10 Marzo 2016
pubblicato da Il Ponte

Legittima difesa?

Legittima difesadi Giancarlo Scarpari

«La ragione specifica della più rigorosa repressione risiede nell’obbietto di questi delitti, il patrimonio, la cui più efficace tutela rientra in quel programma di rafforzamento dei cardini dell’odierna organizzazione sociale, che è propria del Governo Nazionale». Così recitava la Relazione della Commissione ministeriale incaricata di fornire un parere sul progetto preliminare del codice penale che Alfredo Rocco stava preparando.

Tra i delitti che offendevano il patrimonio privato, il furto rivestiva, da sempre, un ruolo privilegiato e il ministro aveva trovato sul tema un terreno abbondantemente arato: lo Statuto albertino aveva ribadito che la proprietà era un diritto inviolabile, il codice Zanardelli aveva minutamente descritto tutte le modalità (una trentina!) con cui il furto poteva essere realizzato, Vincenzo Manzini, il penalista più accreditato del tempo e collaboratore di Rocco nella redazione dei codici, aveva dedicati alcuni volumi a quel delitto e alla sua evoluzione nella storia.

Il ministro fascista aveva mantenuto l’impianto repressivo precedente, eliminato alcune ipotesi datate, riformulando le numerose aggravanti ed elevando in tali casi il massimo della pena, che ora poteva comportare una condanna sino a 10 anni di carcere. Rispetto a questa tutela rafforzata del diritto di proprietà, quella riservata ai diritti della persona era disciplinata invece in modo più blando: in particolare, le lesioni prodotte colposamente potevano essere sanzionate con una semplice multa, quelle volontarie, nei casi lievi non erano procedibili d’ufficio e per quelle gravi – che comportavano anche un pericolo di vita o l’indebolimento permanente di un senso o di un organo – la pena della reclusione non poteva superare i 7 anni.

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31 Gennaio 2016
pubblicato da Il Ponte

Un ricordo di Licio Gelli

Licio Gellidi Giancarlo Scarpari

Il 15.12.2015 è deceduto, nella sua residenza di villa Wanda, Licio Gelli, “maestro venerabile” della Loggia P 2.

Il neo sindaco di Arezzo, Alessandro Ghinelli, ha parlato della morte di un cittadino illustre; ma i politici che un tempo facevano la fila all’hotel Excelsior per chiedere favori o prendere ordini non si sono fatti vedere al funerale; taciturni sono rimasti anche i “fratelli” ancora in servizio, Berlusconi e Cicchitto in particolare; e solo Bisignani, opinionista di Rai 2 e variamente inquisito, definendosi figlioccio di Gelli, ha avuto parole di stima per lo scomparso.

Significativa è stata la reazione dei media: le ricostruzioni delle vicende che l’hanno visto protagonista sono state rapide e spesso imprecise; è stato fatto un grande uso degli abituali stereotipi (il burattinaio, i misteri d’Italia, ecc.); è invece mancata ogni seria riflessione sull’incidenza avuta per anni da quella loggia sulla politica italiana (solo «il Fatto Quotidiano» ha dedicato allo scomparso uno “speciale” di quattro pagine).

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5 Settembre 2015
pubblicato da Il Ponte

Riforme e magistratura

Riforme e magistraturadi Giancarlo Scarpari

Per alcuni lustri un presidente del Consiglio si è rivolto alla magistratura ordinaria con insulti d’ogni genere e ha accusato quella costituzionale di essere comunista; ha parlato di una guerra di vent’anni e una stampa, quasi al completo egemonizzata, volendo apparire indipendente, ha sostenuto che sì i toni in alcuni casi potevano essere eccessivi, ma che in effetti in questi anni era sorto effettivamente un contrasto tra magistratura e politica (e non viceversa, come in realtà era avvenuto).

Terminato il ciclo di Berlusconi statista, con il suo licenziamento disposto dalla Bce, accompagnato dai sorrisi di compatimento del duo che guidava l’Europa e ratificato da ultimo dal presidente della Repubblica italiana, le cose non sono sostanzialmente cambiate: la lunga agonia del suo regime si è infatti dipanata nel tempo, attraverso i governi Monti, Letta e Renzi, che hanno evidenziato, sia pure in forme diverse, il reticolo di complicità e connivenze che quella lunga egemonia aveva generato e che tuttora persistono. Così Berlusconi, recuperato dalle “grandi intese” volute da Napolitano, condannato poi in via definitiva per frodi fiscali pluriennali, è riuscito a far ruotare ancora una volta il dibattito politico attorno alla sua persona: prima ha legato la permanenza al governo del suo partito alla concessione della grazia (oggetto persino di un inedito, ma non per questo meno anomalo, patteggiamento col presidente della Repubblica), poi, finito per uno scatto d’ira all’opposizione, ha ugualmente ottenuto la piena “agibilità politica”, pur essendo ai servizi sociali e continuando a essere inquisito per gravissimi reati, questa volta legati direttamente alle pubbliche funzioni da lui esercitate (compravendita di senatori e concussione del capo di gabinetto della questura di Milano).

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12 Maggio 2014
pubblicato da Il Ponte

Sorvegliare o punire?

Sorvegliare o puniredi Giancarlo Scarpari

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 5 de Il Ponte – maggio 2014]

Lanciando i «mille club Forza Silvio», a Roma, nel mese di dicembre 2013, l’allora Cavaliere Berlusconi aveva accompagnato l’evento con una narrazione del suo impegno ventennale in difesa della libertà e con la descrizione dei quattro colpi di Stato con cui la sinistra, due presidenti della Repubblica e una magistratura politicizzata l’avevano, per questo, ingiustamente perseguitato. Da allora il canovaccio sarà ripreso più volte, con alcune variazioni interne, ma nell’edizione confezionata per la propaganda (La guerra dei 20 anni. Diagnosi di quattro colpi di Stato) la ricostruzione di questa lunga fase della storia italiana, lungi dal costituire la riflessione politica di colui che, in questo ventennio, più di ogni altro era stato alla guida del paese, si rivela impietosamente come la maldestra memoria difensiva di un imprenditore plurinquisito per numerosi reati, prescritto più volte e condannato alla fine per una colossale frode fiscale.

La narrazione parte da lontano. «Si è cominciato nel ’64 con la costituzione di Magistratura democratica, una corrente della magistratura di sinistra vicina al Pci». Poi, con un rilevante salto temporale, «si è continuato con la cancellazione nel ’93 dell’art. 68 della Costituzione», norma scritta per «evitare che gli eletti dal popolo, e con essi la democrazia e la libertà, fossero senza difesa contro l’uso politico della giustizia»; di qui le rovinose conseguenze: «Tangentopoli fu un golpe in guanti di velluto […] Mani Pulite è stata la prima volta (sic!) in cui la democrazia è stata sospesa nel nostro paese».

Gli altri due «colpi di Stato» avevano visto protagonisti i presidenti della Repubblica, Scalfaro nel ’94 (quando, utilizzando la «falsa accusa» mossa a Berlusconi dai magistrati di Milano per le tangenti alla Guardia di Finanza, aveva «convinto» Bossi a «far cadere il governo eletto dal popolo») e Napolitano nel 2011 (quando il presidente della Repubblica, «che già da giugno organizzava un governo tecnico» aveva, in autunno, a sua volta, «convinto» Berlusconi a rassegnare le dimissioni).

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13 Marzo 2014
pubblicato da Il Ponte

La veloce marcia dentro le istituzioni

di Giancarlo Scarpari

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 3 de Il Ponte – marzo 2014]

veloce marcia dentro le istituzioniIl 10.12.2013, commentando sul «Corriere» Il trionfo di Matteo Renzi, Angelo Panebianco poteva tirare un sospiro di sollievo ed esclamare convinto: «oggi il Pci è davvero finito»; poi, con una punta di rammarico, aggiungeva che il processo non era però ancora concluso visto «l’insperato regalo» fatto dalla Corte costituzionale ai proporzionalisti di quel partito; avvertiva poi il neosegretario di stare bene attento ai «suoi nemici interni», quelli dell’«apparato», consigliandolo di sollevare la questione cruciale dell’«oro del Pci», messo «al sicuro in qualche Fondazione» e che invece doveva essere messo a sua disposizione a sostegno del nuovo corso impresso al partito. E Ostellino, su quelle stesse pagine, alcune settimane dopo, evocando Stalin per ben tre volte in poche righe, identificava quei «nemici» interni nella «sinistra massimalista del Pd», animata da una «vocazione totalitaria», tuttora legata alla «parola d’ordine cominformista: nessun nemico a sinistra» («Corriere della sera», del 28.01.2014).

Articoli del genere, per il linguaggio usato e per le immagini evocate, avrebbero forse trovato collocazione piú appropriata sulle pagine di «Libero» o del «Giornale», ma proprio per questo sono doppiamente interessanti: innanzitutto perché evidenziano come l’egemonia culturale della destra berlusconiana abbia lavorato in profondità, condizionando idee e linguaggio dei “liberali moderati”, trasformando l’ideologia anticomunista in senso comune e promuovendo cosí una radicalizzazione nel paese che alcuni scambiano oggi per un salutare bipolarismo; ma soprattutto perché, depurate dai fumi di quella ideologia, le frasi alludono a un processo reale, alla conclusione di un percorso che non riguarda certo il Pci, un partito morto e sepolto da un quarto di secolo, ma, semmai, il Pd, un partito ibrido sorto dai resti di varie formazioni della sinistra e che mirava a convogliarne le eredità nell’ambito di un piú vasto raggruppamento politico genericamente riformista.

In realtà, già al tempo dei Ds e della Margherita, le rispettive identità erano andate diluendosi, per l’assenza di qualsiasi programma conseguente in grado di renderle concrete; questo vuoto progressivo era stato via via riempito dalla ricerca di nuove ricette, che prescindevano da analisi approfondite e da verifiche empiriche, ma che, offerte con particolare insistenza dal mercato mediatico, venivano recepite acriticamente, talvolta addirittura con entusiasmo.
La flessibilità del lavoro, per esempio, era stata introdotta da Treu al tempo dei governi dell’«Ulivo» ed era diventata precarietà generalizzata sotto quelli di Berlusconi; ma entrambe, pur nella loro diversità, erano però il frutto della stessa logica, già allora dominante, che considerava prioritari gli interessi dell’impresa rispetto ai diritti dei lavoratori e che, contestata a parole, era stata in realtà accolta di fatto all’interno dei maggiori partiti della sinistra.

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10 Febbraio 2014
pubblicato da Il Ponte

Di ricatto in ricatto

di Giancarlo Scarpari

È dunque finito il partito padronale? Ancora no, per il momento; e tuttavia il Pdl è stato messo seriamente in crisi, non perché battuto politicamente dalle forze di opposizione, ma perché una sentenza emessa dalla magistratura ha superato gli ostacoli seminati negli anni dai parlamenti dei nominati, ha interrotto con la condanna definitiva di Berlusconi la lunga serie delle precedenti prescrizioni e innestato cosí un processo a catena, questo sí tutto politico, ancora in corso e dagli esiti ancora incerti.

In estate aveva preso forza il progetto della “nuova” Forza Italia, che, con il suo estremismo non piú simulato, aveva visto protagonisti i vari Verdini, Brunetta, Santanchè, decisi a spostare gli equilibri interni del Popolo della libertà e a ricattare ogni giorno il governo pur di ottenere, con l’avvallo o la comprensione di molti, una copertura immunitaria per il loro leader condannato; ma questa volta la minaccia di far cadere l’esecutivo, pur ottenendo immediati e visibili vantaggi – il cedimento del Pd sull’Imu ne è stato il segnale piú evidente – stentava a raggiungere l’effetto sperato; e allora, da vero avventuriero della politica, Berlusconi portava il ricatto alle sue estreme conseguenze: cosí, evocando il colpo di Stato realizzato, a suo dire, dalla sentenza della Cassazione, ordinava ai suoi nominati in Parlamento di presentare dimissioni di massa, per protestare contro la congiura che voleva eliminarlo (“Ho contro tutti: la Consulta, il Csm, Magistratura democratica, i magistrati soggetti a Magistratura democratica”, ecc.): e quelli, come sempre, avevano prontamente eseguito.

Un fatto inquietante, si era limitato a commentare un contrariato capo dello Stato; ma a quella reazione altre erano seguite e Berlusconi, di fronte al calo nei sondaggi, alla flessione di Mediaset in borsa, alle proteste di industriali e commercianti, dopo soli tre giorni aveva cambiato di spalla al suo fucile e, per invertire la rotta, aveva giocato la solita carta delle tasse, prendendo questa volta a pretesto l’inerzia dell’esecutivo e il conseguente mancato blocco dell’aumento dell’Iva; denunciava cosí la presunta violazione dei «patti di governo», ordinava questa volta la dimissione dei ministri, invocando a gran voce le elezioni immediate; ma la manovra era maldestra, frutto della disperazione di un condannato che, con un atto eversivo e senza precedenti, intendeva ricattare l’intera Giunta del Senato chiamata a decidere sulla sua decadenza: i ministri dipendenti tuttavia obbedivano, la crisi veniva aperta e rivendicata, ma questa volta persino il «Corriere» perdeva la pazienza (Uno sparo nel buio affermava Ainis il 28 settembre e Moderati dove siete? si chiedeva affranto P. G. Battista il giorno successivo).

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