29 Maggio 2020
pubblicato da Il Ponte

Quel che resta della scuola italiana

scuola italianadi Angelo Tonnellato

Non mi sarei mai permesso in altri tempi di esprimere un’opinione su problemi della scuola italiana a causa di una competenza che non mi riconosco. Leggendo però e ascoltando quel che la ministra pro tempore (speriamo breve), il presidente del Consiglio e altri esponenti della strana maggioranza dicono e disdicono, mi rendo conto che non solo ce n’è di assai più incompetenti di me, ma che sovrabbondano – e in posizioni politico-istituzionali di rilievo – quelli che Benedetto Croce definirebbe senz’altro «farnetici dissertanti».

La scuola italiana è allo stremo da decenni. Dopo quarant’anni di malgoverno clerico-democristiano di quella che non a caso Luigi Russo chiamava «Minerva oscura» – il famigerato ministerone trasteverino – tutti pensavamo che essendo stata ridotta la scuola in macerie non si potesse che ricostruirla. E invece ci sbagliavamo. Nell’ultimo quarto di secolo si è lavorato a sbriciolare ulteriormente quelle macerie; e magari anche a pisciarci sopra.

L’ultimo atto provvisorio di questo smaltimento urinario dei calcinacci è quello realizzato dalla ministra Azzolina con l’indizione e convocazione di un mega-concorso ferragostano, per il quale si sono pubblicati decreti, bandi, grida e illuse e deluse decine di migliaia di precari, molti dei quali, incautamente fidandosi della sedicente istituzione presieduta dalla prelodata, si sono nel frattempo iscritti a corsi, hanno ordinato libri, ingaggiato badanti e baby-sitter per riuscire a ritagliarsi almeno qualche settimana da dedicare alla preparazione tra la fine di un anno scolastico che, comunque lo si voglia giudicare, è riuscito a essere “qualcosa” grazie a loro e l’inizio del prossimo che non si sa ancora se inizierà e con quali celesti protezioni potrà mai essere meno larvale di quello ancora precariamente in corso.

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18 Ottobre 2019
pubblicato da Il Ponte

Articolo nove

Nordestdi Angelo Tonnellato

Un “oggetto desueto” – in letteratura e, purtroppo, non solo – lo Statuto dei lavoratori? Desueto certamente, sotto questi chiari di luna, quel Titolo I – Della libertà e dignità del lavoratore – entro cui s’inscrive, e di cui è cardine, l’articolo – il Nove, appunto – che i curatori di questo bellissimo monografico hanno adottato, più che adattato, come titolo d’una robusta e assai densa sinergia di studi, studiosi e studiosi-testimoni: Articolo Nove. Esperienze di medicina del lavoro a Nordest, a cura di Alfiero Boschiero e Gilda Zazzara, che fornisce il cuore al nuovo fascicolo, il primo del 2019, di «Venetica. Rivista di storia contemporanea»[1].

Desueto, in politica, ormai, l’«oggetto»; inconsueta, per una rivista di storia contemporanea, la declinazione di un tema così spinosamente attuale e scabrosamente esposto. Difficile dare conto compiutamente, in uno spazio limitato d’invito alla lettura, di un assai complesso e pregevole insieme di studi in cui si vedono interagire storici, medici, lavoratori ed esponenti di una tradizione alta del sindacalismo Cgil in un’area industriale, sociale e politica altrettanto ricca di chiaroscuri, contraddizioni e – perché no – buchi neri più o meno dissimulati dalla master narrative – spesso condivisa anche da settori non trascurabili della classe operaia e del mondo artigianale – dello sviluppo, della “rimonta”, del “modello veneto” e del “capannonismo”. Una narrazione egemonica che il leghismo e il venetismo hanno implementato e sfruttato, ma che in realtà, in certi suoi nuclei di condensazione, era ben preesistente; e alla quale le stesse forze di sinistra – espertissime da sempre nell’arte di fabbricarsi in proprio le corde a cui farsi impiccare – hanno portato qualche mattone.

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28 Giugno 2019
pubblicato da Il Ponte

Sea Watch e migranti: Pilato, Nerone e il suo popolo

di Angelo Tonnellato

È vero, la Corte di Strasburgo non ha dato ragione al nostro ministrello dell’Interno quando, qualche giorno fa, pronunciandosi sul ricorso presentato dalla coraggiosa capitana della Sea Watch 3 e da una quarantina di migranti, invocanti gli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, si è in pratica rifiutata di chiedere al governo italiano un provvedimento provvisorio d’urgenza che consentisse ai migranti di sbarcare e, conseguentemente, di presentare proprio alle autorità italiane una richiesta di protezione internazionale.

La Corte ha parlato attraverso un ventriloquo che ha un nome tragicamente antico: Ponzio Pilato. Evidentemente per dare corpo a un vero e proprio diniego di giurisdizione, se non addirittura di negata giustizia, la Corte non poteva appigliarsi a diverso precedente. Il tecnicismo ha funzionato ancora una volta: da un lato si dice che la situazione dei migranti dopo alcune settimane di stallo non è tale da integrare il rischio di vulnerabilità, dall’altra si raccomanda al governo italiano di prestare assistenza; talché, funzionando eventualmente il meccanismo escogitato dalla Corte per cavarsi d’impiccio, la situazione di fatto potrebbe anche protrarsi all’infinito.

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27 Settembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Le “leggi” antisemite, la revoca della cittadinanza e Alexander Pekelis l’allievo di Calamandrei

leggi razzialidi Angelo Tonnellato

Ottant’anni fa com’è tristemente noto l’Italia a eterna vergogna sua e nostra si dotò di un corpus normativo razziale che non a torto Michele Sarfatti ha da tempo osservato che sarebbe più giusto, corretto e veritiero definire «leggi antisemite».

“Leggi” per modo di dire, certo, ma che furono tremendamente e tragicamente efficaci pur costituendo la negazione in radice dell’idea stessa della legge, della Costituzione ancora formalmente vigente, del patto che con i plebisciti risorgimentali gli italiani avevano stretto tra loro e con la monarchia e del sentimento stesso della patria. Tutto fu spazzato via con la firma di un re che, come avrebbe osservato il monarchico Benedetto Croce chiedendone l’abdicazione, aveva barattato il suo titolo, legittimato dal moto risorgimentale, con la banda che con la sua compiacenza si era impadronita dello Stato.

Se le patrie muoiono, e possono ben morire essendo creazioni storiche e non certo divine istituzioni, la patria italiana morì non l’8 settembre 1943, quando anzi venne fatta rinascere con il forcipe del ferro e del fuoco della guerra civile e di liberazione, ma in quelle disonorevoli settimane autunnali del 1938, durante le quali il fascismo e il suo “palo” – il reuccio merovingio – attivarono la fabbrica degli orrori razziali.

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8 Novembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Il Senato si è autosciolto: «Senatoria iurisdictio obtusior»

Senatoria iurisdictio obtusiordi Angelo Tonnellato

Che sia destinato a essere sostituito dal serraglio politico-istituzionale ideato dal tandem Boschi-Renzi o, come a questo punto sarebbe forse più giusto e sensato, da una stanza vuota, il Senato della Repubblica, evidentemente in preda a un vero e proprio cupio dissolvi, ha deciso di auto-sciogliersi e di dichiararsi, più o meno, un “morto che parla”. E tanto per disonorarsi definitivamente, e disperdere le sue stesse ceneri, ha approfittato della discussione della norma, già passata alla Camera, che avrebbe lasciato spazio all’«istanza di parte» (discendenti, eredi, ecc.) per la restituzione dell’«onore militare e [del]la dignità di vittime della guerra a quanti furono passati per le armi, addirittura senza processo, facendo anche ricorso alla intollerabile pratica della decimazione o per esecuzione immediata e diretta da parte dei superiori». Un atto riparatorio della memoria di centinaia di soldati praticamente assassinati dai loro superiori.

Il Senato – scusate se continuo a scrivere questo che è ormai diventato un nome comune di cosa con la maiuscola, memore di usi e costumi antichi – ha rifiutato «l’istanza di parte», ossia la semplice possibilità che a iniziativa dei discendenti o aventi causa degli assassinati fosse avviata una procedura soggetta all’alea dell’accoglimento o della reiezione. Insomma fra tanto parlare e straparlare istituzionale di “memoria”, ha negato ai cittadini italiani, discendenti da quei soldati, il diritto di poter aver ragione o torto in una sede appropriata e proceduralmente regolata per legge. Ai cittadini il Senato risponde con una pernacchia. Come disse Adolfo Omodeo alla canea monarchico-fascista napoletana: «La feccia di Romolo ricusa di ricevere il sigillo della Repubblica di Platone». E costringe la Repubblica, che una volta si diceva nata dalla Resistenza, a “coprire”, come un qualunque malfattore, alcune centinaia di veri e propri omicidi, continuando a spacciarli per casi di esemplare giustizia militare. Ciò che è gravissimo, nella decisione di quel che resta del Senato della Repubblica, non è, però, tanto o solo questo incivile e selvaggio diniego, ma la vergognosa idea di surrogare la possibilità di esperire la riabilitazione con il solito contentino che in certi ambienti si fa balenare ai complici rivali: una odiosa e offensiva indulgenza plenaria del tipo: suvvia, i vostri nonni o bisnonni erano colpevoli, ma noi magnanimamente li perdoniamo.

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30 Settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Angelo Tonnellato

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore SettisValeria Turra]

Al referendum sulla riforma costituzionale voterò no. Voterò no innanzitutto per una pregiudiziale etico-politica. Il parlamento in carica è stato a suo tempo eletto con una normativa colpita in punti nevralgici da una declaratoria di illegittimità pronunciata dalla Corte costituzionale. Esso non aveva e non ha, e mai potrà avere finché rimarrà attivo, titolo politico per poter decentemente mettere mano a una revisione della Carta.

Vorrei ricordare che alla pronuncia della Consulta del 2014 si pervenne non per vie oblique, ma maestre, grazie all’azione promossa da un cittadino elettore che riteneva – e la Consulta gli ha dato ragione – di aver dovuto col suo voto concorrere a un processo elettorale gravemente distorto da una legge elettorale posta ad agire – cito dall’esposizione della causa petendi fatta dalla sentenza – «in senso contrario ai principi costituzionali del voto “personale ed eguale, libero e segreto” (art. 48, secondo comma, Cost.) e “a suffragio universale e diretto” (artt. 56, primo comma e 58, primo comma, Cost.)».

Che un’assemblea sortita per effetto di una tale legge elettorale potesse non sentirsi tenuta alle dimissioni è questione che pone l’Italia al livello di una qualsiasi repubblica delle banane.

Nel merito, la riforma disegna una sorta di regime del capo del governo e, in accodamento, dei capi dei partiti. Ne traccia, per così dire, la sinopia, riempita poi dall’Italicum, che della revisione è la vera cartina al tornasole, checché ne dicano i sostenitori del impegnati a negare l’effetto di combinato disposto dei due complessi normativi invero con un argomento pateticamente formalistico, un mero espediente verbale, quello secondo cui i due piani vanno tenuti distinti perché si vota sulla riforma della Carta e non sulla legge elettorale.

La riforma Renzi-Boschi, a parte il cattivo italiano in cui è scritta, non solo non si pone in alcun modo il problema di rimediare al costante degrado della rappresentanza – che è poi il problema della partecipazione e quindi l’essenza della democrazia – ma lo aggrava ulteriormente. Disegna un Senato che o si ridurrà a luogo psico-terapeutico per consiglieri regionali frustrati o diventerà un conflittuale e (nella imperscrutabile e continua variabilità della sua composizione) produttore di instabilità.

Sarebbe tuttavia ingiusto caricare sulle spalle di Renzi e Boschi più di quanto hanno in proprio la responsabilità di portare. Questa riforma nasce nella scia dei governi del presidente che hanno caratterizzato gli ultimi anni di Napolitano al Colle. E su cui siamo rimasti timidamente impacciati e reticenti. Nella storia delle prassi costituzionali, di cui sono largamente fatte le storie costituzionali, quelle iniziative si inscrivono come una turbativa dell’equilibrio dei poteri. Quale che fosse la bontà delle intenzioni. Perché, a ben guardare, esse sono state certamente un effetto della debolezza del parlamento e dei partiti; ma anche la causa di una ulteriore dilatazione di quella debolezza. La storia dei “saggi” riuniti al Quirinale per scrivere – indirettamente, certo, e ad adiuvandum – uno o più pezzi del programma di governo è una pagina opaca della nostra storia recente. Occorre quindi interrompere la risacca. Una buona ragione per votare no.