22 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (3): una replica

António Costadi Rino Genovese

I sovranisti “di sinistra” mi ricordano (non me ne vorrà Luca Michelini) gli interventisti democratici (e non solo, anche socialisti e anarchici) che furono sommersi dall’ondata nazionalistica della prima guerra mondiale. Le loro istanze progressive si dissolsero rapidamente dentro il ben più consistente moto imperialistico. Certamente i nazionalismi odierni non sono, per nostra fortuna, aggressivi e guerrafondai come quelli del primo Novecento: piuttosto sono il frutto della paura diffusa nei confronti degli immigrati. Sono il riemergere dell’ethnos all’interno di un demos in via di scomposizione: niente più classi sociali politicamente organizzate, nessun “popolo” se non quello inventato dai populismi, soltanto una massa d’individui atomizzati e terrorizzati dal futuro. È evidente che a creare questa situazione hanno contribuito l’ottusità conservatrice in primis tedesca, le politiche liberiste, la recente crisi. Ma sarebbe questa una ragione per dare ragione a chi ha ancora più torto del “liberal-liberismo”, cioè alla reazione che vorrebbe riportarci indietro, considerandola come una plausibile “difesa della società”? E chi vincerebbe alla fine la partita tra sovranisti, nel momento in cui una socialdemocrazia pura e semplice, sul piano delle singole realtà nazionali, appare fuori fase?

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7 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Quel flop di Liberi e uguali

Liberi e ugualidi Aldo Garzia

Risultato impietoso. Quel 3 virgola qualcosa, che serve a entrare in parlamento con una manciata di deputati e senatori, non lo prevedeva nessuno dalle parti di Liberi e uguali. Anzi, si è finanche temuto lunedì mattina che l’asticella posta al 3 per cento potesse abbassarsi come una tagliola nel corso del riconteggio finale e dell’afflusso dei voti dalle circoscrizioni estere. I più pessimisti alla vigilia pensavano a un 6 per cento, non alla metà di quella percentuale. Ora si è molto lontani dalle percentuali della sinistra radicale in altri paesi europei (il 9 per cento della Linke in Germania, il risultato a due cifre di Podemos e Mélenchon in Spagna e Francia). La conferenza stampa di Grasso, Fratoianni e Speranza (bocciati nei collegi uninominali come del resto Boldrini) ha ammesso la delusione, pur cercando di non demordere dall’idea di costruire “un partito della sinistra” senza chiarire – c’era da aspettarselo, ci vorrà tempo – come e su che: effetto doccia fredda, difficile da smaltire in fretta.

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26 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Amalgama non riuscito, le due liste a sinistra

Viola Carofalodi Aldo Garzia

I sondaggi della vigilia – da prendere con le pinze o con le molle, ovviamente – segnalano che a sinistra del Pd c’è un’area elettorale che si aggira intorno al 7-8 per cento (il risultato “a due cifre”, auspicato tempo fa da Massimo D’Alema, non sarebbe alla portata). A contendersela sono “Liberi e uguali” e “Potere al popolo”, che si rosicchiano a vicenda consensi e potenziali dichiarazioni di voto. Qualche analista politico ipotizza addirittura che le possibili sorprese del voto del 4 marzo potrebbero essere i quorum del 3 per cento di “+Europa” (Emma Bonino) e di “Potere al popolo”.

Le due liste si fanno indubbia concorrenza a sinistra. “Liberi e uguali” fin qui non ha decollato. Anzi, rischia di rivelarsi una “amalgama mal riuscito”, per citare il giudizio che D’Alema diede nel 2009 sul Pd veltroniano. Pietro Grasso è una scelta rassicurante ma di scarso appeal verso l’elettorato giovanile e più radicale (sempre di un ex magistrato si tratta). Le liste sono state compilate poi con il bilancino tra diverse personalità e gruppi di partenza: Sinistra italiana, Articolo Uno, Possibile, eccetera. In questo bilancino, la parte del leone è stata appannaggio di Articolo Uno. In campagna elettorale sono emersi accenti su prospettive politiche differenti: occhi dolci ai 5 Stelle (Grasso, Bersani, Fratoianni) o verso un nuovo centrosinistra con lo scalpo di Renzi come trofeo (D’Alema, Boldrini) o nei confronti di un “governo del presidente” pro tempore (D’Alema, Grasso) per rifare la legge elettorale.

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16 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Il rompicapo delle “due sinistre” in Europa e in Italia

due sinistredi Aldo Garzia

Che brutta campagna elettorale dalle parti della sinistra, in tutte le sue componenti. Il grido di dolore lo lancia Emanuele Macaluso, novantenne “comunista migliorista”, che usa Facebook: “Ho ascoltato Pietro Grasso su Radio Radicale dire in un comizio a Palermo ‘la sinistra siamo solo noi’. Quindi in Italia la sinistra sarebbe al 6, 7 per cento? Tutti quelli che, nonostante Renzi, sono nel Pd sono di destra?”. L’ex direttore de “l’Unità” aggiunge: “Il rifiuto di Liberi e uguali di indicare come prospettiva un’alleanza di centrosinistra con una sinistra più forte è, a mio avviso, demenziale”. La lista Potere al popolo rincara la dose con un manifesto elettorale: “Liberi e uguali? È la destra trasformista”. Argomenta in una conferenza stampa Viola Garofalo, portavoce di questa sinistra della sinistra: “Il Movimento 5 Stelle è populista e non è di sinistra. Liberi e Uguali, invece, è un Pd 2.0: non c’è differenza, vengono tutti dal partito di Renzi e lì vogliono tornare”. Renzi e ciò che resta del Pd, a loro volta, non perdono l’occasione per ribattere: “Chi vota Liberi e uguali fa un piacere alla Lega e a Forza Italia”.

Certo, siamo in campagna elettorale dove tutto è permesso per prendere un voto in più. Ma questi toni, accompagnati da povertà di analisi e di proposte, non fanno ben sperare per il futuro. Le “due sinistre” – quella di origine storica e socialdemocratica, quella radicale dell’ultimo ventennio – sono dunque destinate all’assoluta incomunicabilità, come se recitassero in un film anni sessanta di Michelangelo Antonioni?

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24 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

I sondaggi dicono NO. E dopo?

sondaggidi Aldo Garzia

Malgrado il sostegno di Barack Obama e dei socialisti europei, la premiership di Matteo Renzi scricchiola vistosamente. Secondo gli ultimi sondaggi, i no sono in testa con il 54% trovando vasto consenso tra i più giovani e in prevalenza al sud (Corriere della Sera del 22 ottobre, fonte Ipsos). I sono prevalenti tra gli ultrasessantacinquenni ma fermi al 46%. L’8,5 dichiara invece che non sa ancora come voterà. Le intenzioni di voto sono inoltre segnate socialmente: maggioranza di favorevoli alla riforma costituzionale tra occupati stabili e laureati, forte prevalenza di contrari tra i disoccupati, i precari e le categorie disagiate in genere.

Evidente che la scadenza referendaria abbia assunto il massimo di politicizzazione al di là degli schieramenti contrapposti (Pd non tutto intero e frattaglie centriste, da una parte, tutta la destra e i grillini, Sinistra italiana più dalemiani, bersaniani, Cgil e Anpi, dall’altra). Il referendum del 4 dicembre è diventata occasione troppo ghiotta per chi vuole esprimere il proprio dissenso variamente motivato contro il governo, il che fa alzare ulteriormente le quotazioni del no. Non bisogna stupirsi, allora, se il merito del quesito su cui si vota riguarderà una minoranza dell’elettorato e se pochi, tra gli stessi contrari più avvertiti, si porranno il problema di cosa potrebbe accadere dopo la vittoria dei no. Anzi, proprio questo è il non detto post-elettorale.

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12 ottobre 2016
pubblicato da Il Ponte

Saviano, la Colombia non è Casal di Principe

Farcdi Aldo Garzia

Con la consueta verve polemica, Roberto Saviano prende a pugni il recente accordo di pace tra governo colombiano e guerriglia delle Farc, peraltro affossato dai colombiani con solo il 37% di partecipanti al voto e la maggioranza di “no” allo specifico referendum. Invece che indagare su questo risultato a sorpresa, lo scrittore (sulla Repubblica dell’8 ottobre) dice la sua sulle Farc (hanno fatto finta di fare una guerriglia comunista, in verità erano solo narcotrafficanti), sul perché la trattativa sia stata condotta a Cuba (l’Avana sarebbe la capitale occulta del commercio di droga verso gli Stati Uniti), sulla politica di Washington che avrebbe stretto d’assedio – soprattutto dalla presidenza di Bush junior in poi – il traffico di stupefacenti. Il sostegno di Saviano alla possibile pace è di conseguenza a dir poco molto tiepido.

L’avvio dello scontro armato in Colombia è datato 1948, dopo l’assassinio di Jorge Eliécer Gaitán, candidato progressista alla presidenza. È in quel passaggio che le Farc muovono i primi passi. In tutti questi decenni non è stato possibile sconfiggere la guerriglia, nonostante le stragi e la terribile repressione. Chiedersi come mai sarebbe utile: forse qualche consenso lo aveva. L’autore di Gomorra dimentica un altro passaggio clou. Alla fine degli anni novanta l’Unión Patriótica tentò la soluzione politica del conflitto: i suoi esponenti furono eliminati fisicamente (Bernardo Jaramillo, candidato alla presidenza, fu ucciso nell’aeroporto di Bogotà). L’ex presidente Alvaro Uribe, attualmente capofila del “no” alla pace e probabile vincitore delle prossime elezioni, si caratterizzò per la spietata repressione e per la chiusura di ogni spiraglio di negoziato.

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29 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

La sinistra e i grillini, odio e amore

grillinidi Aldo Garzia

L’Italia si incammina a passo spedito verso l’avventura di un governo a 5 Stelle? Il quesito è legittimo. A rendere possibile tale prospettiva ci pensa perfino la nuova legge elettorale che, se non verrà modificata, con il ballottaggio può dare la vittoria proprio a Beppe Grillo & company. I grillini hanno intanto il vento in poppa, nonostante l’impasse del sindaco Virginia Raggi a Roma e malgrado la confusione programmatica della loro recente kermesse nazionale a Palermo.
Non sono effimere le ragioni del successo grillino nelle recenti elezioni amministrative: affondano in una crisi del sistema politico che non trova assestamenti almeno dal 1992 in poi (Tangentopoli). E’ infatti cresciuta una incazzatura generalizzata contro i partiti e la politica che trova nei 5 Stelle una generica risposta, a volte seriamente motivata e a volte istintiva. Ciò avviene in un paese dove ormai più o meno il 40% degli elettori non vota, o vota bianca e nulla, e il restante 60 si orienta su motivazioni che ben poco hanno a che fare con ideologie e appartenenze. I grillini e il loro elettorato che oscilla intorno al 30% sono perciò il frutto dell’incapacità di rinnovare i partiti e riformare le istituzioni e i meccanismi della politica.

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5 luglio 2016
pubblicato da Il Ponte

Sinistre alla ricerca di una linea

Sinistredi Aldo Garzia

Le sinistre di Gran Bretagna e Spagna sono alle prese con le scosse di assestamento del terremoto politico provocato nei due paesi dalla Brexit nel primo ed elezioni politiche nel secondo. Entrambi gli appuntamenti hanno avuto esiti imprevisti. Messi a dura prova sono il Labour party con la leadership di Jeremy Corbyn e il Partito socialista (Psoe) guidato da Pedro Sánchez. In terra iberica è in sofferenza anche la nuova sinistra di Unidos Podemos, che puntava sulla propria partecipazione al governo in tempi stretti. La radiografia del dibattito in corso è utile per capire problemi e questioni su cui sembra essersi arenato da tempo il dibattito e il rinnovamento delle sinistre europee.

In Gran Bretagna, dove è in corso la lotta per la successione della premiership tra i conservatori, la Brexit ha messo in ginocchio pure il Labour. Mentre David Cameron è rimasto schiacciato dal risultato del referendum avendo sostenuto un timido in contro l’orientamento di gran parte del suo partito, la posizione di Corbyn è apparsa ancora più flebile: pur facendo intuire nella campagna elettorale gli effetti negativi dell’uscita dall’Europa, il segretario laburista non ha avuto la determinazione di schierare il proprio partito su una posizione europeista. Ora i deputati che lo hanno sfiduciato a grande maggioranza gli rimproverano di non essersi differenziato a sufficienza dai Tories e di aver condotto il Labour su una linea inconcludente. Chi conosce la storia dei laburisti a proposito di Europa sa però come diffidenza e ostilità verso il progetto comunitario siano radicate nella sinistra britannica. Non era facile per Corbyn imprimere una svolta. Perfino Tony Blair, che ha governato dal 1997 al 2007, non si è mai caratterizzato per il suo europeismo. Anzi, con il senno di poi, colpisce che anche la sinistra moderata di casa nostra abbia negli anni novanta santificato la politica neoliberale e di riscoperta del “centro” facendo del blairismo il punto di riferimento della propria bussola ma dimenticando l’handicap di Blair: non poteva essere leader della sinistra europea chi aveva uno scarso tasso di europeismo nella propria cultura politica.

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