12 Febbraio 2019
pubblicato da Il Ponte

Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione

Partigianidi Silvia Calamandrei

Il libro di Giuseppe Filippetta (L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) già dal titolo, che riprende un’espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi1, e dal sottotitolo, ci preannuncia un’interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuità come frutto di un’esperienza di sovranità dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane.

Rovesciando in positivo l’entrata nella “terra di nessuno” che segue l’8 settembre, quel precipitare in uno stato hobbesiano dell’homo homini lupus a cui tanti, rifacendosi al catastrofismo del sattiano De profundis, hanno fatto risalire la “morte della patria”, l’autore ne sottolinea invece il potenziale di innesco di una ripresa di sovranità dal basso, nella scelta individuale della lotta armata partigiana. Come testi di riferimento e chiavi interpretative ha Una guerra civile di Claudio Pavone e la Resistenza perfetta di Giovanni De Luna, e scrive un saggio “post-revisionista” in cui profonde la sua cultura di giurista, per smarcarsi dall’interpretazione “continuista” che tanti giuristi hanno dato della Costituzione repubblicana, a partire da Costantino Mortati.

Per meglio valutare la novità dell’approccio e il target polemico la chiave si trova nel capitolo finale, «La sovranità dimenticata», dove, dopo aver confutato il saggio Rivoluzione e diritto di Santi Romano (settembre 1944), si stigmatizza il “catastrofismo giuridico” dei vari Satta, Capograssi e Carnelutti. Secondo Filippetta la maggioranza dei giuristi italiani vive l’8 settembre come una sorta di Tsimtsum cabalistico nel quale lo Stato si ritrae e la scena della sovranità è occupata da una moltitudine di singolarità individuali, non legittimate ad agire da sovrani. Santi Romano nega la capacità di ordinamento della Resistenza, pur cogliendone la portata rivoluzionaria. Secondo quanto scrive, «il ritrarsi dello Stato ha lasciato posto alla violenza di una moltitudine di individui che si vogliono sovrani, ma che non sono in grado di produrre un ordine e che agiscono in nome di una giustizia che in realtà non conoscono».

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19 Febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Contrasti

Contrastidi Silvia Calamandrei

Contrasti, il bel volume fotografico curato da Silvia Bertolotti su Calamandrei nella Grande guerra, è stato presentato alla Biblioteca del Senato, il 7 febbraio, da una schiera di autorevoli studiosi.

Apre i lavori Giuseppe Filippetta trasmettendo il saluto di Sergio Zavoli, presidente della Biblioteca del Senato. Sottolinea il prezioso lavoro di cura e di commento delle foto, un vero e proprio libro nel libro.

Mario Isnenghi ricostruisce il percorso militare dell’ufficiale interventista Piero Calamandrei e la sua scelta di partire volontario, interrogandosi su quali fossero i sentimenti di Ada, l’interlocutrice principale del suo diario per corrispondenza, ricostruito nel volume curato e introdotto da Alessandro Casellato (Zona di guerra, Roma-Bari, Laterza, 2007). Probabilmente nelle sue lettere volutamente distrutte ci sarebbe stata la testimonianza di un altro punto di vista, forse di egoismo microfamigliare. Piero, tenente, opera nelle truppe territoriali, raramente si trova al fronte e solo dal 1917 comincia a essere utilizzato in base alle sue competenze, come avvocato nei tribunali di guerra (già nel 1916 c’era stato il processo in cui era riuscito a evitare la condanna a morte dei disertori con un cavillo giuridico), come oratore (la commemorazione di Battisti in cui scopre la propria vena oratoria, e fa venire le lacrime agli occhi al superiore), e infine come comunicatore nel Servizio P. L’apprendistato di comunicatore l’aveva fatto sul «Giornalino della domenica» di Vamba. Con la svolta post-Caporetto si passa dalla strategia dell’obbedienza a quella della convinzione, e Calamandrei partecipa all’operazione di convincere, di creare consenso, capendo anche che bisogna partire dagli stessi ufficiali, che mancano spesso anche loro di “patriottismo”.

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