai estesamente la lettera aperta dello storico Angelo D’Orsi a Mattarella sul Giorno del Ricordo – tutta la destra chiede la mia deposizione dal ruolo di rettore. Non si contano gli articoli di giornale, le interviste, le interrogazioni parlamentari in cui esponenti della Lega e Fratelli d’Italia (da Salvini e Meloni in giù) pretendono la mia rimozione. Da ultimo, in occasione del seminario quattro parlamentari leghisti hanno presentato una interrogazione alla ministra dell’università, chiedendole testualmente «se sia legittimo che un rettore possa assumere liberamente iniziative di critica esplicita di una legge dello Stato». Vorrei sottolineare quell’avverbio, «liberamente»: che qui vale «impunemente». In altre parole, si chiede una punizione esemplare per chi osa dissentire. Dimenticando che il compito dell’università, la sua missione (garantita dalla Costituzione) è proprio quella di dissentire, criticare, elaborare alternative: chissà se quei parlamentari sapessero quante leggi dello Stato vengono esplicitamente criticate nei dipartimenti di Giurisprudenza! Fratelli d’Italia (che a Siena è al governo della città) raccoglie invece in piazza le firme per le mie dimissioni: a farlo è precisamente la sezione intitolata a Giorgio Almirante, dal 1938 al 1942 segretario di redazione della «Difesa della razza».

Sono tutti d’accordo con lo slogan di quei quattro fascisti di fronte alla mia università (cioè in piazzale Carlo Rosselli, oltraggio nell’oltraggio): «Oggi si studia storia. Spieghiamo noi». È l’intera destra fascista italiana (spalleggiata dal Corriere della sera, che si è schierato con i camerati attraverso un orrendo articolo di Aldo Grasso) a pretendere il controllo politico della storia: spieghiamo noi. Noi: le squadracce. La storia? A noi!

Ora, io so benissimo di non essere simpatico alla borghesia benpensante, alla politica del centrosinistra, ai miei stessi colleghi universitari. Le mie idee radicali (che sono poi quelle di un Calamandrei o di un Dossetti), l’abitudine ad esprimerle con franchezza, la possibilità di farlo in sedi fornite di un qualche ascolto: tutto congiura nel rendermi inviso ai miei pari. Mi sta bene, non me ne dolgo: anzi.

Ma qua non si tratta di Tomaso Montanari: si tratta di un micidiale salto di scala. La storia spiegata con il manganello, l’università della Repubblica intimidita e minacciata.

Sono preoccupato, dicevo. Per il silenzio, o addirittura per l’implicita complicità di troppi.

A Siena Fratelli d’Italia, lo rammento ancora, è al governo, la giunta e il sindaco hanno più volte detto in questi mesi che anche loro vogliono spiegare la storia al posto dell’università. E gli altri tacciono: universitari, giornalisti, politici. Un grande silenzio. Anzi, qualcuno ne ha approfittato per unirsi agli attacchi: per esempio vecchi politici che dopo aver sbagliato tutto lungo una vita di potere malvissuta, dopo aver distrutto la banca e dopo aver consegnato la città ai fascisti, invece di nascondersi in cantina, continuano a pontificare con astiosa ottusità, incapaci di capire a cosa contribuiscono a preparare la strada.

Ma non è solo Siena: a Firenze e a Roma quasi tutti hanno taciuto. Né dal governo né dal Colle si è udita una voce: in difesa non già di chi scrive queste cose, ma della sacra autonomia universitaria, difesa dalla Costituzione antifascista. Dal segretario del Pd, eletto in Parlamento proprio a Siena, neanche un fiato.

A un secolo esatto dal 1922 fa un certo effetto che il rettore di un’università italiana debba andare dal rettorato all’aula magna scortato dalla polizia in borghese per tutelare la libertà accademica dalle squadracce fasciste.

«Oggi si studia storia. Spieghiamo noi»: davvero nessuno, nelle istituzioni della Repubblica, ha qualcosa da dire?

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