27 settembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Le “leggi” antisemite, la revoca della cittadinanza e Alexander Pekelis l’allievo di Calamandrei

leggi razzialidi Angelo Tonnellato

Ottant’anni fa com’è tristemente noto l’Italia a eterna vergogna sua e nostra si dotò di un corpus normativo razziale che non a torto Michele Sarfatti ha da tempo osservato che sarebbe più giusto, corretto e veritiero definire «leggi antisemite».

“Leggi” per modo di dire, certo, ma che furono tremendamente e tragicamente efficaci pur costituendo la negazione in radice dell’idea stessa della legge, della Costituzione ancora formalmente vigente, del patto che con i plebisciti risorgimentali gli italiani avevano stretto tra loro e con la monarchia e del sentimento stesso della patria. Tutto fu spazzato via con la firma di un re che, come avrebbe osservato il monarchico Benedetto Croce chiedendone l’abdicazione, aveva barattato il suo titolo, legittimato dal moto risorgimentale, con la banda che con la sua compiacenza si era impadronita dello Stato.

Se le patrie muoiono, e possono ben morire essendo creazioni storiche e non certo divine istituzioni, la patria italiana morì non l’8 settembre 1943, quando anzi venne fatta rinascere con il forcipe del ferro e del fuoco della guerra civile e di liberazione, ma in quelle disonorevoli settimane autunnali del 1938, durante le quali il fascismo e il suo “palo” – il reuccio merovingio – attivarono la fabbrica degli orrori razziali.

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8 novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il Senato si è autosciolto: «Senatoria iurisdictio obtusior»

Senatoria iurisdictio obtusiordi Angelo Tonnellato

Che sia destinato a essere sostituito dal serraglio politico-istituzionale ideato dal tandem Boschi-Renzi o, come a questo punto sarebbe forse più giusto e sensato, da una stanza vuota, il Senato della Repubblica, evidentemente in preda a un vero e proprio cupio dissolvi, ha deciso di auto-sciogliersi e di dichiararsi, più o meno, un “morto che parla”. E tanto per disonorarsi definitivamente, e disperdere le sue stesse ceneri, ha approfittato della discussione della norma, già passata alla Camera, che avrebbe lasciato spazio all’«istanza di parte» (discendenti, eredi, ecc.) per la restituzione dell’«onore militare e [del]la dignità di vittime della guerra a quanti furono passati per le armi, addirittura senza processo, facendo anche ricorso alla intollerabile pratica della decimazione o per esecuzione immediata e diretta da parte dei superiori». Un atto riparatorio della memoria di centinaia di soldati praticamente assassinati dai loro superiori.

Il Senato – scusate se continuo a scrivere questo che è ormai diventato un nome comune di cosa con la maiuscola, memore di usi e costumi antichi – ha rifiutato «l’istanza di parte», ossia la semplice possibilità che a iniziativa dei discendenti o aventi causa degli assassinati fosse avviata una procedura soggetta all’alea dell’accoglimento o della reiezione. Insomma fra tanto parlare e straparlare istituzionale di “memoria”, ha negato ai cittadini italiani, discendenti da quei soldati, il diritto di poter aver ragione o torto in una sede appropriata e proceduralmente regolata per legge. Ai cittadini il Senato risponde con una pernacchia. Come disse Adolfo Omodeo alla canea monarchico-fascista napoletana: «La feccia di Romolo ricusa di ricevere il sigillo della Repubblica di Platone». E costringe la Repubblica, che una volta si diceva nata dalla Resistenza, a “coprire”, come un qualunque malfattore, alcune centinaia di veri e propri omicidi, continuando a spacciarli per casi di esemplare giustizia militare. Ciò che è gravissimo, nella decisione di quel che resta del Senato della Repubblica, non è, però, tanto o solo questo incivile e selvaggio diniego, ma la vergognosa idea di surrogare la possibilità di esperire la riabilitazione con il solito contentino che in certi ambienti si fa balenare ai complici rivali: una odiosa e offensiva indulgenza plenaria del tipo: suvvia, i vostri nonni o bisnonni erano colpevoli, ma noi magnanimamente li perdoniamo.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Angelo Tonnellato

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore SettisValeria Turra]

Al referendum sulla riforma costituzionale voterò no. Voterò no innanzitutto per una pregiudiziale etico-politica. Il parlamento in carica è stato a suo tempo eletto con una normativa colpita in punti nevralgici da una declaratoria di illegittimità pronunciata dalla Corte costituzionale. Esso non aveva e non ha, e mai potrà avere finché rimarrà attivo, titolo politico per poter decentemente mettere mano a una revisione della Carta.

Vorrei ricordare che alla pronuncia della Consulta del 2014 si pervenne non per vie oblique, ma maestre, grazie all’azione promossa da un cittadino elettore che riteneva – e la Consulta gli ha dato ragione – di aver dovuto col suo voto concorrere a un processo elettorale gravemente distorto da una legge elettorale posta ad agire – cito dall’esposizione della causa petendi fatta dalla sentenza – «in senso contrario ai principi costituzionali del voto “personale ed eguale, libero e segreto” (art. 48, secondo comma, Cost.) e “a suffragio universale e diretto” (artt. 56, primo comma e 58, primo comma, Cost.)».

Che un’assemblea sortita per effetto di una tale legge elettorale potesse non sentirsi tenuta alle dimissioni è questione che pone l’Italia al livello di una qualsiasi repubblica delle banane.

Nel merito, la riforma disegna una sorta di regime del capo del governo e, in accodamento, dei capi dei partiti. Ne traccia, per così dire, la sinopia, riempita poi dall’Italicum, che della revisione è la vera cartina al tornasole, checché ne dicano i sostenitori del impegnati a negare l’effetto di combinato disposto dei due complessi normativi invero con un argomento pateticamente formalistico, un mero espediente verbale, quello secondo cui i due piani vanno tenuti distinti perché si vota sulla riforma della Carta e non sulla legge elettorale.

La riforma Renzi-Boschi, a parte il cattivo italiano in cui è scritta, non solo non si pone in alcun modo il problema di rimediare al costante degrado della rappresentanza – che è poi il problema della partecipazione e quindi l’essenza della democrazia – ma lo aggrava ulteriormente. Disegna un Senato che o si ridurrà a luogo psico-terapeutico per consiglieri regionali frustrati o diventerà un conflittuale e (nella imperscrutabile e continua variabilità della sua composizione) produttore di instabilità.

Sarebbe tuttavia ingiusto caricare sulle spalle di Renzi e Boschi più di quanto hanno in proprio la responsabilità di portare. Questa riforma nasce nella scia dei governi del presidente che hanno caratterizzato gli ultimi anni di Napolitano al Colle. E su cui siamo rimasti timidamente impacciati e reticenti. Nella storia delle prassi costituzionali, di cui sono largamente fatte le storie costituzionali, quelle iniziative si inscrivono come una turbativa dell’equilibrio dei poteri. Quale che fosse la bontà delle intenzioni. Perché, a ben guardare, esse sono state certamente un effetto della debolezza del parlamento e dei partiti; ma anche la causa di una ulteriore dilatazione di quella debolezza. La storia dei “saggi” riuniti al Quirinale per scrivere – indirettamente, certo, e ad adiuvandum – uno o più pezzi del programma di governo è una pagina opaca della nostra storia recente. Occorre quindi interrompere la risacca. Una buona ragione per votare no.