8 Novembre 2019
pubblicato da Il Ponte

Nascita e morte del Moderno

carlo emilio gaddadi Massimo Jasonni

 Nel settembre del 1945 Gadda pubblica su Il Mondo[1] una recensione di Rüssel, Profilo d’un umanesimo cristiano[2], che ora, dalle macerie della carta stampata, quasi miracolosamente ricompare grazie ad Adelphi[3].

La rilettura di oggi impone massima attenzione: perché si parla del più grande letterato, con Svevo, dell’Italia del Novecento che, peraltro, si affida alla rivista di Pannunzio, che gli è assai cara[4]; quanto a Herbert Werner Rüssel, di uno storico di rara e inquieta, all’epoca, larghezza di vedute. Ma non solo: è il tema stesso, nella sua oggettività, a suggerire cura: perché si tratta, per dirla con Gadda, di Rivelazione e bonae litterae lungo la storia ascendente, ovvero – decodificando il gergo barocco dell’ingegner Fantasia – dell’incidenza del pensiero greco e della teologia cristiana sull’avventura occidentale. Per storia ascendente l’ermeneuta evidentemente intende riferirsi alla «storia della libertà» di crociana memoria.

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24 Ottobre 2019
pubblicato da Il Ponte

Linguaggio esopico degli intellettuali sotto il fascismo: un esempio illustre ricostruito da Canfora

Luciano Canforadi Silvia Calamandrei

Luciano Canfora ha già dedicato pagine significative a Concetto Marchesi, latinista e comunista staliniano che lo ha sempre intrigato, a partire dall’episodio di Giovanni Gentile giustiziato dai partigiani fiorentini.

A partire da quella sua indagine (La sentenza, Palermo, Sellerio, 1985), condotta come una perizia filologica – come ebbe a commentare Sergio Romano sul «Corriere della sera» –, ha continuato a ricevere e a raccogliere testimonianze e materiali avviando una ricerca ben più vasta sull’intera biografia del grande classicista, fin dagli anni giovanili siciliani e all’adesione al bordighismo, per approdare al secondo dopoguerra e alle sue prese di posizione in occasione del Ventesimo Congresso, ostinato oppositore di Krusciov e della messa in discussione dello stalinismo.

La biografia (Il sovversivo, Roma-Bari, Laterza, 2019), condotta con la consueta acribia filologica impiegata per il papiro di Artemidoro, con ampie ricognizioni negli archivi e negli scritti storiografici, memorialistici e autobiografici, si dipana per più di novecento pagine, alternando la ricostruzione dei contributi scientifici dello studioso di Livio, Tacito e Sallustio alla storia della letteratura latina, all’approfondimento degli snodi del suo impegno politico di comunista e di intellettuale e accademico, sotto il fascismo e dopo la Liberazione. Canfora è in continua colluttazione con i biografi troppo agiografici e o le falsificazioni propagandistiche a posteriori, di cui spesso la responsabilità risale allo stesso protagonista, che preferisce adombrare un’origine proletaria, giocare su una propria partecipazione ai moti siciliani o nascondere momenti di compromissione eccessiva con il regime fascista. Canfora è infastidito dalle imprecisioni e dalle falsificazioni, ed è orgoglioso di poter allineare le prove che le smentiscono, bacchettandone i responsabili. Ma è anche consapevole che la memoria tradisce e che le falsificazioni spesso corrispondono a sovrapporsi di ricordi e di punti di vista in un procedere tortuoso degli avvenimenti e in un alternarsi di elaborazioni. Ci offre con questa opera magna un bel contributo alla metodologia storiografica, non accontentandosi mai della vulgata, ma cercando spiegazioni anche alle sistemazioni a posteriori. E fa appassionare il lettore all’indagine, in un contrappunto di testimonianze, lasciando talvolta in sospeso il giudizio. Continua a leggere →

18 Ottobre 2019
pubblicato da Il Ponte

Articolo nove

Nordestdi Angelo Tonnellato

Un “oggetto desueto” – in letteratura e, purtroppo, non solo – lo Statuto dei lavoratori? Desueto certamente, sotto questi chiari di luna, quel Titolo I – Della libertà e dignità del lavoratore – entro cui s’inscrive, e di cui è cardine, l’articolo – il Nove, appunto – che i curatori di questo bellissimo monografico hanno adottato, più che adattato, come titolo d’una robusta e assai densa sinergia di studi, studiosi e studiosi-testimoni: Articolo Nove. Esperienze di medicina del lavoro a Nordest, a cura di Alfiero Boschiero e Gilda Zazzara, che fornisce il cuore al nuovo fascicolo, il primo del 2019, di «Venetica. Rivista di storia contemporanea»[1].

Desueto, in politica, ormai, l’«oggetto»; inconsueta, per una rivista di storia contemporanea, la declinazione di un tema così spinosamente attuale e scabrosamente esposto. Difficile dare conto compiutamente, in uno spazio limitato d’invito alla lettura, di un assai complesso e pregevole insieme di studi in cui si vedono interagire storici, medici, lavoratori ed esponenti di una tradizione alta del sindacalismo Cgil in un’area industriale, sociale e politica altrettanto ricca di chiaroscuri, contraddizioni e – perché no – buchi neri più o meno dissimulati dalla master narrative – spesso condivisa anche da settori non trascurabili della classe operaia e del mondo artigianale – dello sviluppo, della “rimonta”, del “modello veneto” e del “capannonismo”. Una narrazione egemonica che il leghismo e il venetismo hanno implementato e sfruttato, ma che in realtà, in certi suoi nuclei di condensazione, era ben preesistente; e alla quale le stesse forze di sinistra – espertissime da sempre nell’arte di fabbricarsi in proprio le corde a cui farsi impiccare – hanno portato qualche mattone.

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19 Settembre 2019
pubblicato da Il Ponte

L’urbanista socialista

Michele Achillidi Valdo Spini

Quello di Michele Achilli, L’urbanista socialista. Le leggi di riforma 1967-19921 è un libro importante, perché tratta non solo di un argomento di grande rilievo, ma perché illustra anche le caratteristiche e le personalità di quello che fu un vero e proprio movimento di intellettuali, tecnici, operatori politi e sociali che si sono mossi intorno al Partito socialista italiano proprio sul tema dell’urbanistica. Un lavoro del genere non era stato ancora fatto e si rivela molto prezioso. Un vero e proprio movimento, si diceva, con i suoi addentellati non solo culturali ma anche sociali. Non è un caso che un’espressione che Achilli amava molto usare era quella di «urbanista condotto», per significare un tecnico che si muoveva sul territorio per migliorare le condizioni di chi vi abitava.

Michele Achilli, milanese, è stato un esponente della sinistra lombardiana del Psi, ma con un suo percorso originale. Aderente alla corrente di Lelio Basso, si distaccò da quest’ultimo quando questi partecipò alla scissione del Psiup, rimanendo nel partito e aderendo alla corrente di Riccardo Lombardi. In seguito alla scomparsa del pavese Alcide Malagugini, Michele Achilli entrò in parlamento nel 1967 e vi portò la sua competenza di architetto, impegnato nel prestigioso studio Canella. Da allora Achilli fu eletto deputato ininterrottamente nel collegio Milano-Pavia, poi fu senatore nella legislatura 1987-1992.

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2 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Bruno Enei, liberazione e libertà

Bruno Eneidi Luciana Brunelli

[Il testo integrale di questa recensione sarà pubblicato nel Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, Perugia, 2019]

Il volume di Lanfranco e Marta Binni, Storia di Bruno Enei. Il dovere della libertà, Firenze, Il Ponte Editore, 2019, porta finalmente alla luce una storia individuale che fu strettamente intrecciata alle vicende dell’antifascismo in Italia oltre che a quelle della Resistenza e dei primi anni del dopoguerra a Perugia. Enei fu uno dei maggiori esponenti dell’antifascismo perugino: formatosi alla cultura politica del liberalsocialismo pisano e fiorentino, allievo di Momigliano e Capitini, amico fraterno di Walter Binni, fu comandante di battaglione nella brigata San Faustino-Proletaria d’Urto, redattore e poi direttore del «Corriere dell’Umbria», organo del Cln della provincia di Perugia, dirigente del Psiup locale e vicesegretario provinciale dell’Anpi alla sua fondazione nel 1946. A poche biografie politiche di tale spessore è toccato di restare sepolte per settant’anni nell’oblio, coperte dal silenzio sui motivi che a suo tempo segnarono prima l’emarginazione e poi la partenza di Enei da Perugia e dall’Italia.

Il volume si articola in due parti. La prima, ampiamente documentata, segue Enei dalla nascita in Brasile nel 1908 – figlio di una famiglia marchigiana lì emigrata – agli studi e all’attività politica in Italia fino al 1950, e poi al ritorno in Brasile dove muore nel 1967. La seconda comprende una selezione di scritti di Enei, anche inediti, che consente al lettore di approfondire la ricostruzione proposta dagli autori.

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19 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Pittori visionari e apocalittici di Romagna

Visionari e apocalittici di ordinaria folliadi Massimo Jasonni

Visionari e apocalittici di ordinaria follia è l’intitolazione di una mostra che il Comune di Cervia ospita alla Torre dei Magazzini del Sale dal 19 luglio al 18 agosto 2019. La manifestazione, supportata dalla Cna di Ravenna e introdotta da un catalogo del curatore Claudio Spadoni, si segnala per una serie di ragioni, non ultima tra le quali la raccolta delle esperienze più significative dell’avventura pittorica della Romagna del tardo Novecento e a cavallo tra i due secoli. L’aspirazione consiste nell’esplorare una tradizione artistica, quale quella che viene dalla “perdurante follia” della gente di qua e porta all’esposizione di molte belle tele, che in tempi di dilagante abbrutimento dei costumi confortano.

In effetti, la raccolta è coraggiosamente tematica, perché affronta il motivo di quella oraziana, amabilis insania che spinge l’uomo, rivendicando una sua ragione interiore o una sua insopprimibile, arcana necessità a pittare il mondo che lo circonda e, di riflesso, il proprio animo.

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24 Maggio 2019
pubblicato da Il Ponte

La barchetta di Carta (costituzionale) di Novello Papafava contro il fascismo

Novello Papafavadi Angelo Tonnellato

Il grande e meritorio lavoro che il Comitato per le edizioni gobettiane, con il suo presidente Bartolo Gariglio, emerito dell’Ateneo torinese, in trincea “sotto la Mole” (è il caso di dire) e le Edizioni di storia e letteratura, con Tommaso Codignola e i suoi collaboratori in prima linea a Roma, stanno da tempo svolgendo – nel deprimente silenzio di ciò che resta dell’informazione culturale nel nostro paese – per la riproposta di tutti i titoli di Gobetti Editore, incrocia nuovamente la personalità e il percorso di Novello Papafava, del quale è stato appena riproposto il volumetto del 1924, Fissazioni liberali, accompagnato da un’ampia, robusta e acuta postfazione di Valeria Mogavero intitolata Le “fissazioni liberali” di Novello Papafava: la libertà, la Costituzione e la patria1.

Oggi forse il nome dell’autore e il titolo del volumetto dicono assai poco a troppi. Noi italiani siamo del resto celebri per la capacità che abbiamo di dimenticare anche noi stessi –figuriamoci i nostri padri e nonni – nell’alone della macchia d’unto delle deformazioni e alterazioni prospettiche prodotte dal continuo farneticare di una “memoria” tanto pervasiva e invocata quanto indeterminata e svuotata di storicità: si razzola in una specie di magazzino di trovarobe, “allietato” da giullari, imbonitori, saltimbanchi, ventriloqui e fattucchieri, mentre i “comari maschi” di cui parlava Pessoa invadono tutti gli spazi della quotidianità e gli “invasori verticali” di Ortega y Gasset tornano a fuoriuscire dalla botola di un sottosuolo umano, prima ancora che politico, indossando e dismettendo freneticamente in pubblico felpe, berretti, canottiere e giubbe “logate” al bisogno o, come direbbe l’abate Galiani, “all’impronto”.

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3 Maggio 2019
pubblicato da Il Ponte

Sensibili di professione o minoranze etiche?

minoranze etichedi Alessandro Gaudio

Goffredo Fofi qualche anno fa, rifacendosi al magistero di Aldo Capitini, iniziò a parlare di minoranze etiche, costituite dai colpiti dal mondo, ovvero dai disoccupati, dagli esclusi, dai sofferenti, dai torturati, persino dai depressi, dagli sfiniti e dagli scomparsi, i quali, alleandosi con gli intellettuali, tentassero di operare una vera e propria rivoluzione aperta, non approvando che prevalgano dappertutto la forza e la prepotenza. Si tratta di alleanze tra persone che non hanno alcun dovere di diventare maggioranza e che scelgono di essere minoranza per rispondere a un’urgenza morale, dunque di verità e di giustizia. Fofi, in una bella intervista rilasciata a Oreste Pivetta (La vocazione minoritaria, Roma-Bari, Laterza, 2009), chiariva come tale disposizione dovesse fondarsi sull’amore per il prossimo, sull’azione nella storia, sulla non accettazione del fatto che la società e la realtà (quella locale allo stesso modo di quella nazionale) restino come sono. è una strada percorsa da non pochissimi gruppi organizzati che, in questo momento, operano tra mille difficoltà anche nel Sud del paese, persino in Calabria, vero e proprio deserto sociale, frangia tossica dell’Italia, luogo in cui ogni problema tende a divenire sistema.

Questa strada ha due corsie: lungo una prima corsia, tali minoranze cercano di influenzare dall’esterno le istituzioni (i rappresentanti del potere legislativo, esecutivo, delle authorities e delle pubbliche amministrazioni) per favorire gli interessi e i beni della comunità; lungo una seconda, esse cercano di colmare il vuoto di informazione riguardo a questi interessi e beni, interagendo, proprio nel modo suggerito da Fofi, con le fasce più disagiate della popolazione e agevolando la costruzione di strutture autonome. La battaglia, condotta senza mai disertare la strada e senza abbandonare i pochi laboratori di sintesi, è senz’altro di qualità, nonostante debba fare i conti, quotidianamente, con una cultura politica che in Italia, e maggiormente nel Meridione, si è sviluppata in termini non partecipativi, esasperati, negli ultimi decenni, da un’ancor più pronunciata sudditanza nei confronti di cattiva amministrazione e leggi ingiuste.

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12 Febbraio 2019
pubblicato da Il Ponte

Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione

Partigianidi Silvia Calamandrei

Il libro di Giuseppe Filippetta (L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) già dal titolo, che riprende un’espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi1, e dal sottotitolo, ci preannuncia un’interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuità come frutto di un’esperienza di sovranità dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane.

Rovesciando in positivo l’entrata nella “terra di nessuno” che segue l’8 settembre, quel precipitare in uno stato hobbesiano dell’homo homini lupus a cui tanti, rifacendosi al catastrofismo del sattiano De profundis, hanno fatto risalire la “morte della patria”, l’autore ne sottolinea invece il potenziale di innesco di una ripresa di sovranità dal basso, nella scelta individuale della lotta armata partigiana. Come testi di riferimento e chiavi interpretative ha Una guerra civile di Claudio Pavone e la Resistenza perfetta di Giovanni De Luna, e scrive un saggio “post-revisionista” in cui profonde la sua cultura di giurista, per smarcarsi dall’interpretazione “continuista” che tanti giuristi hanno dato della Costituzione repubblicana, a partire da Costantino Mortati.

Per meglio valutare la novità dell’approccio e il target polemico la chiave si trova nel capitolo finale, «La sovranità dimenticata», dove, dopo aver confutato il saggio Rivoluzione e diritto di Santi Romano (settembre 1944), si stigmatizza il “catastrofismo giuridico” dei vari Satta, Capograssi e Carnelutti. Secondo Filippetta la maggioranza dei giuristi italiani vive l’8 settembre come una sorta di Tsimtsum cabalistico nel quale lo Stato si ritrae e la scena della sovranità è occupata da una moltitudine di singolarità individuali, non legittimate ad agire da sovrani. Santi Romano nega la capacità di ordinamento della Resistenza, pur cogliendone la portata rivoluzionaria. Secondo quanto scrive, «il ritrarsi dello Stato ha lasciato posto alla violenza di una moltitudine di individui che si vogliono sovrani, ma che non sono in grado di produrre un ordine e che agiscono in nome di una giustizia che in realtà non conoscono».

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17 Luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

Il partito della democrazia

Jeremy Corbyndi Andrea Panaccione

Il piccolo ma molto condensato (forse troppo) volume di Paolo Bagnoli (Il partito della democrazia, Milano, Biblion, 2018, pp. 65), apparso nella stimolante collana Biblion International Monographs, si compone di due brevi capitoli, l’uno introduttivo e l’altro conclusivo, dedicati rispettivamente alla scomparsa di un soggetto politico che faccia riferimento al socialismo non solo nel nostro paese e alle ragioni e condizioni di superamento di questa crisi; tra questi due capitoli è collocata una più ampia traccia storica su quella che è stata la vicenda della principale forza politica socialista in Italia, colta soprattutto attraverso la cultura politica che l’ha alimentata e che essa ha contribuito a diffondere nella nostra società.

Vorrei partire proprio da questo capitolo centrale («Il partito della democrazia. Per una riflessione storico-critica sul Psi») perché è in esso che troviamo il senso di tutto il saggio di Bagnoli e del suo stesso titolo. La formazione di quello che alla fine dell’Ottocento diventerà il Partito socialista e il primo partito politico di massa nella storia d’Italia è giustamente ricondotta dall’autore alle questioni lasciate irrisolte dal processo risorgimentale e portate avanti, nei decenni successivi all’Unità, dalla sua componente democratica: le questioni dell’arretratezza e delle ingiustizie sociali e le questioni politiche dell’estraneità delle classi popolari al nuovo Stato.

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