29 marzo 2018
pubblicato da Il Ponte

Vincitori e vinti

Berlusconi e Salvinidi Giancarlo Scarpari

Queste elezioni hanno fornito un chiaro esempio di cosa sia la democrazia procedurale al tempo dei partiti d’opinione, quando cioè il rapporto tra le oligarchie di questi e l’indistinta massa dei cittadini non consiste più nella mediazione tra istanze, programmi e soluzioni date, ma nella richiesta di aderire a un marchio, a una persona o a un gruppo, tramite messaggi in grado di intercettare speranze, paure, rancori diffusi in una società civile “individualizzata”; e questo rapporto, per sua natura incerto e volatile e che quotidianamente viene rilevato attraverso i sondaggi, a scadenze più o meno programmate nel tempo, viene invece rivelato e finalmente reso esplicito dalla chiamata alle urne.

In questo contesto è quantomeno curioso lo stupore di molti per il fatto che nella recente campagna elettorale siano stati trascurati molti problemi reali (come creare posti di lavoro, come affrontare le disuguaglianze crescenti, come rapportarsi coi vincoli europei, ecc.), mentre le chiacchiere si sono concentrate su quelli percepiti, o meglio, su quelli che i media, la rete e i politici interessati hanno voluto che lo fossero. Spesso la distanza tra questa percezione e la realtà è diventata siderale: le televisioni private in Veneto, per esempio, hanno dedicato alle lacrimevoli condizioni degli imprenditori oppressi dalle tasse persino una rubrica fissa («I veneti schiacciati dalla crisi»), proprio mentre l’industria manifatturiera ha registrato un balzo nella produzione pari al 6,7%, a un ritmo, cioè, definito “cinese”. Tuttavia questi dati, risalenti all’ultimo trimestre del 2017, sono stati diffusi dalla Unioncamere solo un paio di giorni dopo le elezioni, quando già i lamenti precedenti avevano “orientato l’opinione pubblica” e prodotto, nel loro piccolo, gli effetti voluti.

Continua a leggere →

12 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Bomba sociale o bomba politica?

Bomba socialedi Giancarlo Scarpari

A Macerata un fascista, con la runa nazista tatuata sulla fronte, già candidato della Lega nel 2017, sale in macchina, va alla caccia di immigrati di colore, spara trenta colpi di pistola contro di loro, ne ferisce sei, tra cui una donna (e si ricorda anche di colpire la sede del Pd); poi, volendo spiegare il raid mediaticamente, si ferma, si ammanta di tricolore, depone un cero votivo a Mussolini, saluta romanamente e si consegna alla polizia.

La rappresentazione richiama in modo inquietante il recente connubio della Lega di Salvini con i fascisti del primo e del secondo millennio (fascio-leghismo è diventato un termine sempre più ricorrente sui media); il vessillo tricolore viene di continuo sbandierato per accompagnare la lotta senza quartiere condotta dai patrioti contro i migranti (da buttare a mare o da deportare secondo l’ipotesi più “moderata”); la strage voluta, preparata ed eseguita contro gli immigrati di colore indica quale sia il brodo di cultura da cui l’autore della stessa ha tratto ispirazione.

Continua a leggere →

19 gennaio 2018
pubblicato da Il Ponte

Missione compiuta

Serracchiani - Franceschinidi Giancarlo Scarpari

Che il Pd abbia cambiato natura e che negli ultimi anni sia diventato il partito di Renzi non è il solo Diamanti a ripeterlo da tempo (e molti altri con lui); passo dopo passo, incoraggiata da una crescente pressione mediatica, la mutazione si è alla fine realizzata e il risultato è ormai sotto gli occhi di tutti.

Di questo esito si è molto parlato e si parla, poca attenzione è stata invece dedicata ai fatti e alle ragioni che l’hanno determinato.

Sì, certo: l’unificazione tra Ds e Margherita era stata una «fusione fredda», tanto che i due apparati di partito erano rimasti in realtà separati (e la Margherita si era sciolta solo nel 2012, dopo che Lusi si era “appropriato” della cassa del gruppo). Ma nel 2007 la musica era diversa e il racconto celebrava invece il tentativo virtuoso di far convivere la tradizione socialdemocratica dei Ds (sufficientemente omogenei attorno ai loro dirigenti) e il solidarismo di varie componenti cattoliche (abbastanza variegate tra loro e pure affiancate da alcune frange laiche).

Continua a leggere →

17 ottobre 2017
pubblicato da Il Ponte

La sinistra al bivio

La sinistra al biviodi Giancarlo Scarpari

È passato un anno da quel 4 dicembre 2016 che interruppe il sogno di Renzi di riformare l’Italia. Ma quel risultato è stato archiviato in fretta, quasi si fosse trattato di una semplice sosta in un viaggio da riprendere subito, dopo un semplice cambio della guardia (col passaggio del testimone del governo a Gentiloni) e una nuova investitura al segretario del partito da parte del popolo del Pd (con la celebrazione del rito delle primarie).

Invece è da lì che bisogna ripartire per comprendere quello che sta succedendo oggi, poiché, all’ombra dell’asserita competizione per difendere o meno la Costituzione, si è conclusa quel giorno la prima fase di una lotta politica tra e dentro i partiti – soprattutto in quello democratico – lotta caratterizzata da finalità e scopi che in realtà poco avevano riguardato la difesa dei principi della Carta.

Renzi aveva infatti usato il referendum come clava per vestire definitivamente i panni del leader della Nazione, assumere un controllo totalitario sul Pd e sbarazzarsi, strada facendo, dell’opposizione interna. La sfida baldanzosamente lanciata all’insegna di “Renzi contro tutti” si è risolta invece con la vittoria di “tutti contro Renzi”, poiché lo statista di Rignano è riuscito nella miracolosa impresa di far coalizzare tra loro tutte le opposizioni, dalla sinistra ai grillini ai fascio-leghisti e di fornire, contemporaneamente, utili suggerimenti alle destre in vista delle successive campagne elettorali (suggerimenti prontamente raccolti, come si è visto, nelle amministrative di giugno e, come presto si vedrà, anche in quelle siciliane di novembre).

Continua a leggere →

4 agosto 2017
pubblicato da Il Ponte

Libertà e proprietà

flat taxdi Giancarlo Scarpari

La parabola del partito tendenzialmente maggioritario, il progetto ideato dal Pd di Veltroni e rilanciato dal Pd di Renzi, sembra effettivamente giunto alla sua logica conclusione.

Per poter decollare aveva avuto bisogno di iniettare nel partito, a uso e consumo soprattutto del nuovo elettorato da attrarre, una robusta iniezione di propaganda “anticomunista”, ricalcata sui modelli berlusconiani e tradottasi nella “rottamazione” di quel che restava della sua tradizione socialdemocratica, nella guerriglia mediatica condotta contro i dirigenti che la rappresentavano e nello scontro frontale praticato nei confronti del lavoro dipendente.

Il balzo del Pd registrato alle europee col 40% dei voti aveva convinto Renzi a proseguire con decisione per il sentiero tracciato.

Col miraggio di sempre nuove vittorie, la maggioranza del partito, messi da parte o archiviati principi e valori “del passato”, ha seguito il comandante e il cerchio magico che lo applaudiva; la minoranza ha subito per mesi le scelte del capo, sempre incerta sul da farsi, mentre sul carro del vincitore, dopo le giravolte e le retromarce del Cavaliere, erano nel frattempo saliti i “diversamente berlusconiani”.

Continua a leggere →

12 aprile 2017
pubblicato da Il Ponte

Altri tempi

Altri tempidi Giancarlo Scarpari

Nell’Italia repubblicana le anomalie istituzionali non sono mai mancate. Le cronache giudiziarie di cinquant’anni fa riportavano abitualmente i nomi di questori, vice-questori e ispettori generali di Pubblica Sicurezza che apparivano impegnati nel coordinare indagini giudiziarie, i cui risultati erano dagli stessi anticipati nel corso di abituali conferenze stampa.

Erano prassi e comportamenti arbitrari, perché quei funzionari non rivestivano la qualifica di ufficiali di polizia giudiziaria e perciò, secondo il codice, non potevano dirigere le indagini della magistratura, né tantomeno divulgarne i contenuti.

A queste prassi – che violavano innanzitutto, in modo manifesto, l’art. 109 Cost., secondo cui la polizia giudiziaria dipendeva dalla magistratura e non da altre autorità – reagì il procuratore generale della Corte d’Appello di Firenze, Aldo Sica, con una circolare del luglio 1966, con cui puntualizzò i compiti preventivi spettanti alla polizia di sicurezza e quelli repressivi di competenza della polizia giudiziaria; sottolineò che unico destinatario dei risultati delle indagini promosse da quest’ultima era il magistrato, che la comunicazione di tali notizie ad altri soggetti costituiva violazione del segreto istruttorio e che se un questore avesse in concreto diretto quelle indagini avrebbe commesso il reato di usurpazione delle pubbliche funzioni.

Continua a leggere →

30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Giancarlo Scarpari

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi Novati, Rino Genovese, Ferdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello RossiSalvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Quando Berlusconi scese in campo nel ’94, costruì in due mesi un partito e sbaragliò gli avversari alle elezioni, un vento nuovo investì, inquietante, anche l’assetto istituzionale del paese; e l’ideologo della Lega Nord, Gianfranco Miglio, lo tradusse in linguaggio comprensibile a tutti: «è sbagliato dire che una costituzione deve essere voluta da tutto il popolo; una costituzione è un patto che i vincitori impongono ai vinti. […] Basta la metà più uno dei voti del Parlamento; poi si tratta di mantenere l’ordine nelle piazze». L’intervista fece scalpore per la brutalità dei toni usati, ma  pochi avvertirono che quelle parole innanzitutto sconfessavano i principi del moderno costituzionalismo, su cui era stata costruita la nuova Carta repubblicana.

Per i “nuovi riformatori” la Costituzione del ’48 cessava di essere un patto stilato da soggetti o partiti caratterizzati da differenti ideologie, ma decisi a scrivere insieme le regole della civile convivenza anche per le generazioni future; cessava cioè di essere la norma base dell’ordinamento, ai cui principi le altre dovevano uniformarsi, per essere invece ridotta quasi al rango di una legge ordinaria, che una qualsiasi maggioranza parlamentare poteva scardinare e usare per sconfiggere l’avversario.

Così, nel 2001, gli apprendisti stregoni del centrosinistra, nel tentativo di sottrarre voti alla Lega, votarono a maggioranza, alla fine della legislatura, la riforma del Titolo V della Costituzione: una soluzione pasticciata, che non evitò la sconfitta alle elezioni, ma che costituì un solido precedente per le ben più vaste revisioni future.

Il governo di centrodestra nel 2005, infatti, fece di più e di peggio: votò, con maggioranze blindate, una legge costituzionale, che introduceva un «bicameralismo differenziato», con un Senato federale eletto su base regionale, con un premier “assoluto”, che doveva chiedere la fiducia alla sola Camera dei deputati e con un’opposizione parlamentare chiaramente irrilevante; inoltre perfezionò il tutto con una nuova legge elettorale, che attribuiva ai leader di partito il potere di nominare i candidati per le elezioni e che assegnava alla coalizione vincente un premio di maggioranza di 340 seggi.

Dopo la sconfitta elettorale della destra nel 2006, un referendum ha poi cancellato la riforma costituzionale; parlamenti e governi successivi hanno invece gelosamente conservato la legge elettorale.

Il centrosinistra ha poi prodotto Renzi; e  questi ha subito dimostrato di avere appreso la lezione del nuovo costituzionalismo.

Solo grazie ai 340 seggi ereditati alla Camera (senza quel premio, nel 2013, il Pd ne avrebbe ottenuto solo 170-180), il presidente del Consiglio ha infatti potuto intestarsi la revisione della seconda parte della Costituzione, revisione che ha cancellato o modificato 47 articoli della Carta: questa riforma non è stata perciò decisa, se non formalmente, dal Parlamento e neppure dal governo, ma da un uomo solo al comando, che ha persino sostituito in Commissione, al Senato, due componenti che non erano in linea con le sue decisioni: se una costituzione è  un patto che stabilisce regole per limitare il potere, qui, al contrario, è stato il potere che ha unilateralmente modificato nel proprio interesse quelle regole e quel patto. Ma non basta.

Memore dell’insegnamento di Calderoli, Renzi ha poi coniugato la revisione costituzionale con una nuova legge elettorale, che ha riprodotto, con talune varianti, quella già censurata dalla Corte per ciò che riguarda i capilista nominati e che ha confermato, soprattutto, il premio abnorme di 340 seggi riservato alla lista vincente al ballottaggio, previsto senza l’indicazione di alcuna ragionevole soglia di accesso.

Orbene, sottolineare le forzature che si sono rese necessarie per raggiungere questi obiettivi – i “canguri”, le “tagliole”, il “supercanguro”, ecc. – è certo utile e doveroso, perché quelle torsioni bene evidenziano l’arroganza che ha accompagnato l’azione di questo “potere costituente”; così come è importante elencarne le soluzioni pasticciate (10 diverse procedure sono previste per varare le leggi!) o incongrue (un Senato di sindaci e consiglieri regionali non vota le leggi ordinarie, ma sì invece quelle costituzionali!), perché manifestano la qualità della cultura istituzionale di questi novelli riformatori.

Ma più importante ancora è leggere insieme le due normative, perché, grazie alla rappresentanza drogata prevista anche dalla nuova legge elettorale, verrà consentito al capo di un unico partito di scegliere il presidente della Repubblica dopo il settimo scrutino ( quando, nelle Camere riunite, per eleggerlo, sarà sufficiente la maggioranza dei 3/5 dei presenti, e cioè circa 400 voti), nonché 1/3 dei consiglieri del Csm (quando, al quarto scrutinio, sarà necessaria la medesima percentuale di votanti); senza dimenticare che sarà poi quel presidente a nominare un terzo dei componenti della Corte costituzionale, in aggiunta a quelli eletti dalla Camera, dal Senato e dalle supreme magistrature. Anche sugli organi di controllo perciò si estenderà, sia pure indirettamente e con incidenze diverse, il potere diffuso del capo del partito di maggioranza; il complesso equilibrio di pesi e contrappesi necessario per configurare una costituzione liberale e democratica risulterà in tal modo menomato e definitivamente compromesso.

Il precedente del 2005, con le sue evidenti assonanze (oggi, non a caso, dimenticate dai proponenti), ci dice verso quale direzione e sbocco politico marci l’articolato progetto di Renzi.

Sostenere che questa riforma non tocchi la prima parte della Costituzione, come ripetono a gran voce i suoi sostenitori, significa ignorare volutamente che tutta la “governabilità”che si invoca ha oggi la funzione di rendere più veloci e meno contrastate soprattutto le sgradevoli decisioni «richieste dall’Europa» in materia di salute (art. 32), di lavoro (artt. 35-37), di previdenza (art. 38), richieste che fungono da pietra tombale su quanto previsto dall’art. 3 capoverso; del resto l’avvenuta modifica dell’art. 81, con la sua diretta e disastrosa incidenza sull’effettività dei diritti previsti nella prima parte, sta lì a ricordarcelo.

Giustificare infine la riduzione del numero dei senatori con il risparmio di spesa è poi l’avvilente argomento di chi, ormai succube dell’ideologia anticasta oggi imperante, ritiene che sia giunta l’ora di svendere anche i principi costituzionali per l’ennesimo piatto di lenticchie.

29 aprile 2016
pubblicato da Il Ponte

Sovranità limitata

Sovranità limitatadi Giancarlo Scarpari

Oggi da più parti si celebrano i funerali dello Stato-nazione e sorgono lamenti circa la perdita di sovranità subita dall’Italia nel contesto dell’Unione europea. Fino a qualche anno fa queste sembravano essere questioni prevalentemente giuridiche, riservate agli specialisti, ma la crisi economica ne ha evidenziato invece tutto lo spessore  politico, viste le ricadute sociali che i vincoli imposti hanno determinato nel paese. La limitazione della sovranità dello Stato, così percepita di recente, non è però una novità di questi anni, avendo invece alle spalle una lunga storia ed essendo stata addirittura prevista dalla Costituzione

L’art. 11, infatti, non solo afferma che l’Italia «ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», ma aggiunge che «consente, in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni». Dunque, la perdita di porzioni di sovranità era ritenuta ben possibile, ma solo in vista di superiori esigenze di pace e sicurezza, poiché i costituenti ritenevano che i benefici in tal modo conseguiti avrebbero ampiamente compensato le eventuali autolimitazioni adottate.

Continua a leggere →

10 marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Legittima difesa?

Legittima difesadi Giancarlo Scarpari

«La ragione specifica della più rigorosa repressione risiede nell’obbietto di questi delitti, il patrimonio, la cui più efficace tutela rientra in quel programma di rafforzamento dei cardini dell’odierna organizzazione sociale, che è propria del Governo Nazionale». Così recitava la Relazione della Commissione ministeriale incaricata di fornire un parere sul progetto preliminare del codice penale che Alfredo Rocco stava preparando.

Tra i delitti che offendevano il patrimonio privato, il furto rivestiva, da sempre, un ruolo privilegiato e il ministro aveva trovato sul tema un terreno abbondantemente arato: lo Statuto albertino aveva ribadito che la proprietà era un diritto inviolabile, il codice Zanardelli aveva minutamente descritto tutte le modalità (una trentina!) con cui il furto poteva essere realizzato, Vincenzo Manzini, il penalista più accreditato del tempo e collaboratore di Rocco nella redazione dei codici, aveva dedicati alcuni volumi a quel delitto e alla sua evoluzione nella storia.

Il ministro fascista aveva mantenuto l’impianto repressivo precedente, eliminato alcune ipotesi datate, riformulando le numerose aggravanti ed elevando in tali casi il massimo della pena, che ora poteva comportare una condanna sino a 10 anni di carcere. Rispetto a questa tutela rafforzata del diritto di proprietà, quella riservata ai diritti della persona era disciplinata invece in modo più blando: in particolare, le lesioni prodotte colposamente potevano essere sanzionate con una semplice multa, quelle volontarie, nei casi lievi non erano procedibili d’ufficio e per quelle gravi – che comportavano anche un pericolo di vita o l’indebolimento permanente di un senso o di un organo – la pena della reclusione non poteva superare i 7 anni.

Continua a leggere →

31 gennaio 2016
pubblicato da Il Ponte

Un ricordo di Licio Gelli

Licio Gellidi Giancarlo Scarpari

Il 15.12.2015 è deceduto, nella sua residenza di villa Wanda, Licio Gelli, “maestro venerabile” della Loggia P 2.

Il neo sindaco di Arezzo, Alessandro Ghinelli, ha parlato della morte di un cittadino illustre; ma i politici che un tempo facevano la fila all’hotel Excelsior per chiedere favori o prendere ordini non si sono fatti vedere al funerale; taciturni sono rimasti anche i “fratelli” ancora in servizio, Berlusconi e Cicchitto in particolare; e solo Bisignani, opinionista di Rai 2 e variamente inquisito, definendosi figlioccio di Gelli, ha avuto parole di stima per lo scomparso.

Significativa è stata la reazione dei media: le ricostruzioni delle vicende che l’hanno visto protagonista sono state rapide e spesso imprecise; è stato fatto un grande uso degli abituali stereotipi (il burattinaio, i misteri d’Italia, ecc.); è invece mancata ogni seria riflessione sull’incidenza avuta per anni da quella loggia sulla politica italiana (solo «il Fatto Quotidiano» ha dedicato allo scomparso uno “speciale” di quattro pagine).

Continua a leggere →