2 Agosto 2019
pubblicato da Il Ponte

Bruno Enei, liberazione e libertà

Bruno Eneidi Luciana Brunelli

[Il testo integrale di questa recensione sarà pubblicato nel Bollettino della Deputazione di storia patria per l’Umbria, Perugia, 2019]

Il volume di Lanfranco e Marta Binni, Storia di Bruno Enei. Il dovere della libertà, Firenze, Il Ponte Editore, 2019, porta finalmente alla luce una storia individuale che fu strettamente intrecciata alle vicende dell’antifascismo in Italia oltre che a quelle della Resistenza e dei primi anni del dopoguerra a Perugia. Enei fu uno dei maggiori esponenti dell’antifascismo perugino: formatosi alla cultura politica del liberalsocialismo pisano e fiorentino, allievo di Momigliano e Capitini, amico fraterno di Walter Binni, fu comandante di battaglione nella brigata San Faustino-Proletaria d’Urto, redattore e poi direttore del «Corriere dell’Umbria», organo del Cln della provincia di Perugia, dirigente del Psiup locale e vicesegretario provinciale dell’Anpi alla sua fondazione nel 1946. A poche biografie politiche di tale spessore è toccato di restare sepolte per settant’anni nell’oblio, coperte dal silenzio sui motivi che a suo tempo segnarono prima l’emarginazione e poi la partenza di Enei da Perugia e dall’Italia.

Il volume si articola in due parti. La prima, ampiamente documentata, segue Enei dalla nascita in Brasile nel 1908 – figlio di una famiglia marchigiana lì emigrata – agli studi e all’attività politica in Italia fino al 1950, e poi al ritorno in Brasile dove muore nel 1967. La seconda comprende una selezione di scritti di Enei, anche inediti, che consente al lettore di approfondire la ricostruzione proposta dagli autori.

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19 Luglio 2019
pubblicato da Il Ponte

Pittori visionari e apocalittici di Romagna

Visionari e apocalittici di ordinaria folliadi Massimo Jasonni

Visionari e apocalittici di ordinaria follia è l’intitolazione di una mostra che il Comune di Cervia ospita alla Torre dei Magazzini del Sale dal 19 luglio al 18 agosto 2019. La manifestazione, supportata dalla Cna di Ravenna e introdotta da un catalogo del curatore Claudio Spadoni, si segnala per una serie di ragioni, non ultima tra le quali la raccolta delle esperienze più significative dell’avventura pittorica della Romagna del tardo Novecento e a cavallo tra i due secoli. L’aspirazione consiste nell’esplorare una tradizione artistica, quale quella che viene dalla “perdurante follia” della gente di qua e porta all’esposizione di molte belle tele, che in tempi di dilagante abbrutimento dei costumi confortano.

In effetti, la raccolta è coraggiosamente tematica, perché affronta il motivo di quella oraziana, amabilis insania che spinge l’uomo, rivendicando una sua ragione interiore o una sua insopprimibile, arcana necessità a pittare il mondo che lo circonda e, di riflesso, il proprio animo.

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24 Maggio 2019
pubblicato da Il Ponte

La barchetta di Carta (costituzionale) di Novello Papafava contro il fascismo

Novello Papafavadi Angelo Tonnellato

Il grande e meritorio lavoro che il Comitato per le edizioni gobettiane, con il suo presidente Bartolo Gariglio, emerito dell’Ateneo torinese, in trincea “sotto la Mole” (è il caso di dire) e le Edizioni di storia e letteratura, con Tommaso Codignola e i suoi collaboratori in prima linea a Roma, stanno da tempo svolgendo – nel deprimente silenzio di ciò che resta dell’informazione culturale nel nostro paese – per la riproposta di tutti i titoli di Gobetti Editore, incrocia nuovamente la personalità e il percorso di Novello Papafava, del quale è stato appena riproposto il volumetto del 1924, Fissazioni liberali, accompagnato da un’ampia, robusta e acuta postfazione di Valeria Mogavero intitolata Le “fissazioni liberali” di Novello Papafava: la libertà, la Costituzione e la patria1.

Oggi forse il nome dell’autore e il titolo del volumetto dicono assai poco a troppi. Noi italiani siamo del resto celebri per la capacità che abbiamo di dimenticare anche noi stessi –figuriamoci i nostri padri e nonni – nell’alone della macchia d’unto delle deformazioni e alterazioni prospettiche prodotte dal continuo farneticare di una “memoria” tanto pervasiva e invocata quanto indeterminata e svuotata di storicità: si razzola in una specie di magazzino di trovarobe, “allietato” da giullari, imbonitori, saltimbanchi, ventriloqui e fattucchieri, mentre i “comari maschi” di cui parlava Pessoa invadono tutti gli spazi della quotidianità e gli “invasori verticali” di Ortega y Gasset tornano a fuoriuscire dalla botola di un sottosuolo umano, prima ancora che politico, indossando e dismettendo freneticamente in pubblico felpe, berretti, canottiere e giubbe “logate” al bisogno o, come direbbe l’abate Galiani, “all’impronto”.

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3 Maggio 2019
pubblicato da Il Ponte

Sensibili di professione o minoranze etiche?

minoranze etichedi Alessandro Gaudio

Goffredo Fofi qualche anno fa, rifacendosi al magistero di Aldo Capitini, iniziò a parlare di minoranze etiche, costituite dai colpiti dal mondo, ovvero dai disoccupati, dagli esclusi, dai sofferenti, dai torturati, persino dai depressi, dagli sfiniti e dagli scomparsi, i quali, alleandosi con gli intellettuali, tentassero di operare una vera e propria rivoluzione aperta, non approvando che prevalgano dappertutto la forza e la prepotenza. Si tratta di alleanze tra persone che non hanno alcun dovere di diventare maggioranza e che scelgono di essere minoranza per rispondere a un’urgenza morale, dunque di verità e di giustizia. Fofi, in una bella intervista rilasciata a Oreste Pivetta (La vocazione minoritaria, Roma-Bari, Laterza, 2009), chiariva come tale disposizione dovesse fondarsi sull’amore per il prossimo, sull’azione nella storia, sulla non accettazione del fatto che la società e la realtà (quella locale allo stesso modo di quella nazionale) restino come sono. è una strada percorsa da non pochissimi gruppi organizzati che, in questo momento, operano tra mille difficoltà anche nel Sud del paese, persino in Calabria, vero e proprio deserto sociale, frangia tossica dell’Italia, luogo in cui ogni problema tende a divenire sistema.

Questa strada ha due corsie: lungo una prima corsia, tali minoranze cercano di influenzare dall’esterno le istituzioni (i rappresentanti del potere legislativo, esecutivo, delle authorities e delle pubbliche amministrazioni) per favorire gli interessi e i beni della comunità; lungo una seconda, esse cercano di colmare il vuoto di informazione riguardo a questi interessi e beni, interagendo, proprio nel modo suggerito da Fofi, con le fasce più disagiate della popolazione e agevolando la costruzione di strutture autonome. La battaglia, condotta senza mai disertare la strada e senza abbandonare i pochi laboratori di sintesi, è senz’altro di qualità, nonostante debba fare i conti, quotidianamente, con una cultura politica che in Italia, e maggiormente nel Meridione, si è sviluppata in termini non partecipativi, esasperati, negli ultimi decenni, da un’ancor più pronunciata sudditanza nei confronti di cattiva amministrazione e leggi ingiuste.

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12 Febbraio 2019
pubblicato da Il Ponte

Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione

Partigianidi Silvia Calamandrei

Il libro di Giuseppe Filippetta (L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) già dal titolo, che riprende un’espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi1, e dal sottotitolo, ci preannuncia un’interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuità come frutto di un’esperienza di sovranità dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane.

Rovesciando in positivo l’entrata nella “terra di nessuno” che segue l’8 settembre, quel precipitare in uno stato hobbesiano dell’homo homini lupus a cui tanti, rifacendosi al catastrofismo del sattiano De profundis, hanno fatto risalire la “morte della patria”, l’autore ne sottolinea invece il potenziale di innesco di una ripresa di sovranità dal basso, nella scelta individuale della lotta armata partigiana. Come testi di riferimento e chiavi interpretative ha Una guerra civile di Claudio Pavone e la Resistenza perfetta di Giovanni De Luna, e scrive un saggio “post-revisionista” in cui profonde la sua cultura di giurista, per smarcarsi dall’interpretazione “continuista” che tanti giuristi hanno dato della Costituzione repubblicana, a partire da Costantino Mortati.

Per meglio valutare la novità dell’approccio e il target polemico la chiave si trova nel capitolo finale, «La sovranità dimenticata», dove, dopo aver confutato il saggio Rivoluzione e diritto di Santi Romano (settembre 1944), si stigmatizza il “catastrofismo giuridico” dei vari Satta, Capograssi e Carnelutti. Secondo Filippetta la maggioranza dei giuristi italiani vive l’8 settembre come una sorta di Tsimtsum cabalistico nel quale lo Stato si ritrae e la scena della sovranità è occupata da una moltitudine di singolarità individuali, non legittimate ad agire da sovrani. Santi Romano nega la capacità di ordinamento della Resistenza, pur cogliendone la portata rivoluzionaria. Secondo quanto scrive, «il ritrarsi dello Stato ha lasciato posto alla violenza di una moltitudine di individui che si vogliono sovrani, ma che non sono in grado di produrre un ordine e che agiscono in nome di una giustizia che in realtà non conoscono».

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17 Luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

Il partito della democrazia

Jeremy Corbyndi Andrea Panaccione

Il piccolo ma molto condensato (forse troppo) volume di Paolo Bagnoli (Il partito della democrazia, Milano, Biblion, 2018, pp. 65), apparso nella stimolante collana Biblion International Monographs, si compone di due brevi capitoli, l’uno introduttivo e l’altro conclusivo, dedicati rispettivamente alla scomparsa di un soggetto politico che faccia riferimento al socialismo non solo nel nostro paese e alle ragioni e condizioni di superamento di questa crisi; tra questi due capitoli è collocata una più ampia traccia storica su quella che è stata la vicenda della principale forza politica socialista in Italia, colta soprattutto attraverso la cultura politica che l’ha alimentata e che essa ha contribuito a diffondere nella nostra società.

Vorrei partire proprio da questo capitolo centrale («Il partito della democrazia. Per una riflessione storico-critica sul Psi») perché è in esso che troviamo il senso di tutto il saggio di Bagnoli e del suo stesso titolo. La formazione di quello che alla fine dell’Ottocento diventerà il Partito socialista e il primo partito politico di massa nella storia d’Italia è giustamente ricondotta dall’autore alle questioni lasciate irrisolte dal processo risorgimentale e portate avanti, nei decenni successivi all’Unità, dalla sua componente democratica: le questioni dell’arretratezza e delle ingiustizie sociali e le questioni politiche dell’estraneità delle classi popolari al nuovo Stato.

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16 Aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Luce sul futuro: ritratto di Piero Calamandrei

Piero Calamandreidi Antonio Capitano

Mi è pervenuto un volume atteso e significativo: è una testimonianza di chiarezza capace di fare luce sull’attuale scenario buio e ricolmo di incertezze. Fortunatamente la piacevole lettura mi ha aiutato a diradare le nebbie di una politica ridotta a mero spettacolo; non si avverte più, infatti, la differenza tra la necessaria serietà istituzionale e un insieme sparso di “nuovi” decisori stabiliti da norme altrettanto nebulose. Ecco perché l’arrivo di Calamandrei, biografia morale e intellettuale di un grande protagonista della nostra storia – realizzata da Alessandro Galante Garrone (Roma Effepi libri, 2018) – è stato provvidenziale. L’opera, con la preziosa e “militante” prefazione di Silvia Calamandrei e ottimamente introdotta e curata da Francesco Moroni, rappresenta anche l’ultimo baluardo di una piccola casa editrice costretta, al momento, a chiudere ma dopo aver onorevolmente combattuto una vera e propria “Resistenza”.

Anche per questo la pregevole ristampa del volume originariamente edito da Garzanti nel 1987, e da anni fuori catalogo, meriterebbe di essere acquistata, letta e difesa, poiché non solo ha permesso di rispolverare un testo fondamentale e di formazione, ma consente – agli “azionisti di minoranza” di questo paese acciaccato – di possedere ulteriori chiavi per accedere alla parte più responsabile e coerente, attualmente e purtroppo senza una netta collocazione nei diversi schieramenti.

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4 Marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Croce e l’ansia di un’altra città

Crocedi Paolo Bagnoli

La figura e il pensiero di Benedetto Croce continuano far discutere. L’ultimo contributo è un denso saggio di Francesco Postorino, Croce e l’ansia di un’altra città (prefazione di Raimondo Cubeddu, Milano-Udine, Mimesis, 2017). Si tratta di un lavoro che si articola in tre sezioni. La prima dedicata alla concezione religiosa e filosofica della libertà; la seconda alla natura della democrazia in Croce e al rapporto di questi con la “filosofia azionista” e, nella terza parte viene trattato il rapporto tra le idee di Croce e quelle di alcuni pensatori di rilievo del Novecento quali Guido Calogero, Guido De Ruggiero, Norberto Bobbio e Aldo Capitini.

La cifra del saggio, corredato da ampie ed esaurienti note che denotano la cura dello studioso, è filosofico-politica, anche se il suo fine ultimo è racchiuso nella terza parte ove si mettono a fuoco le interrelazioni tra Croce e i pensatori accomunati dall’esperienza dell’azionismo. Fa eccezione Aldo Capitini che con Calogero dette vita all’esperienza liberalsocialista. Calogero confluì nel Partito d’Azione, mentre Capitini non vi aderì e invitò chi era a lui più vicino – è il caso di Walter Binni – a entrare nel partito socialista. E questo perché il liberalsocialismo di Capitini è altra cosa rispetto a quello di Calogero. Al riguardo, vogliamo osservare subito che è proprio su Capitini che Postorino, nella terza parte del libro, si sofferma più a lungo senza – ci sia permesso di dire – aggiungere niente di nuovo a quanto già conosciuto. Inoltre, ci pare trascurato quel concetto di “socialità” che, nel pensiero capitiniano è centrale e spiega e collega tutti gli altri sui quali si articola il suo essere “socialista”. Quello di Capitini è un pensiero che, come sappiamo, rappresentò il dato caratterizzante dell’azionismo toscano e fu quasi interamente sposato da Tristano Codignola che del movimento fu il leader e l’anima ideologica e politica.

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19 Febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Contrasti

Contrastidi Silvia Calamandrei

Contrasti, il bel volume fotografico curato da Silvia Bertolotti su Calamandrei nella Grande guerra, è stato presentato alla Biblioteca del Senato, il 7 febbraio, da una schiera di autorevoli studiosi.

Apre i lavori Giuseppe Filippetta trasmettendo il saluto di Sergio Zavoli, presidente della Biblioteca del Senato. Sottolinea il prezioso lavoro di cura e di commento delle foto, un vero e proprio libro nel libro.

Mario Isnenghi ricostruisce il percorso militare dell’ufficiale interventista Piero Calamandrei e la sua scelta di partire volontario, interrogandosi su quali fossero i sentimenti di Ada, l’interlocutrice principale del suo diario per corrispondenza, ricostruito nel volume curato e introdotto da Alessandro Casellato (Zona di guerra, Roma-Bari, Laterza, 2007). Probabilmente nelle sue lettere volutamente distrutte ci sarebbe stata la testimonianza di un altro punto di vista, forse di egoismo microfamigliare. Piero, tenente, opera nelle truppe territoriali, raramente si trova al fronte e solo dal 1917 comincia a essere utilizzato in base alle sue competenze, come avvocato nei tribunali di guerra (già nel 1916 c’era stato il processo in cui era riuscito a evitare la condanna a morte dei disertori con un cavillo giuridico), come oratore (la commemorazione di Battisti in cui scopre la propria vena oratoria, e fa venire le lacrime agli occhi al superiore), e infine come comunicatore nel Servizio P. L’apprendistato di comunicatore l’aveva fatto sul «Giornalino della domenica» di Vamba. Con la svolta post-Caporetto si passa dalla strategia dell’obbedienza a quella della convinzione, e Calamandrei partecipa all’operazione di convincere, di creare consenso, capendo anche che bisogna partire dagli stessi ufficiali, che mancano spesso anche loro di “patriottismo”.

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27 Dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Due postille di fine anno

Gomorra 3di Mario Pezzella

Postilla su Gomorra 3

Ho visto anche le ultime puntate della serie, di cui ho parlato nel mio articolo del primo dicembre scorso. L’identificazione dello spettatore con l’eroe criminale, se possibile, si intensifica fin quasi all’irresistibile. Tutto il passato di tradimenti e omicidi di Ciro, uno dei due protagonisti, diventa irrilevante di fronte alla sua esaltazione finale: non è solo un eroe, è un santo, che si sacrifica per l’amico, una specie di Humphrey Bogart in stile Casablanca e in salsa di Scampia. Non c’è traccia di pentimento, è solo un gesto di gratuito eccesso; così che lo spettatore non può non ammirarne l’amoralità sublime. Difficile dire se questo possa portare a un’imitazione nei fatti, come sostiene il sindaco di Napoli De Magistris (sembra che le stese aumentino di numero e di intensità dopo le puntate di Gomorra). Certo è che non vedo traccia di torsione critica nella presentazione del personaggio: l’idea che sia mille volte meglio essere un Padrino, uno Scarface, un Ciro piuttosto che un grigio disoccupato umiliato e impaurito affiora irresistibile nella mente, ma soprattutto nel cuore, dello spettatore. Non c’è traccia nella serie di quella che chiamavo – nel mio articolo – l’indomabile stupidità e banalità del male, che è l’unica vera critica interna alla sua rappresentazione. I protagonisti della serie possono essere sconfitti, crudeli, traditori o eroi: ma non sono mai banali. Si muovono nell’atmosfera rarefatta di una tragedia senza catarsi. Lo spettacolo di Gomorra 3 – anche se di buon livello, lo confermo – non diventa mai critico di se stesso e dei suoi archetipi.

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