7 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Il gioco dei tre Conte

Giuseppe Conte

di Valeria Turra

Il risultato delle elezioni regionali in Umbria va sicuramente interpretato nella sua valenza specificamente locale come una insofferenza profonda a un malgoverno che verrà giudicato compiutamente nelle aule di più di un tribunale, ma acquisisce, per il quadro in cui de facto esse si situano, un valore politico generale, di formidabile vaglio collettivo di una scelta (quella assunta dal presidente della Repubblica, di non sciogliere le Camere dopo la crisi di governo innescata da Salvini, proprio perché il risultato atteso da una nuova consultazione non era quello desiderato dall’Ue e dal Vaticano, alla cui voce Mattarella è tutt’altro che sordo); di un’alleanza (quella fra due partititi prima avversari acerrimi, il Pd e il M5S), e di un tentativo finora riuscito di radicamento al potere (quello di “Giuseppi” Conte, figura di grottesco “doppio” euripideo rivisitato, con il suo voler essere sosia diverso di se stesso nel passaggio da Conte 1 a Conte 2 -che qualcuno non dica bis, rimarcando una continuità!: al 2 non essendo però legittimato che da quella prima esperienza di governo come “avvocato del popolo” con la Lega di Salvini, forse con troppa fretta accantonata). Dato che negli ultimi giorni di campagna elettorale alleanza e tentato radicamento hanno sfilato in Umbria, presumere di escludere la portata nazionale da queste elezioni sarà un tentativo tanto scontato quanto infelice, legittimato solo dalla prassi ormai consolidataci dalla permanenza in Europa, quella di non dare più peso alcuno allo scollamento fra volontà popolare ed eletti.

Cosa ci dice dunque questo voto? Almeno tre cose.

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6 Settembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Così è (anche) se (non) vi pare. Cronaca di una crisi pirandelliana

Maschere PirandelloGiuliano e Piergiovanni Pelfer

Si afferma da molte parti e con maggiore insistenza che la politica è sempre più spettacolo anche per effetto delle possibilità offerte dai nuovi media. L’idea è intrigante e ci offre l’occasione di descrivere la crisi politica risolta da poco rifacendosi a un canovaccio, come nella Commedia dell’Arte.

Gli attori che indicheremo con pseudonimi sono il rude lumbard, il gran Cazzaro Verde, alias Matteo Salvini; il fiorentino, il perfido Cazzaro Rosso, alias Matteo Renzi; il romano, il fratello più furbo di Montalbano, alias Nicola Zingaretti; tre meridionali: l’incolto stewart dello stadio San Paolo invitato in ogni occasione a iscriversi alla London School of Economics, alias Luigi Di Maio; il BisConte Raddoppiato, alias Giuseppe Conte, e il sempre sorprendente Grande Vecchio, alias il presidente Sergio Mattarella.

Per chi non conosce la letteratura italiana, in primo luogo Luigi Pirandello ma anche altri siciliani tra cui Sciascia e Bufalino e il napoletano Eduardo De Filippo, decifrare questa crisi politica può essere arduo, mentre la conoscenza di questi autori aiuta molto a scoprire l’oscuro intreccio della commedia recitata dagli attori citati. Il vero inizio della crisi ha una data precisa, le elezioni europee del maggio 2019. Il risultato per la Lega va al di là di ogni più ottimistica attesa.

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27 Gennaio 2019
pubblicato da Il Ponte

Memoria di un anno di memoria

di Luca Baiada

Se ne parla tanto, provo a vedere se funziona.

Gennaio 2018, un anno fa. Il presidente della Repubblica condanna i giuristi del fascismo e denuncia «la complicità di organismi dello Stato, di intellettuali, giuristi, magistrati» nello sterminio degli ebrei. Parole importanti, soprattutto per il riferimento ai notabilati intellettuali e ai magistrati. Il fascismo non fu solo cosa di energumeni.

Alla presa di posizione di Mattarella, nelle magistrature nessuna associazione dà risposte ufficiali. Contemporaneamente al messaggio, nella Scuola della magistratura, a Scandicci, c’è il corso La psicologia del giudicare; si parla continuamente di memoria (testimoni, false memorie eccetera), però lo sterminio non viene ricordato. In seguito, durante l’anno il sito di Magistratura democratica proporrà interventi per provare a spezzare il muro di silenzio e di ovvietà.

Marzo. A una cerimonia di apertura dell’anno giudiziario si solleva un problema che ha dell’incredibile: l’Avvocatura dello Stato italiana ha preso le difese della Germania nei processi civili sui risarcimenti da stragi e deportazioni. La cosa è criticata davanti ai rappresentanti del Foro, ai giornalisti, ai comandi militari. L’Avvocatura dello Stato non risponde. Un giornale riprende appena la questione.

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19 Dicembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Il caso di Villa Vigoni: i risarcimenti da stragi e deportazioni e l’esecuzione sui beni della Germania

Villa Vigonidi Luca Baiada

La Villa Vigoni è una lussuosa proprietà dello Stato tedesco in Italia, in provincia di Como. Nel 2007, nel tentativo di riscuotere il risarcimento per il massacro di Distomo, avvenuto durante la Seconda guerra mondiale, è ipotecata da un ente pubblico greco, in base a una sentenza pronunciata in Grecia, resa efficace in Italia con un provvedimento emesso a Firenze. La vicenda va ricapitolata: la Cassazione si è espressa su quell’ipoteca, e per una coincidenza, quasi nel decennale del vertice italo-tedesco Berlusconi-Merkel (Trieste, novembre 2008), in cui si parlò anche dei crimini nell’Italia occupata.

Il caso di Villa Vigoni, insieme alle condanne civili a carico della Germania per stragi e deportazioni di italiani, è stato portato davanti alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia, e nel 2012 la vertenza è stata decisa in favore di Berlino con affermazioni spaventose: la ragion di Stato conta più degli esseri umani. Perciò nella storia di quell’ipoteca, in fondo, si legge il rapporto fra persona e potere. Esecrare i crimini, son parole. Ma lo Stato che uccide o deporta, poi deve risarcire? C’è il modo per costringerlo a pagare, o ci si accontenta di sentenze non eseguibili? Allora vediamo alcuni aspetti tecnici.

Nel 2008 la Germania, mentre in un diverso processo, a Firenze dove la sentenza greca ha ricevuto efficacia, sta cercando di togliere qualsiasi effetto giuridico a quella condanna, con una nuova citazione al Tribunale di Como chiede la verifica della non sottoponibilità di Villa Vigoni a procedimenti esecutivi, e l’ordine all’Agenzia del territorio di cancellare l’iscrizione ipotecaria. In favore di Berlino, il Governo italiano fa intervenire l’Avvocatura dello Stato (i privati con la casa ipotecata non hanno alleati così robusti).

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3 Agosto 2018
pubblicato da Il Ponte

Saviano e la sinistra

Roberto Savianodi Tomaso Montanari

Caro direttore,

Roberto Saviano ha invitato a rompere il silenzio sulla politica e la retorica sostanzialmente fasciste di Matteo Salvini.

Ho dedicato un piccolo libro (Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità, Torino, Edizioni del Gruppo Abele, 2017) al dovere di – sono parole di Bobbio – non lasciare il monopolio della verità a chi ha già il monopolio della forza: e lì ho indicato proprio in Saviano uno dei non molti intellettuali liberi, e disposti a schierarsi. Su Salvini, poi, ho preso la parola in ogni sede: scrivendo, tra l’altro, la prefazione al libro che Antonello Caporale e Paper First hanno dedicato al «ministro della paura».

Ma rompere il silenzio non basta. Racconta Emilio Lussu di un comizio in cui, quando un ascoltatore reclamò: «voce!», si sentì rispondere: «orecchio!». Per battere questa destra orrenda serve più orecchio che voce.

Ci vuole ascolto, per capire perché (oltre al tessuto ricco, e talvolta razzista, del Nord che da anni si riconosce nel potere della Lega) anche i poveri, gli ultimi, gli «scartati» (come li chiama papa Francesco) hanno votato in massa per le forze che si sono saldate in questo governo. E perché, nonostante tutto, continuano a sostenerle. Se non lo capiamo, rischiamo di maledire un sintomo (Salvini) senza curare la malattia.

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21 Luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

La qualità della nostra democrazia

Costituzione italianadi Paolo Bagnoli

Rileggere Piero Calamandrei è sempre edificante. La ripubblicazione, in apertura dell’ultimo fascicolo del «Ponte» (n. 3, maggio-giugno 2018) dell’ultimo articolo da lui scritto, Questa nostra Repubblica – introdotto da una ficcante nota di Marcello Rossi – spinge a riflettere sul valore fondante della Costituzione e sulla natura della Repubblica parlamentare.

Il ragionamento che sviluppa Calamandrei sulle tipicità della Costituzione – rigida e programmatica – non risente dell’usura del tempo perché, se così fosse, anche la Costituzione risulterebbe inadeguata; tuttavia, viste le condizioni del paese, non si registra una cognizione precisa del dettato costituzionale. Basti pensare che c’è chi ritiene – come Giorgia Meloni – che si debba permettere alla polizia l’uso della tortura; che il ministro degli Interni ordini quanto è di spettanza della giurisdizione; che un sottosegretario alla Giustizia intervenga in Aula tacciando di «rilievo penale» le critiche delle opposizioni, ignorando che la Costituzione recita che «i membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni». Di controcanto, il suo pari grado leghista al ministero, si è augurato la scomparsa delle «correnti di sinistra» tra i magistrati. Potremmo continuare. Tali affermazioni non possono che inquietare, ponendosi fuori e contro lo Stato di diritto che la Costituzione garantisce.

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18 Giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Il discorso del re

re_vittorio_emanuele_iidi Tomaso Montanari

La nascita del governo Conte non deve distogliere da ciò che il suo travagliato avvento ha rivelato. In particolare, non deve distogliere da una seria analisi del discorso che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto, in diretta televisiva, la sera di domenica 27 maggio 2018: un discorso che sarà ricordato molto a lungo. Sicuramente come uno svelamento drammatico dei reali rapporti di forza che governano la post-democrazia italiana. E, probabilmente, anche come un punto di non ritorno.

Non ci sono veri precedenti per la vicenda culminata in quel discorso: non ce ne sono per la decisione del presidente di assumersi la responsabilità di non nominare un ministro, e dunque di far saltare un governo che poteva contare su una maggioranza assoluta, sia parlamentare che elettorale (due cose stavolta miracolosamente coincidenti). In tutti i casi passati in cui cronache più o meno sicure (comunque basate su fonti orali o su diari privati) attestano un attivismo del presidente della Repubblica nella scelta dei ministri, esso si era sempre manifestato attraverso una persuasione che aveva indotto il presidente del Consiglio incaricato a proporre formalmente ciò che il capo dello Stato gradiva.

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1 Giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Ti piace ’o presebbio?

di Marcello Rossi

Giorni or sono, prima che Mattarella bocciasse il governo giallo-verde, un amico mi ha mandato una mail (ormai la comunicazione si tiene con questi strumenti) in cui, con fare malizioso, usando dell’Eduardo di Natale in casa Cupiello, mi chiedeva: «Ti piace ’o presebbio?». Gli ho risposto con le parole di Tommasino: «Non mi piace ’o presebbio». E gli ho risposto così perché questo “presebbio” mi sembrava sfacciatamente di destra, e a me la destra non piace. E qui tuttavia occorre che io faccia qualche precisazione per non essere frainteso perché io penso che il governo che stava per nascere – mi piacesse o non mi piacesse, d’altronde anche i governi democristiani non mi sono mai piaciuti – era la diretta espressione del voto del 4 marzo, il che lo rendeva assolutamente legittimo.

Come e qualmente questo governo si sia incagliato nella scelta del ministro dell’Economia è altro problema che riguarda i rapporti che sarebbero dovuti intercorrere tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio incaricato. Mi spiego: io credo che nella formazione della lista dei ministri i due presidenti avrebbero dovuto trovare un accordo, prima di arrivare alla definizione ufficiale dei ministri secondo l’art. 92 della Costituzione, secondo comma, che recita: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Vorrei richiamare l’attenzione su quel “nomina”, che è un indicativo, e non un congiuntivo o un condizionale e, secondo la sintassi italiana, la funzione dell’indicativo è quella di indicare una situazione non condizionata da incertezze. Il che vuol dire, secondo me, che le incertezze, i dubbi e i divieti su un possibile ministro si sarebbero dovuti risolvere da parte dei due presidenti prima di mettere in campo l’articolo 92, perché, se si arriva all’art. 92, i giochi sono ormai fatti. Ma altri su questa rivista, con maggiore dottrina della mia, affrontano il problema e a loro rimando il lettore.

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30 Maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Quer pasticciaccio brutto di Piazza del Quirinale

Piazza del Quirinaledi Massimo Jasonni

Il conflitto intervenuto tra presidente della Repubblica e partiti legittimati dalle elezioni alla prospettazione di un governo, sottoposto alla firma presidenziale, appare di tale importanza e gravità, da imporre rigore di analisi. Occorre distinguere il profilo formale della legittimità costituzionale dal profilo sostanzialmente etico-politico.

La distinzione rievoca quanto Luigi Einaudi e Costantino Mortati sostennero in Assemblea Costituente, nel settembre del ’46, discutendo di opzione presidenzialistica e opzione parlamentaristica. Il problema, precisarono, non è di forma, ma di merito. «Quel che conta – dissero all’unisono quelle due alte voci – è quello che c’è sotto»[1].

Dunque, esamineremo qui, in sintesi, il profilo “tecnicamente” costituzionalistico, ma per poi cercare di far luce su «quello che c’è sotto».

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14 Maggio 2018
pubblicato da Marcello Rossi

Questa nostra Repubblica

Repubblica italianadi Piero Calamandrei

Ripubblichiamo questo scritto di Calamandrei – il suo ultimo articolo apparso sul «Ponte» (n. 10, ottobre 1956) – che presenta motivi di grande interesse per leggere la realtà attuale. In primis le caratteristiche della nostra repubblica parlamentare che si differenzia – e in meglio – da una repubblica presidenziale in quanto si fonda su una Costituzione rigida e programmatica. Programmatica perché contiene «un vero e proprio programma di trasformazione sociale della società, i cui capisaldi sono quelli del diritto al lavoro, della effettiva partecipazione dei lavoratori al governo, del diritto al salario».
A garanzia di questo programma c’è il presidente della Repubblica che non è un re, che può fare e disfare i governi a suo piacimento, ma «ha il potere di garantire la continuità costituzionale» ricordando ai governi «l’indirizzo programmatico».
Questo per dire che, secondo me, il presidente non può fare un «governo del presidente», né, come si è detto da più parti con una punta di compiacimento, un «governo neutrale», né un «governo di garanzia». Il governo deve essere espressione della volontà popolare che i risultati elettorali hanno messo in evidenza. Rispettando questo principio, il presidente della Repubblica è il rappresentante del potere del popolo e attua «l’impegno preso dal popolo nella Costituzione».

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