28 Agosto 2020
pubblicato da Il Ponte

Il parlamento e l’asino di Buridano: perché “No”

Asino di Buridanodi Angelo Tonnellato

Chi ha letto su «la Repubblica» di domenica 23 agosto lo splendido e sapiente articolo di Gustavo Zagrebelsky, Se la Costituzione resta nascosta dietro una diatriba tutta politica, sulla difficoltà (o piuttosto impossibilità) di prendere posizione rispetto al sì/no che saremo richiesti di esprimere, fra qualche settimana, sulla riforma che riduce il numero dei parlamentari – portando da 630 a 400 i deputati e da 315 a 200 i senatori – avrà certo apprezzato e gustato la bella e acuta funzionalizzazione che l’illustre costituzionalista ha compiuto del cosiddetto «paradosso dell’asino», attribuito a Jean Buridan, allievo di Occam – quello del rasoio, per intenderci – e rettore della Sorbona fra il 1327 e il 1348. Uno scholasticus divenuto celebre per un “paradosso” che, in realtà, non è suo. Introvabile infatti tra i sophismata Buridani, il paradosso, in forma diversa ma sostanza uguale, circolava quanto meno dai tempi di Aristotele; ed era familiare anche a Dante, che lo mette a verbale nel IV del Paradiso, il canto dei dubbi del poeta sui voti inadempiuti e dei correlativi responsa di Beatrice:

Intra due cibi, distanti e moventi
d’un modo, prima si morria di fame,
che liber’omo l’un recasse ai denti;
sì si starebbe un agno intra due brame
di fieri lupi, igualmente temendo
sì si starebbe un cane intra due dame

Incerto nella scelta fra due identiche provviste – due mucchi di fieno e un secchio d’acqua collocati da un lato e altrettanti messi a disposizione da un altro – «un asino affamato e assetato […] resta fermo e muore». La “storiella” è per la verità un po’ inverosimile, se riguardata dal lato, diciamo così, dell’asino che pur ne è il protagonista: come scrisse nel 1881 il dantista Antonio Gualberto De Marzo, rilanciando un’obiezione anch’essa assai più antica, «è da dubitarsi però se l’asino di Buridano avesse avuto la compiacenza di morir di fame per fare onore a questa legge dell’equilibrio».

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29 Maggio 2020
pubblicato da Il Ponte

Quel che resta della scuola italiana

scuola italianadi Angelo Tonnellato

Non mi sarei mai permesso in altri tempi di esprimere un’opinione su problemi della scuola italiana a causa di una competenza che non mi riconosco. Leggendo però e ascoltando quel che la ministra pro tempore (speriamo breve), il presidente del Consiglio e altri esponenti della strana maggioranza dicono e disdicono, mi rendo conto che non solo ce n’è di assai più incompetenti di me, ma che sovrabbondano – e in posizioni politico-istituzionali di rilievo – quelli che Benedetto Croce definirebbe senz’altro «farnetici dissertanti».

La scuola italiana è allo stremo da decenni. Dopo quarant’anni di malgoverno clerico-democristiano di quella che non a caso Luigi Russo chiamava «Minerva oscura» – il famigerato ministerone trasteverino – tutti pensavamo che essendo stata ridotta la scuola in macerie non si potesse che ricostruirla. E invece ci sbagliavamo. Nell’ultimo quarto di secolo si è lavorato a sbriciolare ulteriormente quelle macerie; e magari anche a pisciarci sopra.

L’ultimo atto provvisorio di questo smaltimento urinario dei calcinacci è quello realizzato dalla ministra Azzolina con l’indizione e convocazione di un mega-concorso ferragostano, per il quale si sono pubblicati decreti, bandi, grida e illuse e deluse decine di migliaia di precari, molti dei quali, incautamente fidandosi della sedicente istituzione presieduta dalla prelodata, si sono nel frattempo iscritti a corsi, hanno ordinato libri, ingaggiato badanti e baby-sitter per riuscire a ritagliarsi almeno qualche settimana da dedicare alla preparazione tra la fine di un anno scolastico che, comunque lo si voglia giudicare, è riuscito a essere “qualcosa” grazie a loro e l’inizio del prossimo che non si sa ancora se inizierà e con quali celesti protezioni potrà mai essere meno larvale di quello ancora precariamente in corso.

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