14 maggio 2018
pubblicato da Marcello Rossi

Questa nostra Repubblica

Repubblica italianadi Piero Calamandrei

Ripubblichiamo questo scritto di Calamandrei – il suo ultimo articolo apparso sul «Ponte» (n. 10, ottobre 1956) – che presenta motivi di grande interesse per leggere la realtà attuale. In primis le caratteristiche della nostra repubblica parlamentare che si differenzia – e in meglio – da una repubblica presidenziale in quanto si fonda su una Costituzione rigida e programmatica. Programmatica perché contiene «un vero e proprio programma di trasformazione sociale della società, i cui capisaldi sono quelli del diritto al lavoro, della effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, del diritto al salario».
A garanzia di questo programma c’è il presidente della Repubblica che non è un re, che può fare e disfare i governi a suo piacimento, ma «ha il potere di garantire la continuità costituzionale» ricordando ai governi «l’indirizzo programmatico».
Questo per dire che, secondo me, il presidente non può fare un «governo del presidente», né, come si è detto da più parti con una punta di compiacimento, un «governo neutrale», né un «governo di garanzia». Il governo deve essere espressione della volontà popolare che i risultati elettorali hanno messo in evidenza. Rispettando questo principio, il presidente della Repubblica è il rappresentante del potere del popolo e attua «l’impegno preso dal popolo nella Costituzione».

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12 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Dallo spettro del governo neutrale al governo M5S-Lega

Sergio Mattarelladi Mario Monforte

La “stramberia” costituzionale e istituzionale della proposta di Mattarella – «governo neutrale», ma ogni atto governativo ha valenza politica, economica e sociale; «governo a tempo», ma la durata del governo la decide il parlamento; «governo di garanzia», ma garanzia di che e per chi; governo con ministri «non piú candidati», ma il presidente della Repubblica non lo può vietare; governo sfiduciato in partenza perché M5S, Lega, e Fd’I non l’avrebbero votato: solo Pd e LeU avevano anticipato il sí, il che già la diceva lunga su tale governo – ebbene, questa “stramberia”, che avrebbe generato un governo di mera conservazione dello status quo, pareva andare a realizzarsi… a meno che non vi fossero “scatti” leghisti e “grillini” dell’ultimo momento. E gli scatti ci sono stati.

La condicio sine qua non di Di Maio per il M5S, cioè un accordo solo con la Lega, e non con il centrodestra, e la messa a latere di Berlusconi-FI, è stata accettata. Pur nell’aperto livore dei “suoi” giornali e giornalisti (in primis Feltri e Sallusti), che attesta come stiano le cose, Berlusconi si presenta come il «padre nobile» che «consente benevolmente» l’avvio del governo M5S-Lega. In realtà, ha dovuto ingoiare la sorte degli sconfitti il 4 marzo (come il Pd, e altri): essere messo fuori gioco. E finalmente, diciamo noi!

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18 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Giustizia su stragi e deportazioni nazifasciste: un tema populista, democratico, giustizialista o nazional-patriottico?

Belmondodi Luca Baiada

Ce n’è di cose da dire: lutto e dolore; indagini insabbiate per mezzo secolo; vertenze aperte sui risarcimenti; una magnifica sentenza del 2014 della Corte costituzionale (ne faceva parte anche Sergio Mattarella); la Germania che continua a non pagare; connivenze intellettuali e istituzionali in Italia. E invece silenzio, distrazione, falsa coscienza.

Quest’anno il Presidente della Repubblica, per il Giorno della memoria, ha denunciato l’indifferenza e ha ricordato «la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati»; l’intervento era sullo sterminio degli ebrei, ma è una bella sveglia su tutto. Del resto, nell’Armadio della vergogna i casi di assassinio di ebrei e quelli di strage ebbero lo stesso trattamento. E poi, alle vittime italiane è stato fatto l’estremo oltraggio: usate come cavie nel 2012, in un processo internazionale all’Aia, per affermare la licenza di uccidere per ragion di Stato. È un principio che, se accettato, varrebbe anche per oggi, per le stragi in queste ore. Se si può fare a Marzabotto, il massacro più grave nell’Europa occidentale, perché non in Siria?

Insomma, sono argomenti che uniscono il passato, il presente e la progettazione del futuro. Questioni che contraddicono la nozione passatista della storia e la monumentalizzazione del lavoro culturale. Forse per questo, allora, oltre che per gli interessi economici, sono temi che danno fastidio.

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4 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Liberi e Uguali, ma per che cosa?

di Marcello Rossi

Liberté, égalité, fraternité, il motto nazionale della Repubblica francese, risalente al 1700 e associato alla rivoluzione dell’Ottantanove, sembra essere stato l’ispiratore del nome del nuovo raggruppamento della sinistra italiana, ma con una variante significativa in quanto nella versione di questa sinistra è caduto l’ultimo elemento del motto, fraternité, che per l’appunto è l’elemento veramente rivoluzionario. Voglio dire che liberté ed égalité rientrano a pieno titolo in una teoria liberale della società, mentre fraternité – concetto che ovviamente non va letto in chiave religiosa – va oltre il liberalismo e apre a una società socialista. Ma questo aspetto sembra essere sfuggito – e pour cause, dico io – ai fondatori del nuovo raggruppamento che, per quanto siano contro il renzismo, non per questo assumono il socialismo a loro punto di riferimento. Se così è, niente di nuovo sotto il cielo della sinistra italiana.

«Nasciamo liberi e uguali per ridare dignità al lavoro», ha detto Fassina il 4 dicembre scorso al telegiornale di Rai 3. Una dichiarazione sibillina perché per la dignità del lavoro la libertà e l’uguaglianza senz’altro servono, ma non sono gli elementi dirimenti: occorrerebbe anche sapere a chi appartengono la materia prima e i mezzi di produzione. In altre parole, quale modo di produzione adottare. E tuttavia questa dichiarazione nasconde qualcosa: nasconde l’idea di un’economia keynesiana, la filosofia cioè del Partito democratico veltroniano, prodiano e in parte anche bersaniano che, ritenendo, tra le altre cose, le liberalizzazioni “di sinistra”, non va oltre un riformismo vago e inconsistente, proponendoci come soluzione finale non il socialismo ma un ormai desueto “capitalismo dal volto umano”.

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31 dicembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Le destre associate hanno affossato lo “ius soli”

Ius solidi Rino Genovese

Dunque Mattarella ha sciolto le camere, si voterà il 4 marzo e lo ius soli è rimasto nel gargarozzo della trascorsa legislatura. Chi non ha voluto una legge di civiltà che sarebbe servita a dare piena cittadinanza a bambini nati in Italia, i quali oggi possono diventare cittadini a tutti gli effetti soltanto dai diciotto anni in poi e superando svariate complicazioni burocratiche? La risposta è facile: le destre associate colluse in parlamento con il beneplacito del governo, cioè di Gentilon de’ Gentiloni che granché gentile non si è mostrato con i figli dei genitori immigrati (avrebbe potuto “forzare” la situazione ponendo la questione di fiducia, ma ha preferito non rischiare nella speranza di poter succedere a se stesso dopo le elezioni). E quali sono queste destre unite, di fatto, nella negazione di un diritto elementare a una parte della popolazione? Tolti i postfascisti e i fascioleghisti, che sulla xenofobia e un razzismo più o meno discreto fondano le loro fortune, c’è l’opportunismo del solito “liberale alle vongole” Berlusconi; ci sono la piccola galassia centrista (che, ancorché sempre pronta a lavarsi la bocca con il cattolicesimo, di spirito cristiano non ha nulla), l’elettoralismo della maggioranza renziana del Pd schierata solo a parole a favore della legge, e infine l’interesse del grillismo qualunquista e fascistoide di Di Maio. Una bella accozzaglia, non c’è che dire.

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19 dicembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Una pessima decisione

Vittorio Emanuele IIIdi Rino Genovese

Chiunque l’abbia presa – sia il presidente del Consiglio Gentiloni, sia il capo dello Stato Mattarella – ha fatto un errore madornale. È una pessima decisione che grida vendetta al cospetto della storia. La spoglia di Vittorio Emanuele III poteva restare dov’era, ricordo di una vita sbagliata, di uno Statuto – quello albertino – tradito, di un regno mandato in malora. Tutti i democratici, coloro che hanno nel cuore l’antifascismo e la Resistenza, non possono dimenticare: Mussolini non andò al potere sull’onda di chissà quale successo elettorale, ma per un calcolo dei maggiorenti di allora, in primis della monarchia che gli consegnò le chiavi del potere. Con eccessiva e malriposta fiducia i galantuomini dell’Aventino sperarono che, almeno dopo l’assassinio di Matteotti, il re intervenisse a ristabilire la legalità costituzionale. Neanche per sogno. Vittorio Emanuele tirò diritto fino alla grottesca tragedia dell’impero, alle leggi razziali, alla catastrofe della guerra mondiale, da null’altro preoccupato se non di non troppo sfigurare dinanzi al suo amico-nemico che minacciava di sbarazzarsene un giorno o l’altro. Fu invece il re, alla fine, a licenziare il dittatore. Ma poche settimane dopo eccolo fuggire dinanzi al pericolo costituito dai nazisti.

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11 gennaio 2017
pubblicato da Il Ponte

Si sono voluti contare e hanno perso

Si sono voluti contare e hanno persodi Paolo Bagnoli

Il risultato del referendum che ha salvato la Costituzione ci riporta alla mente quanto Pietro Nenni disse in occasione del referendum sul divorzio del 1974: «Si sono voluti contare e hanno perso». Il paese non solo ha gridato un no netto, ma ha anche fatto sapere che di Matteo Renzi non ne vuole sapere. Come sempre accade in un referendum, il voto, comunque ci si collochi, racchiude tanto altro al di là dello specifico in oggetto, e per argomentare un giudizio politico d’insieme bisogna considerare il dato unificante. Così il voto del 4 dicembre è, secondo me, molto semplice da interpretare: non si può “imbastardire” la Costituzione con le questioni del governo; non si può confondere quanto è a fondamento di un paese con quanto è contingente. Su ciò il giudizio del popolo italiano è stato praticamente omogeneo: la Costituzione vale molto di più della classe politica che è al governo e non la si può barattare con una “frittura di pesce”.

Subito dopo il risultato, le interpretazioni di merito sono state le più varie. L’unica cosa che non abbiamo né letto né sentito è stato quello che, in effetti, era il nocciolo vero della questione: passare da un sistema di democrazia repubblicana a uno di potere autoritario. Se ciò fosse avvenuto, i rischi per la Repubblica e la sua legittimità democratica sarebbero stati gravissimi anche perché il nuovo sistema era stato concepito su due fondamenti: annullamento della centralità parlamentare con conseguente ruolo caudillistico del presidente del Consiglio e legge elettorale che avrebbe permesso al Pd – hoc erat in votis – di divenire il centro di legittimità e di governo dell’intero sistema. Se questo fosse avvenuto, le radici della Repubblica, nata dalla Resistenza, sarebbero state cancellate e la stessa prima parte della Costituzione avrebbe figurato, rispetto al tutto, come le guardie del Pantheon, che non fa alcuna differenza che ci siano o non ci siano.

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28 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

E se vince il No?

Se vince il Nodi Marcello Rossi

Se vince il no la politica italiana può essere attraversata da diversi scenari. Vediamone alcuni.

Il primo, il più probabile, è che Renzi salga al Colle e rimetta il mandato nelle mani del presidente della Repubblica e questi, che è “creatura” di Renzi, lo rimandi alle Camere per una nuova fiducia. E qui si pone il problema: chi è disposto a dare la fiducia? Se si esclude a priori il M5S, non resta che Forza Italia di Berlusconi-Parisi, ma l’operazione potrebbe essere rischiosa per Forza Italia perché il gruppo che fa riferimento a Brunetta e Toti potrebbe non essere disponibile e potrebbe aprire una crisi in vista di un apparentamento con la Lega e con Fratelli d’Italia. Anche nel Pd, comunque, la fiducia della cosiddetta sinistra non è scontata. Non credo che si vada a una scissione, ma potrebbero prendere corpo un’astensione o addirittura un voto contrario. Ma poi, di fronte a una vittoria del no, Renzi, dopo tutto quello che ha sostenuto, con quale programma potrebbe chiedere la fiducia? È vero che l’uomo è capace di giocare più parti in commedia e con molta disinvoltura promettere mari e monti, ma a tutto c’è un limite. Già in una esternazione che aveva il sapore della verità Renzi ebbe a sostenere le sue dimissioni se il referendum non fosse andato secondo le sue aspettative – e di questo è stato poi ampiamente rimproverato dai suoi – ma a me sembra che una volta tanto abbia detto una cosa giusta e che, di fronte a un risultato negativo, non gli resti che declinare l’invito di Mattarella.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Mario Monforte

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo JasonniTomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Andando al referendum sulla modifica renziana della Costituzione, per ben comprenderlo è utile ricordare, in questo “paese di smemorandia”, che non ne è questa la prima modifica formale (mettendo da parte quelle attuate in pratica). La prima fu quella del Titolo V, con risicati voti parlamentari del centrosinistra, fatta passare nel referendum del 7 ottobre 2001 come «autonomie delle Regioni» – fu presto chiaro che erano carrozzoni mangia-fondi e piazza-politici: una “deforma” da riformare, il che resta tuttora in sospeso (le effettive autonomie sono “problematiche” per il potere statuale centrale).

La seconda fu la “deforma” di Berlusconi, che diminuiva deputati e senatori, ma in funzione del premierato, con caduta del governo del premier solo a «sfiducia costruttiva», del maggior controllo politico della magistratura, della riduzione del presidente della Repubblica a ruolo notarile – puntando a interconnettersi a una legge elettorale con grosso premio di maggioranza. L’operazione berlusconiana fu sostenuta con minore virulenza dell’attuale, ma l’allora Ds, con associazioni collaterali e fronte di sinistra – nell’allarme: «attentato alla Costituzione, democrazia in pericolo» –, l’affossò nel referendum del 25-26 giugno 2006.

Quella renziana è la terza. E i baldi difensori diessini della Costituzione, anche loro smemorati? (Forse un “danno collaterale” per il “travaso” del 2007 nel Pd …). Il “grosso” del partito ora sostiene l’opposto, con i suoi parlamentari, che hanno legittimato un parlamento uscito da una legge elettorale, il Porcellum di Calderoli, incostituzionale (come sancito dalla Consulta), e quindi i suoi provvedimenti – in compagnia dell’opposizione: sia quella mezza-e-mezza di Forza Italia, sia quella piú decisa, a sinistra, a destra, a “né di destra né di sinistra”, hanno accettato, perciò riconosciuto, questo parlamento, operando in esso. In tale quadro sono state accolte “forzature” istituzionali – tre governi nominati da Napolitano, sua seconda rielezione alla presidenza della Repubblica (in effetti, una suite di «golpe bianchi») – e decise una serie di misure nocive per il paese e la sua popolazione (ma negli interessi della dominante oligarchia economica, sociale, politica, culturale, mediatica), compresa l’eliminazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori. Di piú: il “grosso” dei parlamentari del Pd a direzione renziana sono arrivati, perfino in un parlamento del genere, ad approvare da soli (con pochi altri per assicurare la maggioranza: quelli di Monti, quelli di Alfano e Verdini, già del centrodestra) il massacro della II parte della Costituzione – lasciando la I sospesa, come da sempre, nel vuoto retorico (verso il crescente oblio). Gli aspetti piú palesi sono l’eliminazione del Senato – sostituito da un “papocchio senatorio” di nominati in seconda istanza (pescati dai Consigli regionali), marginale per la gestione (governo) dello Stato -, connessa alla nuova legge elettorale, detta (chissà perché) Italicum – simile all’altra: premio di maggioranza assurdo a chi arrivi al 40% dei voti validi, ossia il 25% al massimo dei votanti effettivi, con immediata «fiducia di mandato» al leader vincitore, e assunzione di tutte le cariche istituzionali da parte sua e dei suoi.

La propaganda a favore è piú proterva, ma non molto diversa dalla precedente berlusconiana: «assicurare la governabilità», «ridurre le spese della politica», «basta con il bicameralismo perfetto» – ed «è settant’anni che ce lo chiede il paese» -, «stop alle lungaggini parlamentari» per «fare presto e bene» – e il cambiamento è valido, e la modernizzazione è indispensabile.

Una serie di balle, «notizie false e tendenziose atte a …» ingannare la popolazione. La governabilità? Ma è assicurata, e da sempre, in Italia, al di là e anzi proprio attraverso l’alternarsi delle gestioni (governi) dello Stato. Meno spese della politica? Ma dove, basta fare un po’ di conti veri. Eliminare il bicameralismo? Ma è servito, e serve, a un’ampia discussione e composizione degli atti di legge nel contesto delle frazioni e fazioni della classe politica, quindi delle componenti (dirette e indirette) dell’oligarchia di referenza, nonché delle modalità di ottenere un consenso o comunque un’accettazione da parte delle classi subalterne. Lo chiede il paese da settant’anni? Il «grido di dolore» non si è mai sentito, e non siamo fra sordi. Le lungaggini? Ma sono dovute ai problemi di accordo o meno fra frazioni e fazioni, altrimenti non vi sono, com’è accaduto e accade in molti casi. E il «cambiamento» – parola d’ordine connessa a quanto è posto come mirabile: l’innovazione costante dei prodotti e ancor piú dei programmi di software – è una vox media: si muta in meglio o in peggio (come in questo caso). Variante del «cambiamento» come valido in sé è la «modernizzazione» da agognare come tale. E «presto e bene» è … il motto delle pompe funebri.

È evidente a chi non faccia parte delle cordate di interessi e interessati, o non sia un “tifoso” di Pd e soci, e non voglia farsi ingannare, che si tratta di un rinnovato disegno di accentramento dirigistico e autoritario della gestione (governo) statuale, assicurandola in una gabbia d’acciaio, sotto il «premierato» (non dichiarato, ma nei fatti) del leader impostosi e dei suoi nominati, senza contrasti significativi, almeno per ogni legislatura. Il che implica lo stravolgimento della Costituzione nei suoi caratteri di rappresentanza, di attività legislativa parlamentare, di bilanciamento dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), nello scatenamento del leaderismo.

Per il referendum, fissato (pare) il 4 dicembre (per darsi tempo), Renzi & Co. muovono tutte le forze possibili, vanno in giro per il paese, hanno formato i «Comitati per il Sí» e imposto “privilegi” pro in tv. Né mancano gli appoggi: oltre a Marchionne, quelli di Confindustria, dei Giovani industriali, della grande stampa, di cólti che passano per studiosi “esperti”, di personaggi mediatici come Benigni, nonché altri, capaci di influenzare la “gente”. Anche dall’estero sono venuti quelli che, nel vezzo (pernicioso) dell’anglicismo, i media chiamano endorsement: l’ambasciatore Usa, John Phillips, ha detto «passi la riforma, è giusta, se no sarà una catastrofe», con supporto dell’agenzia Usa Fitch Ratings, che ha profetizzato la caduta degli investimenti esteri in Italia, se non si afferma il ; e a favore «cosí parlò …» Frau Angela Merkel. Al che Mattarella ha proclamato l’ovvio: «all’estero hanno diritto di interessarsi dell’Italia, ma la sovranità spetta al popolo» – però né Phillips, né l’agenzia Fitch, né la Merkel lo negano, danno solo “consigli” … forse, non molto utili a Renzi & Co., per reattività di orgoglio nazionale – almeno come il tifo per la nazionale di calcio (e infatti quasi tutti i media hanno lodato la risposta di Mattarella e archiviato subito la faccenda).

È un paradosso – addirittura divertente, prendendo distanze abissali, il che è arduo per chi vive nel nostro paese. Il “grosso” di coloro che hanno combattuto la “deforma” di Berlusconi & Co. ora è pro “deforma” di Renzi & Co., e viceversa: cambio di ruolo. Ogni paradosso è una contraddizione non spiegata, e va sciolta. Berlusconi con i suoi tentò questo accentramento per gestire l’avanzata del liberalismo interno insieme a un pur sgangherato “sgomitamento” per una maggiore, benché parziale, autonomia in politica estera (economica e non solo): in base a comparti dell’oligarchia che lo sostenevano, una qualche continuazione della vecchia politica Dc. E, in un contesto che, se già segnato da ripetute “esplosioni di criticità”, non era ancora quello della crisi globale – scoppiata nel 2007 e generalizzata dal 2008 -, Berlusconi pensò di riuscirci (in fondo, la modifica del Titolo V era passata). Avrebbe lasciato ai posteri questa modalità di accentramento, ma intanto si sarebbe rafforzato, e a lungo, con un successo referendario.

Cosí non fu. Attacco dall’interno: il Ds non intendeva permettere questa assunzione di maggior forza gestionale da parte di Berlusconi e centrodestra. E dall’estero: gli Usa già avevano concorso alla caduta di Dc, Psi & Co. (sostegno a «Mani pulite»), che conducevano quella politica, e non volevano la riuscita del tentativo berlusconiano; l’Ue, Germania in primis, vi si accodò. Senza dimenticare l’intreccio interno-estero: l’italico trasversale “partito amerikano” e “filo-Ue”, operante in maniera multiforme – all’interno delle stesse fila berlusconiane. E Berlusconi è infine caduto del tutto (2011), insieme ai conati di politica di “sgomitamento” di settori dell’oligarchia.

Il tentativo di accentramento è ripreso da Renzi & Co. e Pd e soci, con grossi appoggi esteri e dell’oligarchia interna: la politica renziana non prevede nessun “sgomitamento” ed è consona alle linee di Usa e Ue; l’oligarchia italica ha accolto la subordinazione ed è sempre piú in fusione con quella estera; le (attuali) critiche di Renzi a Germania e Francia, e all’Ue, sono in sé inconcludenti (sull’Ue) e servono ad agganciare, per fini elettorali, le tendenze (ancora) prevalenti in Italia del «sí all’Ue, ma cambiandola». E tale politica pro-oligarchica (pro capitale nel suo complesso, dal versante finanziario e bancario alla produzione e distribuzione, e capitale non solo interno, ma anche estero), per cui è già stato fatto molto proprio da questa sinistra (la destra non avrebbe potuto: si pensi alle sollevazioni popolari che sarebbero state promosse, o sostenute), mentre non fuoriesce dalla crisi (che è organica alla stessa «crescita», nome suadente, che significa solo accumulazione del capitale), genera costanti contraddizioni, contrasti e conflitti. Perciò è utile, per perpetuare e gestire lo stato di cose dato, un accentramento dirigistico e autoritario della gestione statuale, che anche Renzi lascerebbe al dopo, ma intanto potrebbe utilizzare appieno, con successo nel referendum.

Questo è il “nodo”. Mutano quadro e contesto. Il fronte del no si è in gran parte rovesciato. Comprende solo settori minori della sinistra: quella “interna” al Pd, da tempo tipo “re tentenna” (è chiaro: aderisce anch’essa al liberalismo-capitalismo, esemplificato dal bersaniano «le liberalizzazioni sono di sinistra», e infatti sono da sinistra liberale), che dice ni, connettendo il no alla mancata riforma dell’Italicum (il resto può andare?); decisi i fuoriusciti dal Pd, con i resti di Sel e di Rifondazione, ma di ridotto bacino elettorale; decisa, ora come allora, l’Anpi (assumendo la Costituzione come frutto della Resistenza); anche la Cgil dice no (quanti iscritti lo seguiranno?) e cosí ovviamente i sindacati di base. Per il resto, il fronte comprende il M5S, a sé stante, ma deciso (onestà e legalità costituzionale sono per esso la democrazia); Forza Italia, che però va in ordine sparso (riconosce come reale quanto affrontato da Renzi & Co., ma si attesta contro la “riforma sbagliata”, quindi: via aperta a tornare poi sul “nodo” e a cogestire il governo), dai piú decisi, come Brunetta, ai piú possibilisti, fino chi è per il ; netto il no della destra (Salvini-Lega e Meloni-FdI, ostili comunque a Renzi). Minori i sostegni “potenti”; molti i costituzionalisti per il no, che, tuttavia, sostengono l’“aggiornamento” della Costituzione, però non nel modo renziano.

La debolezza del fronte del no sta nel fatto che il messaggio agli elettori non risulta univoco, chiaro. Si centrerà infine sulla “difesa della democrazia”, ma con diverse voci, sfumature, distinguo. E si baserà sul discredito crescente e diffuso del renzismo: benché Renzi abbia cercato di correggere la personalizzazione del referendum, questo sarà un o no a lui & Co.

E perciò bisogna votare no: va respinto il “papocchio senatorio” e quanto annesso e connesso, respingendo cosí, indirettamente, anche l’Italicum (su cui la Consulta si pronuncerà dopo il referendum). Va battuto il governo renziano, con il Pd di supporto, che ha proseguito ed esteso il degrado, su tutti i piani, del nostro paese e grande maggioranza della popolazione, e l’infeudamento all’estero – riavviando una dialettica politica, pur incerta nelle prospettive, ma con aperture e potenzialità. Va sconfitta la riproposizione dell’accentramento dirigistico e autoritario, con lo stravolgimento della Costituzione e la riduzione dei diritti politici dei cittadini – il che, se non comporta di per sé la riduzione dei diritti civili, vi apre maggiori possibilità, all’occasione.

È la difesa della democrazia? È la difesa di spazi per capire e cominciare a indirizzarsi alla democrazia in senso vero. Che è ben diverso da quello corrente (liberale): l’esistente “sistema” elettorale-rappresentativo, pur respinta la gabbia dell’accentramento, applica per definizione il principio della delega alla gestione (governo) «ai pochi», con «uno» in testa (dal livello centrale a quello locale; com’è nei C. d. a. e negli altri campi), nel gioco delle fazioni politiche (partiti) – è quindi un principio oligarchico (corrispondente all’esistenza dell’oligarchia dominante in Italia). La democrazia come effettivo «potere del popolo, per il popolo, esercitato dal popolo», vuole autonomia (e reale indipendenza), autogoverno (articolato dal “basso” al “centro”), rotazione di scelti (di volta in volta) e collegialità (delle cariche). Il principio democratico, sola via di fuoriuscita dalla situazione tanto ossificata e stratificata, quanto sempre piú affondata in un vicolo cieco, del nostro paese, va ripreso, ripensato, fatto comprendere e proposto. È questo l’impegno di fondo, che comprende come momento fondante anche il no alla “deforma” di Renzi, e di tutti i suoi sostenitori.

24 agosto 2016
pubblicato da Il Ponte

Lettera aperta al Presidente Mattarella

Mattarelladi Ferdinando Imposimato

Illustre Signor Presidente della Repubblica Sergio Mattarella,

Lei invoca, dal meeting di Rimini, unità nazionale e ammonisce: deboli se divisi. Rilevo che l’unità non può esserci se le ingiustizie sociali aumentano a vantaggio di pochi e contro i diritti della maggioranza dei cittadini – insegnanti, lavoratori, disoccupati, pensionati, forze dell’ordine, portatori di handicap – che vive in condizioni di bisogno e di umiliazione.

Qualcuno potrebbe interpretare l’invito come adesione al progetto riformista del premier, che a molti, tra cui chi scrive, appare eversivo e inaccettabile. Lei, signor Presidente, sembra ignorare ciò che disse Piero Calamandrei nel 1947: «nella preparazione della costituzione il governo non ha alcuna ingerenza: il governo può esercitare per delega il potere legislativo ordinario, ma, nel campo del potere costituente, non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria. Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti [sic!]; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formazione del progetto […]. Se si fosse affidata al governo, o magari a una Commissione di tecnici non facenti parte dell’assemblea, la preparazione del piano, la sovranità dell’assemblea sarebbe stata menomata» (P. Calamandrei, Come nasce la nuova Costituzione, «Il Ponte», n. 1, gennaio 1947, pp. 2-3).

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