Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione

Partigianidi Silvia Calamandrei

Il libro di Giuseppe Filippetta (L’estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) già dal titolo, che riprende un’espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi1, e dal sottotitolo, ci preannuncia un’interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuità come frutto di un’esperienza di sovranità dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane.

Rovesciando in positivo l’entrata nella “terra di nessuno” che segue l’8 settembre, quel precipitare in uno stato hobbesiano dell’homo homini lupus a cui tanti, rifacendosi al catastrofismo del sattiano De profundis, hanno fatto risalire la “morte della patria”, l’autore ne sottolinea invece il potenziale di innesco di una ripresa di sovranità dal basso, nella scelta individuale della lotta armata partigiana. Come testi di riferimento e chiavi interpretative ha Una guerra civile di Claudio Pavone e la Resistenza perfetta di Giovanni De Luna, e scrive un saggio “post-revisionista” in cui profonde la sua cultura di giurista, per smarcarsi dall’interpretazione “continuista” che tanti giuristi hanno dato della Costituzione repubblicana, a partire da Costantino Mortati.

Per meglio valutare la novità dell’approccio e il target polemico la chiave si trova nel capitolo finale, «La sovranità dimenticata», dove, dopo aver confutato il saggio Rivoluzione e diritto di Santi Romano (settembre 1944), si stigmatizza il “catastrofismo giuridico” dei vari Satta, Capograssi e Carnelutti. Secondo Filippetta la maggioranza dei giuristi italiani vive l’8 settembre come una sorta di Tsimtsum cabalistico nel quale lo Stato si ritrae e la scena della sovranità è occupata da una moltitudine di singolarità individuali, non legittimate ad agire da sovrani. Santi Romano nega la capacità di ordinamento della Resistenza, pur cogliendone la portata rivoluzionaria. Secondo quanto scrive, «il ritrarsi dello Stato ha lasciato posto alla violenza di una moltitudine di individui che si vogliono sovrani, ma che non sono in grado di produrre un ordine e che agiscono in nome di una giustizia che in realtà non conoscono».

L’autore invece reputa che nella scelta morale di quella moltitudine di individui che prendono le armi occupando lo spazio da cui si è ritratto lo Stato con la fuga del re e la creazione della Repubblica di Salò si apra una dimensione istituzionale di creazione di un nuovo ordine, che sarà sancito nella Costituzione del 1948. Secondo Filippetta dopo l’8 settembre non c’è più sovranità statuale, né il re da Brindisi né la Repubblica di Salò sono in grado di esercitare una vera sovranità, rimpiazzati dall’autorità militare alleata al Sud e dai Comandi tedeschi al Centro-Nord. Tra il 1943 e il 1945 ci sarebbe solo la sovranità individuale dei partigiani che hanno impugnato le armi per riempire il vuoto della sovranità aperta dallo sprofondamento dello Stato; e qui starebbero le fondamenta del nuovo patto di cittadinanza.

Tante sono le scelte individuali che Filippetta ricostruisce ripercorrendo diari e memoriali, con una amplissima ricognizione delle fonti letterarie e memorialistiche: dal poliziano Vincenzo Cozzani2, il Tom Mix della divisione Amiata-Val d’Orcia al pistoiese Marcello Venturi, autore di una serie di opere letterarie pubblicate nell’immediato dopoguerra, ai tanti che combattono sulle Alpi e sull’Appennino, vivendo un «tempo costituente della moltitudine che costruisce e ordina il presente e il futuro». Filippetta descrive la costituzione delle bande come un enorme moto spontaneo, spesso con una dimensione di “piccola patria”, di difesa del territorio e della famiglia: una «guerra di casa», come l’ha definita Giorgio Bocca. Contesta la tesi della Resistenza come moto esclusivamente o prevalentemente partitico, e reputa che sia un concetto introdotto a posteriori dalla storiografia (in primis la Storia della Resistenza di Battaglia3), a partire dagli anni cinquanta, una volta conclusa la fase delle testimonianze e delle memorie soggettive che lumeggiavano le scelte spontanee individuali.

Le bande sono descritte come fuochi che aggregano e precedono i partiti, coagulando un pulviscolo di scelte individuali; sono microcosmi di democrazia diretta (riprendendo la definizione di Quazza) e soggetti costruttori di un nuovo ordine giuridico, esercitando la giustizia partigiana.

Secondo l’autore, nel caos che segue all’armistizio le bande offrono l’unica forma di organizzazione e i partiti si collegano a esse per radicarsi. La “partitizzazione” si introdurrebbe in una fase successiva, così come la scelta di adesione a un partito, dopo essersi ritrovati a combattere casualmente in una formazione, lungamente caratterizzata dal policentrismo ideologico. Questo spiegherebbe la grande difficoltà a unificare e centralizzare che i partiti conoscono e che supereranno solo dopo la Liberazione. Anche i Cln locali sarebbero un post rispetto alle bande e la loro iniziativa è frenata dal Cln centrale dell’Alta Italia, mentre le bande sperimentano forme di autogoverno del territorio che controllano.

Roberto Battaglia in Un uomo, un partigiano4(la sua opera memorialistica che precede quella di storico) sottolinea questo sforzo di istituzionalizzarsi delle bande partigiane: «Nati come fuorilegge tendevamo per istinto a ritornar nella legge, ossia a creare un nuovo “codice”; l’azionista Livio Bianco parla di ordinamento della resistenza e Foa la indica come fonte del nuovo diritto; mentre Piero Calamandrei scorge nei Cln le “cellule germinative del nuovo tessuto costituzionale” nell’articolo Funzione rivoluzionaria dei Comitati di liberazione, scritto nell’aprile 1945 per il Ponte».

Anche nelle canzoni si ritrova l’eco di questo sforzo di legittimarsi, come recita il doppio verso di Siamo i ribelli della montagna, canzone scritta sull’Appennino ligure-piemontese dal comandante Casalini: «e la fede che ci accompagna sarà la legge dell’avvenir». E il fatto che la canzone libertaria carrarese Piombo con piombo, sia cantata anche dai monarchici badogliani a Boves, come testimonia l’anarchico Dunchi5, attesta quel policentrismo politico ideologico che impera nella banda armata, facendo, secondo Filippetta, «dell’osteria di montagna la soglia costituente della nuova Italia». Nel sodalizio tra l’anarchico e il badogliano che si riconoscono nella stessa canzone ritroviamo le pennellate di De Luna nella Resistenza perfetta6, quando dipinge l’intesa che si crea nella lotta comune al di sopra delle fedi e delle convinzioni individuali.

Filippetta ritrova compendiata l’affermazione della fonte resistenziale della nuova sovranità nella frase di Calamandrei «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov’è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne, dove caddero i partigiani…». C’è da chiedersi tuttavia quanto questa metafora sia una figura retorica, una indicazione ideale, più che una constatazione fattuale. Il Calamandrei che discute in Costituente sulle norme relative alla magistratura o sul Concordato e l’articolo 7 ha alle spalle gli Appunti sulla legalità elaborati nell’esilio di Colcello, in un isolamento diffidente rispetto alle capacità di resistenza del popolo italiano, e in uno scetticismo manifesto verso le bande partigiane locali7.

Sarà l’approdo nella Firenze liberata (anche grazie ad alcuni suoi studenti in prima fila tra i partigiani) a spingerlo a rivendicare di fronte agli Alleati la conquista della libertà motu proprio che ha preceduto il loro ingresso in città. Come recita la lapide apposta su Palazzo Vecchio e da lui dettata, la libertà ha ripreso stanza «per insurrezione di popolo» e «per vittoria degli eserciti alleati». E dunque non è “donata” ma “riconquistata” e legittima la capacità del popolo italiano di darsi le proprie leggi: la Resistenza dunque come fonte del potere costituente, cui Calamandrei darà il suo contributo facendosi costituzionalista.

Secondo Filippetta questo nesso viene negato dalla maggioranza dei giuristi italiani, e sarebbe stato Costantino Mortati il primo a elaborare un’altra versione, quella della Resistenza che legittima i partiti a decidere i contenuti della nuova Costituzione.

Nel saggio La Costituente. La teoria. La storia. Il problema italiano (1945)8 Mortati riduce la Resistenza all’azione instauratrice del nuovo ordinamento svolta dal Cln in rappresentanza dei partiti antifascisti, collocando quest’ultimo nell’orizzonte dello Stato monarchico:

«Così – scrive Filippetta – l’ordinamento che la Resistenza instaura non è il prodotto della sovranità dei singoli che con le loro azioni armate creano un nuovo Stato, ma dell’azione costituente del Cln (che è organo dello Stato monarchico), e lo Stato postfascista che scaturisce dalla Resistenza non è un altro rispetto a quello monarchico, anzi lo continua, sia pur dando ad esso un nuovo diritto». Insomma una «interpretazione partitica e statalistica» funzionale a una versione continuistica, che diverrà poi la vulgata, oltre che nella storiografia degli anni cinquanta, nella gestione politico-istituzionale delle celebrazioni unitarie della Resistenza negli anni sessanta. Le Lezioni di diritto costituzionale di Vezio Crisafulli del 19629 ne sono l’epitome. Secondo l’autore, esse segnano un vero e proprio spartiacque: la Resistenza viene collocata «tutta dentro il confronto tra la monarchia e i partiti antifascisti del Cln e questo confronto sta tutto dentro l’orizzonte dello stato monarchico». Da questa interpretazione scaturirebbe il monopolio partitico della sovranità, dimenticando la «Resistenza delle persone»: la cittadinanza repubblicana viene associata a una dimensione esclusivamente rappresentativa dell’agire politico, mettendo ai margini quella disponibilità ad autogovernarsi e ad assumere decisioni direttamente in prima persona che era stata caratteristica della «Resistenza delle persone in armi».

Il capitolo decimo esplicita questa dicotomia di interpretazioni (Costituzione frutto del compromesso tra i Partiti o testamento del popolo dei morti) e conclude la lunga disamina di un percorso di protagonismo individuale della scelta combattente che viene riassorbita nella fase costituente propriamente detta. Riassorbita ma non cancellata, tanti erano i “resistenti” rappresentati nell’Assemblea costituente, e tanto forte era la memoria dei caduti, rievocata non solo da Calamandrei ma anche da Dossetti.

L’ampia ricognizione delle fonti, soprattutto memorialistiche e letterarie e centrate nel Nord e Centro-Italia, consente all’autore di cogliere e ricostruire gli elementi di ribellismo giovanile e protagonismo femminile che si esprimono nella Resistenza, nonché il fenomeno, soprattutto nelle aree contadine della pianura padana, di riattivazione delle memorie delle lotte e violenze del passato, fin dai giorni della Settimana rossa, difficilmente irreggimentabili. L’intreccio tra lotta antifascista e lotta di classe è del resto una delle chiavi principali dell’interpretazione della guerra civile di Claudio Pavone, cui l’autore si ispira, e che consente di spiegare anche la lunga durata del 25 aprile, nella sensazione della rivoluzione rimandata ad altro appuntamento, che si chiude solo nel 1948 dopo l’attentato a Togliatti.

Dopo la Liberazione la violenza delle bande partigiane viene ancora avvertita come legale, e il disarmo dei partigiani finisce per favorire le violenze private; secondo Filippetta nella smobilitazione partigiana e nella perdita della dimensione istituzionale si annidano il banditismo e le vendette personali. Affidando a Secchia l’organizzazione del Partito di massa, che ha visto moltiplicarsi gli iscritti (solo 6.000 nel settembre 1943), il Pci dovrà compiere un enorme sforzo per irreggimentare la spontaneità del “partito dei fucili”.

L’episodio principe per narrare la svolta è ripreso dalla Memoria della resistenza di Mario Spinella10, quando si racconta la consegna delle armi a Firenze alla Fortezza da Basso dopo la morte di Potente. Si tratta di un episodio citato anche in un discorso di Togliatti del settembre 1944, a segnare un passaggio di fase doloroso, vissuto con «le lacrime agli occhi». La rinuncia alla sovranità dei singoli è rinuncia a qualcosa che l’autore si rende conto è anche divisiva: «perché in alcune regioni del Mezzogiorno la Resistenza non c’è, perché anche nel centro-nord ci sono zone in cui le bande non arrivano a quella soglia minima di controllo del territorio che rende possibile un effettivo autogoverno, e anche perché vi sono italiani che chiudono la porta della propria casa all’arrivo della sovranità partigiana».

Ecco, questa consapevolezza ed esplicitazione della “zona grigia”, del fatto che il vento del Nord non ha soffiato dappertutto, interviene forse un po’ tardivamente nella elaborazione del saggio storico e serve a spiegare quella resurrezione della legalità dello Stato centralistico monarchico che viene favorita dagli Alleati e dai Partiti, attraverso la rete dei prefetti.

Solo a Firenze il Cln toscano crea un governo provvisorio che anticipa l’arrivo degli Alleati assumendo il controllo amministrativo, rompendo lo schema invalso del prefetto di nomina alleata: e sono i Partiti tutti e il governo Bonomi a ingaggiare un braccio di ferro a favore del prefetto fino allo scioglimento del Comitato toscano nel luglio 1946. Questa vicenda esemplare e isolata, analizzata da Neri Serneri in Guerra, guerra civile, liberazione11, viene considerata indicativa della parabola di subordinazione del Cln al governo luogotenenziale.

Rifacendosi a Quazza12, Filippetta spiega la debolezza del sistema dei Cln con la breve durata delle esperienze di autogoverno delle bande, che non riescono a istituzionalizzarsi: «la breve durata della maggior parte delle zone libere e delle repubbliche partigiane e soprattutto l’incombere su di esse della minaccia del ritorno e della vendetta dei nazifascisti, fanno sì che le giunte e gli altri organismi di governo locale siano essenzialmente una proiezione delle bande idonea a destare nei civili la consapevolezza di poter autogovernarsi, ma incapace di operare come polo permanente di aggregazione delle sovranità individuali».

Di questa debolezza si sarebbero valsi i partiti, incoraggiati altresì dall’azione delle autorità alleate, per recuperare ed esercitare la propria egemonia sul processo costituente. La dicotomia tra il compromesso tra i partiti e il testamento del popolo dei morti percorre il processo costituente e lascia le sue tracce nella Costituzione: secondo Filippetta la sovranità dei singoli resta come eredità democratica irriducibile, non riassorbita dai partiti e trova testimonianza in due articoli, il 49 e il 75. Il 49 perché fa dei cittadini e non dei partiti i soggetti della determinazione della politica nazionale, attraverso i partiti, che costituiscono dunque uno strumento, di cui deve essere garantita la trasparenza e il carattere democratico. Il 75 perché prevede i referendum come strumento di intervento diretto dei singoli.

Ottimisticamente, nel tramonto della Repubblica dei partiti, Filippetta si augura un recupero di quei germogli di sovranità dal basso, nati durante la guerra di Liberazione: «la Costituzione nata dalla Resistenza, pur individuando nei partiti i principali (ma non esclusivi) contenitori della sovranità dei singoli affermatasi con la guerra partigiana, non cancella quella sovranità né la trasforma in sovranità dei partiti. La sovranità dei singoli si manifesta nella vita dell’ordinamento costituzionale anche al di fuori dei partiti e comunque i partiti – come un tempo le bande partigiane e ora i movimenti, i sindacati e ogni forma associativa dei cittadini – sono contenitori nei quali le sovranità individuali non si fondono in un’unità unitaria e unica, ma fanno costellazione comparendo le une con le altre nella loro irriducibile singolarità».

Dalla fase mitica del «tempo costituente della moltitudine», che l’autore preannuncia nelle pagine d’apertura, esaltando la rottura catartica e liberatoria dell’8 settembre, alla continuità statuale che si realizza nello snodo della Costituente dei partiti, Filippetta ci offre una parabola interpretativa ricca di spunti di riflessione, nutrita di tante testimonianze preziose. Più che un’opera storiografica, un saggio politico-filosofico che si offre alla discussione, anche polemica. Sicuramente un intervento non scontato, nella controversa interpretazione degli anni della “guerra civile”. E anche l’individuazione nella Costituzione dei reperti a suo dire più preziosi dell’eredità resistenziale, nell’impegno e nella responsabilità del singolo cittadino.

In conclusione vorrei evidenziare come questo saggio appartenga a una nuova stagione della riflessione sulle radici della nostra democrazia e sul peso dell’esperienza resistenziale nella elaborazione della nostra Carta costituzionale. Dopo la fase della “Desistenza” degli anni cinquanta, in cui la stessa Costituzione restava in gran parte inattuata, c’è stata dopo il luglio ’60 e l’inaugurazione dell’esperienza del centrosinistra una istituzionalizzazione della memoria resistenziale che ne attenuava gli aspetti più dinamici e “rivoluzionari” per accentuarne la lettura come patto tra i partiti dell’“arco costituzionale”. La generazione degli anni sessanta a cui appartengo tendeva a vedere in tale lettura un “tradimento” e ad auspicare una “Nuova Resistenza” che raccogliesse l’eredità della lotta dal basso e del protagonismo dei Cln. C’era probabilmente in noi una visione mitica di quanto i Cln rappresentassero e della misura in cui coprissero la multiforme realtà italiana, ma la lettura di Quazza dei «microcosmi di democrazia diretta» ci risultava molto affine.

Ricordo un dibattito con Giorgio Amendola e noi giovani della Federazione giovanile comunista romana in cui gli rimproveravamo di aver liquidato i Cln in nome della svolta di Salerno, e lui cercava di spiegarci storicamente i limiti di quegli organismi. Sicuramente quegli organismi dal basso mitizzati hanno ispirato la fase consiliarista e partecipazionista del 1968, in una ripresa della parola e dell’iniziativa diretta da parte di movimenti studenteschi e operai che non si riconoscevano che parzialmente nella rappresentanza parlamentare. Non per niente erano “extraparlamentari” e scandivano lo slogan «la Resistenza è rossa, non è democristiana». La pubblicazione nel 1973 negli Annali Feltrinelli del volume di Pietro Secchia Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione, con un capitolo quinto tutto dedicato alle zone liberate e alle repubbliche partigiane, contribuì sicuramente ad alimentarne il mito e a nutrire l’immaginario di una gioventù desiderosa di cambiamento, intrecciandosi con le esperienze latinoamericane e vietnamite delle guerre di liberazione nazionale e la teoria maoista della guerra di popolo e le basi rosse. Ci furono indubbiamente forzature e derive, coltivando l’idea di una resistenza tradita da rinnovare in cui si intrecciavano nostalgie veterocomuniste a spinte eversive dei nuovi movimenti.

Mimmo Franzinelli, in un interessante articolo su La resistenza e le provocazioni del Sessantotto13 ricordava che per i sessantottini «il manuale di riferimento era Proletari senza rivoluzione di Renzo Del Carria14. Per Del Carria l’ideologia era tutto, le fonti un optional (fonti rigorosamente di secondo livello, cui egli attinse con una selettività faziosa); quelle pagine sprigionavano versioni caricaturali della storia italiana in generale e della Resistenza in particolare».

Nella “fase involutiva” che sarebbe seguita: «la Resistenza divenne il modello ideale, quello stesso che, a livello internazionale, era simboleggiato dalla Cina, da Cuba, dall’America Latina. In Italia c’erano stati i partigiani, i “fratelli maggiori” (per dirla col verso di una canzone di Fausto Amodei d’inizio anni sessanta). Con un’interpretazione psicoanalitica, quei “partigiani fratelli maggiori” rappresentavano un sostituto alla figura paterna, messa fuori campo dalla contestazione generazionale. La riprova di ciò la si ha nella tendenza, da parte di ogni gruppetto della sinistra extraparlamentare, ad “adottare il suo partigiano”, condotto in pellegrinaggio da un’assemblea a una “festa popolare”, da un comizio a una sfilata. Nella quasi totalità si trattava di comunisti emarginati dal partito, che ritrovarono una seconda giovinezza testimoniando con le loro parole – sorte di icone itineranti, come fu Giuseppe Alberganti per il movimento studentesco – il “genuino” spirito della Resistenza, della “Resistenza tradita” (La Resistenza accusa è il titolo di un fortunato libro di Secchia edito nel 1973 da Mazzotta)».

Si potrebbe dire, aggiungo io, che ci fu una doppia valenza nella lettura della Resistenza di quegli anni, la sottolineatura della lotta armata e della democrazia dal basso, ma anche un ingessatura ideologica, nell’intreccio con aree nostalgiche veterocomuniste, che avrebbe alimentato anche le derive del terrorismo.

Il lascito di quegli anni fu una grande quantità di pubblicazioni, tra cui, curata dall’ ex partigiano Enzo Nizza assieme a Pietro Secchia, la Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, sei densi volumi – il primo stampato nell’ottobre 1968, l’ultimo nel 1989 – col contributo di centinaia di collaboratori: in grande prevalenza ex partigiani e giovani sessantottini. Secondo Franzinelli, «eterogeneità a parte, l’esito è piuttosto dubbio, in quanto accanto a voci apprezzabili figurano lemmi superflui, col condizionamento – in più passaggi – di “verità di partito”».

Mentre nelle piazze c’è un revival dell’antifascismo militante, in risposta alle trame nere e alle attività eversive delle formazioni neofasciste, alla metà degli anni settanta viene pubblicata l’Intervista sul fascismo di Renzo de Felice15, che segna uno spartiacque storiografico e inaugura anche il cosiddetto filone “revisionista”. Non tutti reagiscono irrigidendosi nell’interpretazione ortodossa: lo stesso Giorgio Amendola interloquisce con questa nuova lettura scrivendo su «l’Unità» che «sotto il disgusto morale ad affrontare la storia del fascismo si avverte spesso l’imbarazzo a fare la storia dell’antifascismo, che è la storia di un movimento che ebbe, accanto a momenti di alta tensione morale e politica, brusche cadute. Si preferisce ignorare tali limiti e debolezze per mantenere una versione di comodo, retorica e celebrativa, che non corrisponde alla realtà». Al di là della stigmatizzazione dell’interpretazione di De Felice, è la memoria dell’antifascismo comunque a interrogarsi sugli eccessi di retorica e di ideologismo e a riscoprire una dimensione più sfumata che ha radici nel “privato” e che sarà tanto più indagata quanto nella fase del “riflusso” dei movimenti la dimensione privata acquista spazio a scapito del pubblico e dell’impegno politico.

Sarà Claudio Pavone a sottolinearlo nella sua opera magistrale del 1991 Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella resistenza16: «Negli anni recenti, segnati dalla riscoperta del valore del “privato”, la Resistenza, mentre andavano esaurendosi le accuse tutte politiche mossele da sinistra di non aver saputo trasformarsi in rivoluzione, è stata investita dalla critica non meno aspra di aver dedicato agli aspetti privati della vita scarsa attenzione o di averli del tutto sacrificati». Non a caso cita Franco Calamandrei e la sua introduzione ai diari del padre17, dove viene evocata la necessità di addentrarsi nei meandri e nei chiaro-scuri morali dell’antifascismo per scriverne una autobiografia autentica; e del resto Franco aveva annotato nel suo Diario, a proposito dell’intervista di De Felice e del commento di Amendola: «Oportet ut scandala eveniant»18.

Gli anni ottanta, oltre a veder valorizzate tante opere di memorialistica individuale e apprezzate opere letterarie come quelle di Meneghello e Fenoglio, sono anche gli anni della elaborazione della “zona grigia”, termine utilizzato per primo da Primo Levi (1986) ma assurto a indicatore di fenomeni più vasti, nonché di una rinnovata attenzione a forme di resistenza non militare che coinvolgono soprattutto le donne, ma anche i civili in genere. È in parte un’eredità del femminismo, e anche della reazione al terrorismo e alla lotta armata che avevano funestato la coda dei movimenti.

Tutto questo confluisce nello studio di Pavone, pietra miliare che avvia una nuova fase, contraddistinta anche da un’onda lunga “revisionistica” più o meno viscerale, che va dalla “morte della patria” di Galli della Loggia (1998) al “sangue dei vinti” di Pansa, a metà strada tra romanzo storico, feuilleton e pamphlet (2003). Il saggio di Sergio Luzzatto La crisi dell’antifascismo19 mi pare segni un punto fermo per aprire una nuova fase, oltre la crisi delle ideologie, per parlare ancora alle nuove generazioni in nome di una memoria non annacquata e non forzatamente unificata. Un approccio non liquidatorio ma investigativo, che Luzzatto applicherà anche ad alcuni personaggi sacri dell’antifascismo e della lotta partigiana, da Piero Calamandrei a Primo Levi.

Nel nuovo millennio si può constatare un rinnovato vigore della ricerca storica sullo snodo 1943-45, animato dalla rete degli Istituti della Resistenza, con tanti approfondimenti a livello locale che danno conto della grandissima varietà delle situazioni nella nostra penisola. Possiamo augurarci che si sia entrati in una nuova fase del post-revisionismo e delle repliche polemiche a esso, come il saggio di Filippetta sembra annunciare? Siamo anche in una fase di tramonto dell’egemonia dei partiti sulla storiografia, che potrebbe risultare liberatoria per le indagini di nuove generazioni di studiosi, mentre assistiamo a nuovi approcci alla storia del fascismo con strumenti narrativi come la recente opera di Scurati. La capacità di divulgazione di un romanziere, oltretutto diffuso in rete da un lettore eccezionale come Paolini, fa sì che storici come Davide Bidussa apprezzino M nonostante le imprecisioni proprio perché si allontana dal linguaggio troppo specialistico e può meglio parlare alle nuove generazioni: quello che è sicuro è che il successo di Scurati sta trainando anche la riedizione della biografia di Mussolini di De Felice, con i rischi di una lettura personalistica anche se minuziosamente documentata (da De Felice) del fenomeno del fascismo.

Ma questo merita altro approfondimento, relativo al contesto attuale di revival neofascisti che si intrecciano alla crescita del razzismo e della xenofobia al quale alcuni scrittori reputano di reagire con testi e manuali divulgativi: e qui penso non solo a Scurati ma anche alla Murgia. L’efficacia di queste nuove narrazioni è tutta da valutare.

1 Autore del racconto L’estate che non dimenticheremo, apparso sul «Politecnico» del 16 marzo 1946.

2 Vincenzo Cozzani, Giorni di guerra. Diario 1939-44, a cura di Momicchioli, Arcidosso (GR), Effigi, 2011.

3 Roberto Battaglia, Storia della Resistenza, Torino, Einaudi, 1953.

4 Scritto a caldo nella fase “azionista” e pubblicato nel settembre 1945, riedito dal Mulino, Bologna 2004.

5 N. Dunchi, Memorie partigiane, Firenze, La Nuova Italia, 1957.

6 Giovanni De Luna, La Resistenza perfetta, Milano, Feltrinelli, 2015.

7 Cfr. in proposito il Diario, volume II, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2015, e le osservazioni di Mario Isnenghi nell’introduzione e di Sergio Luzzatto nell’introduzione a Uomini e città della resistenza, Roma-Bari, Laterza 2006.

8 In Raccolta di scritti, I, Studi sul potere costituente, Milano, Giuffrè, 1972.

9 Padova, Cedam, 1962.

10 Milano, Mondadori, 1974.

11 In «Italia contemporanea», n. 265, 2011.

12 Resistenza e storia d’Italia, Milano, Feltrinelli, 1976.

13 «l’impegno», a. XXI, n. 2, agosto 2001, © Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.

14 Prima edizione nel 1966, ristampa delle Edizioni Oriente tra il ’69 e il ’70 in due grossi volumi.

15 Bari, Laterza, 1975.

16 Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

17 Piero Calamandrei, Diario, Firenze, La Nuova Italia, 1982.

18 Le occasioni di vivere, Firenze, La Nuova Italia, 1995.

19 Roma-Bari, Laterza, 2004.

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