16 aprile 2018
pubblicato da Il Ponte

Luce sul futuro: ritratto di Piero Calamandrei

Piero Calamandreidi Antonio Capitano

Mi è pervenuto un volume atteso e significativo: è una testimonianza di chiarezza capace di fare luce sull’attuale scenario buio e ricolmo di incertezze. Fortunatamente la piacevole lettura mi ha aiutato a diradare le nebbie di una politica ridotta a mero spettacolo; non si avverte più, infatti, la differenza tra la necessaria serietà istituzionale e un insieme sparso di “nuovi” decisori stabiliti da norme altrettanto nebulose. Ecco perché l’arrivo di Calamandrei, biografia morale e intellettuale di un grande protagonista della nostra storia – realizzata da Alessandro Galante Garrone (Roma Effepi libri, 2018) – è stato provvidenziale. L’opera, con la preziosa e “militante” prefazione di Silvia Calamandrei e ottimamente introdotta e curata da Francesco Moroni, rappresenta anche l’ultimo baluardo di una piccola casa editrice costretta, al momento, a chiudere ma dopo aver onorevolmente combattuto una vera e propria “Resistenza”.

Anche per questo la pregevole ristampa del volume originariamente edito da Garzanti nel 1987, e da anni fuori catalogo, meriterebbe di essere acquistata, letta e difesa, poiché non solo ha permesso di rispolverare un testo fondamentale e di formazione, ma consente – agli “azionisti di minoranza” di questo paese acciaccato – di possedere ulteriori chiavi per accedere alla parte più responsabile e coerente, attualmente e purtroppo senza una netta collocazione nei diversi schieramenti.

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4 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Croce e l’ansia di un’altra città

Crocedi Paolo Bagnoli

La figura e il pensiero di Benedetto Croce continuano far discutere. L’ultimo contributo è un denso saggio di Francesco Postorino, Croce e l’ansia di un’altra città (prefazione di Raimondo Cubeddu, Milano-Udine, Mimesis, 2017). Si tratta di un lavoro che si articola in tre sezioni. La prima dedicata alla concezione religiosa e filosofica della libertà; la seconda alla natura della democrazia in Croce e al rapporto di questi con la “filosofia azionista” e, nella terza parte viene trattato il rapporto tra le idee di Croce e quelle di alcuni pensatori di rilievo del Novecento quali Guido Calogero, Guido De Ruggiero, Norberto Bobbio e Aldo Capitini.

La cifra del saggio, corredato da ampie ed esaurienti note che denotano la cura dello studioso, è filosofico-politica, anche se il suo fine ultimo è racchiuso nella terza parte ove si mettono a fuoco le interrelazioni tra Croce e i pensatori accomunati dall’esperienza dell’azionismo. Fa eccezione Aldo Capitini che con Calogero dette vita all’esperienza liberalsocialista. Calogero confluì nel Partito d’Azione, mentre Capitini non vi aderì e invitò chi era a lui più vicino – è il caso di Walter Binni – a entrare nel partito socialista. E questo perché il liberalsocialismo di Capitini è altra cosa rispetto a quello di Calogero. Al riguardo, vogliamo osservare subito che è proprio su Capitini che Postorino, nella terza parte del libro, si sofferma più a lungo senza – ci sia permesso di dire – aggiungere niente di nuovo a quanto già conosciuto. Inoltre, ci pare trascurato quel concetto di “socialità” che, nel pensiero capitiniano è centrale e spiega e collega tutti gli altri sui quali si articola il suo essere “socialista”. Quello di Capitini è un pensiero che, come sappiamo, rappresentò il dato caratterizzante dell’azionismo toscano e fu quasi interamente sposato da Tristano Codignola che del movimento fu il leader e l’anima ideologica e politica.

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19 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Contrasti

Contrastidi Silvia Calamandrei

Contrasti, il bel volume fotografico curato da Silvia Bertolotti su Calamandrei nella Grande guerra, è stato presentato alla Biblioteca del Senato, il 7 febbraio, da una schiera di autorevoli studiosi.

Apre i lavori Giuseppe Filippetta trasmettendo il saluto di Sergio Zavoli, presidente della Biblioteca del Senato. Sottolinea il prezioso lavoro di cura e di commento delle foto, un vero e proprio libro nel libro.

Mario Isnenghi ricostruisce il percorso militare dell’ufficiale interventista Piero Calamandrei e la sua scelta di partire volontario, interrogandosi su quali fossero i sentimenti di Ada, l’interlocutrice principale del suo diario per corrispondenza, ricostruito nel volume curato e introdotto da Alessandro Casellato (Zona di guerra, Roma-Bari, Laterza, 2007). Probabilmente nelle sue lettere volutamente distrutte ci sarebbe stata la testimonianza di un altro punto di vista, forse di egoismo microfamigliare. Piero, tenente, opera nelle truppe territoriali, raramente si trova al fronte e solo dal 1917 comincia a essere utilizzato in base alle sue competenze, come avvocato nei tribunali di guerra (già nel 1916 c’era stato il processo in cui era riuscito a evitare la condanna a morte dei disertori con un cavillo giuridico), come oratore (la commemorazione di Battisti in cui scopre la propria vena oratoria, e fa venire le lacrime agli occhi al superiore), e infine come comunicatore nel Servizio P. L’apprendistato di comunicatore l’aveva fatto sul «Giornalino della domenica» di Vamba. Con la svolta post-Caporetto si passa dalla strategia dell’obbedienza a quella della convinzione, e Calamandrei partecipa all’operazione di convincere, di creare consenso, capendo anche che bisogna partire dagli stessi ufficiali, che mancano spesso anche loro di “patriottismo”.

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27 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Due postille di fine anno

Gomorra 3di Mario Pezzella

Postilla su Gomorra 3

Ho visto anche le ultime puntate della serie, di cui ho parlato nel mio articolo del primo dicembre scorso. L’identificazione dello spettatore con l’eroe criminale, se possibile, si intensifica fin quasi all’irresistibile. Tutto il passato di tradimenti e omicidi di Ciro, uno dei due protagonisti, diventa irrilevante di fronte alla sua esaltazione finale: non è solo un eroe, è un santo, che si sacrifica per l’amico, una specie di Humphrey Bogart in stile Casablanca e in salsa di Scampia. Non c’è traccia di pentimento, è solo un gesto di gratuito eccesso; così che lo spettatore non può non ammirarne l’amoralità sublime. Difficile dire se questo possa portare a un’imitazione nei fatti, come sostiene il sindaco di Napoli De Magistris (sembra che le stese aumentino di numero e di intensità dopo le puntate di Gomorra). Certo è che non vedo traccia di torsione critica nella presentazione del personaggio: l’idea che sia mille volte meglio essere un Padrino, uno Scarface, un Ciro piuttosto che un grigio disoccupato umiliato e impaurito affiora irresistibile nella mente, ma soprattutto nel cuore, dello spettatore. Non c’è traccia nella serie di quella che chiamavo – nel mio articolo – l’indomabile stupidità e banalità del male, che è l’unica vera critica interna alla sua rappresentazione. I protagonisti della serie possono essere sconfitti, crudeli, traditori o eroi: ma non sono mai banali. Si muovono nell’atmosfera rarefatta di una tragedia senza catarsi. Lo spettacolo di Gomorra 3 – anche se di buon livello, lo confermo – non diventa mai critico di se stesso e dei suoi archetipi.

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17 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Bruxismo

Greciadi Luca Lenzini

«Dal greco Brùcho: “digrignare (i denti)”; consiste
nel digrignamento dei denti facendoli stridere,
dovuto alla contrazione della muscolatura masticatoria,
soprattutto durante il sonno»

Wikipedia, ad vocem Bruxismo

«Prendete due coetanei, suppergiù cinquantenni. Uno fa finanza e negli ultimi anni è diventato molto ricco, l’altro fa impresa e negli ultimi anni ha dovuto vendere l’azienda di famiglia. Destinati a non capirsi e non piacersi, hanno invece scritto un libro a quattro mani. Titolo tratto da una canzone di Jim Morrison: Tutto è in frantumi e danza, sottotitolo L’ingranaggio celeste, editore La Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi. Nell’anno 1999 che prometteva di introdurci a un nuovo millennio di benessere e benefici strabilianti portati dalla globalizzazione, Guido Maria Brera, all’epoca 30 anni, era uno dei soci fondatori del Gruppo Kairos, si occupava di hedge fund e stava per entrare, e più volte, nelle classifiche dei super ricchi d’Italia. Edoardo Nesi, 35 anni, era il fiero rappresentante della terza generazione di un’azienda di imprenditori tessili di Prato, gli affari andavano bene e pensava di vivere nel migliore dei mondi possibili.

Nessuno dei due, nessuno di noi, poteva immaginare la crisi che avrebbe impattato il mondo occidentale. Nesi non poteva immaginare che raccontando la sua vicenda in un libro, Storia della mia gente […], avrebbe vinto il Premio Strega. Brera non poteva immaginare che avrebbe scritto un best-seller, I diavoli […], sui chiaroscuri del suo mestiere, la concentrazione della ricchezza in pochissime mani, l’aumento della povertà, la sparizione della classe media».

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1 dicembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Da Scarface a Gomorra

Gomorradi Mario Pezzella

La terza serie di Gomorra è ben fatta, un buon prodotto di genere, che non ha nulla da invidiare a quelli americani. Stupisce però che Saviano, i registi, gli attori rispondano con profonda irritazione quando gli si pone il problema di una eventuale identificazione dello spettatore con i personaggi criminali. Eppure che una possibilità del genere esista lo aveva notato lo stesso Saviano in Gomorra libro, descrivendo l’oscura fascinazione che attrae i seguaci del capo camorrista e non si lascia ridurre a motivazioni unicamente economiche e utilitarie: “Avere potere per dieci anni, per un anno, per un’ora. Non importa la durata: vivere, comandare per davvero, questo conta. Vincere nell’arena del mercato e arrivare a fissare il sole con gli occhi come faceva in carcere Raffaele Giuliano, boss di Forcella, sfidandolo, mostrando che il suo sguardo non si accecava neanche dinanzi alla luce prima”. Questo godimento osceno del potere, spinto fino alla distruzione e all’autodistruzione, fa parte del lato oscuro dell’economia del capitale, che nel parossismo criminale si esprime senza riserve, si espone nella sua radicalità.

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28 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

In ricordo di Alessandro Leogrande

Alessandro LeograndeLo scorso 26 novembre è morto, nella sua casa di Roma, lo scrittore e giornalista Alessandro Leogrande. Aveva appena quarant’anni, era nato a Taranto. Vicedirettore della rivista «Lo straniero», diretta da Goffredo Fofi e recentemente cessata, collaboratore di diversi quotidiani e di Radio 3, tutti i suoi libri sono all’insegna di un generoso, pronunciato impegno sociale: Un mare nascosto (2000), Le male vite (2003), Nel paese dei viceré (2006), Uomini e caporali (2008), Il naufragio (2011), La frontiera (2015). Vogliamo ricordarlo con una recensione a La frontiera pubblicata su «l’immaginazione» (292, marzo-aprile 2016) da Antonio Tricomi e poi raccolta da costui, col titolo Impotenti, accanto alle vittime, nel volume di saggi Cronache letterarie (2017).

*

di Antonio Tricomi

Come si può dare torto ad Alessandro Leogrande? In effetti, l’unica degna maniera che abbiamo di non mostrare perverso compiacimento o cinica indifferenza al cospetto dell’ubiquo «orrore del mondo» è scrutarlo, e in una certa misura farcene carico, guadagnando la prospettiva, anzitutto etica, scelta per sé nel Martirio di san Matteo da Caravaggio. Che, in quel capolavoro, «non ritrae l’uccisione, ma l’attimo prima della mattanza», sapendo che «la violenza estrema atterrisce» giacché si rivela un’«epifania priva di alternative», innanzi alla quale «si grida, si scappa» e, tuttavia, «raramente si è pronti a intervenire». E che allora raffigura se stesso e «il proprio sguardo» non dirimpetto al sicario, ma alle sue spalle, in tal modo stabilendo «geometricamente la giusta distanza a cui collocarsi per fissare la bestia». Caravaggio intende cioè situarsi «dentro la tela, manifestamente accanto alle cose, non fuori con il pennello in mano», pur senza ignorare che anche questa sua scelta si rivelerà «inefficace» ed egli non potrà comunque mutare il corso degli eventi: sarà semplicemente libero di chiarire che sta dalla parte della «vittima». Verso la quale il pittore si percepisce quindi addirittura chiamato a nutrire una «commiserazione» quanto mai «dolorosa perché totalmente impotente», se «la lucida interpretazione dei fatti, e ancor di più il genio dell’arte, non arresteranno il massacro». Egli dovrà insomma riconoscersi esclusivamente in grado di tradurre la sua corretta decodifica della catastrofe imminente non in un gesto che riesca ad illudersi, anche solo per un istante, di fermare lo scempio, ma in un sentimento di civica, struggente «pietà» per i vinti di domani e di ieri, per gli agnelli sacrificali di ogni tempo e luogo.

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12 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il trauma infantile di una nazione. «Il club» di Pablo Larraín

Pablo Larraíndi Valentina Morotti

Il regista cileno Pablo Larraín sceglie le parole del primo libro della Genesi per aprire il suo penultimo film: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte». Ma la cifra della storia raccontata da questo film è proprio l’assenza di distinzione tra luce e tenebre, l’incapacità umana di identificare il bene e separarlo dal male.

In questo film Larraín sembra apparentemente abbandonare l’esame della storia nera del suo paese, il Cile della dittatura1. Il Club ci trasporta lontano dai luoghi protagonisti della vita politica del paese, a La Boca, un piccolissimo agglomerato di case dimenticate sulla riva dell’oceano e difficilmente raggiungibile da Santiago. La vita che i personaggi conducono qui è non solo lontana dai grandi eventi della politica, ma appare addirittura sospesa in una dimensione naturale, sottratta alla storia. In questo luogo solitario non accade semplicemente nulla, e solo il movimento delle onde dell’oceano e il sorgere e il calare eterno del sole scandiscono l’atmosfera cupa di una terra dove la foschia è l’elemento caratterizzante del paesaggio.

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4 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Il nominabile attuale

Calassodi Mario Pezzella

Fino a che punto una critica tradizionalista della modernità può coincidere con quella del pensiero radicale? A quale limite si separano e si rende evidente la reciproca distanza? Si pongono queste domande leggendo l’ultimo libro di Roberto Calasso, L’innominabile attuale (Milano, Adelphi, 2017). Il titolo si riferisce al mutamento avvenuto nel mondo a partire dall’11 settembre 2011: non si può più parlare di liquidità, di fluidità indeterminata, come fece Bauman per la seconda metà del Novecento, ma di vera e propria “inconsistenza assassina”. Calasso mette insieme con questo termine alcuni fenomeni che sembrerebbero apparentemente avere poco in comune: il terrorismo suicida dei fondamentalisti islamici, il decadere dell’esperienza a massa informativa scandita dal ritmo binario e discontinuo dei computer, il declino delle religioni sostituite dal “culto della società divinizzata”, immanente e fine a se stesso. L’inconsistenza che accomuna questi disparati fenomeni sarebbe caratterizzata da un’adesione all’esistenza immediata, senza più alcuna traccia di quell’ethos del trascendimento, che per De Martino (ignorato peraltro da Calasso) costituiva il nucleo della cultura occidentale. Perfino l’omicidio-suicidio terrorista ricade nel mondo “istantaneo e simultaneo” dei media informatici, brilla un attimo e poi ricade in ceneri senza memoria. È un puro amore del nulla. La parte più geniale del libro è la seconda, un montaggio letterario di testimonianze degli anni tra il 1933 e il 1945, in cui si rintracciano i segni della fine della cultura europea e la distruzione dell’esperienza che fa da prologo all’inconsistenza attuale. Un filo unisce dunque la terribile prima metà del Novecento e ciò che ora stiamo vivendo, mentre una parentesi di effimera euforia sembrano gli ultimi decenni del secolo passato.

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24 settembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

I diari di Bruno Trentin

Bruno Trentindi Rino Genovese

Sono di grande interesse i Diari 1988-1994 di Bruno Trentin, a cura di Iginio Ariemma (Roma, Ediesse, 2017), sia per il periodo in cui furono scritti – quello del crollo dell’Unione Sovietica e della fine non troppo gloriosa del Pci – sia per la personalità che ne emerge: non soltanto quella di un intellettuale prestato alla politica e al lavoro sindacale (un po’ come il suo amico Vittorio Foa) ma di un appassionato di scalate e passeggiate in montagna. Trentin era un uomo fisicamente molto prestante che amava tenersi in forma e faceva dell’attività sportiva, come del giardinaggio nella sua casa di Amelia, un  tonificante rimedio alle delusioni dell’impegno quotidiano che in quegli anni lo vide al vertice della Cgil.

Certo non dev’essere stato facile, per lui che da giovane aveva preso parte a un’esperienza fallimentare come quella del Partito d’azione, dover constatare che anche il Partito comunista, dopo una settantina d’anni di una vita che era parsa immortale, stava malamente evaporando. Però il suo socialismo ebbe sempre una matrice differente da quella burocratico-autoritaria, ancorché corretta dalla lezione gramsciana, tipica del Pci. Si può dire che Trentin sia stato un socialista libertario a bordo del comunismo come su una scialuppa nei marosi del Novecento. Ma, invece della riva – che, con la fine dell’illusione sovietica, sarebbe potuta essere quella di un socialismo diverso –, egli vide con qualche disperazione allontanarsi l’approdo. Sarebbe stato altra cosa il Partito democratico della sinistra nato dal Pci se, anziché chiamarsi così, avesse preso il nome di Partito del lavoro, come Trentin aveva proposto? Sarebbe potuto esserci un post-Pci non rinunciatario in materia di socialismo, capace di una sua specificità nel panorama delle ormai sfasate socialdemocrazie europee?

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