16 Luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Grecia, la partita non è chiusa

Tsiprasdi Rino Genovese

Si poteva ottenere un risultato migliore? In astratto sì; nelle condizioni date, no. Con la socialdemocrazia tedesca allineata alle posizioni della Merkel, con un Hollande che solo da ultimo si è un po’ svegliato, con un Renzi che – da buon democristiano italiano – prima si è collocato dalla parte della Germania e poi ha seguito il presidente francese nella mediazione, con uno schieramento di Stati minori pronti a decretare l’uscita punitiva della Grecia dalla zona euro, beh, in queste dannate condizioni – che altro non sono se non il neoliberismo come cultura e pensiero pressoché unico del nostro tempo –, in queste dannate condizioni il compromesso che Tsipras ha portato a casa è onorevole seppure insoddisfacente.

Ma – si dice – c’era stato un referendum che aveva detto no al 61%… Il referendum, rafforzando Tsipras all’interno, si è rivelato a conti fatti uno strumento che ha fatto venir fuori tutto il livore contro la piccola Grecia per il coraggio dimostrato nel dare ragione a un partito di sinistra cosiddetta radicale, ma è servito a togliere dal tavolo l’opzione che prevedeva un cambio di governo ad Atene. Il governo greco, con le successive dimissioni del troppo rigido Varoufakis, ha mostrato di esserci, di voler restare, e al tempo stesso di volere ricercare un compromesso europeo. La possibilità – di cui cianciano alcuni – di un’uscita dall’euro in quattro e quattr’otto (magari con gli aiuti “umanitari” europei) era una non-possibilità con un’economia ridotta in quello stato, con una difficoltà di approvvigionamento di denaro che già oggi pesa sulla vita quotidiana della popolazione, con una dracma che, reintrodotta, varrebbe un po’ come i soldi del Monòpoli, con un prevedibile doppio corso della moneta che avrebbe spinto i cittadini greci all’accaparramento degli ultimi spiccioli di euro in uno scenario da incubo finanziario. Del resto il referendum non era stato sulla permanenza o meno della Grecia nella zona euro; era stato immaginato per rimanere al suo interno con un di più di legittimità democratica.

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12 Luglio 2015
pubblicato da Rino Genovese

La destra europea contro la Grecia

destra europeadi Rino Genovese

Se ci fosse bisogno di un’unità di misura per stabilire cos’è la destra davvero – non quella fascista ma quella placidamente violenta e liberale –, allora la vicenda che si sta dipanando sotto i nostri occhi in queste ore potrebbe servire da metro. Si vuole farla pagare a un intero paese, mettere alla fame i greci più di quanto già non siano, rischiare un clima di disordine finanziario che può giovare solo ai neonazisti, e punire così dei liberi cittadini che hanno osato esprimersi a larga maggioranza per il no ai diktat.

Tsipras ha fatto benissimo a interpretare il no al referendum come un mandato più forte per trattare, non come una volontà di rottura e di uscita dall’euro. Ha dimostrato abilità politica sia nel prendersi il rischio di un voto popolare sia, successivamente, nell’accettare le dimissioni di Varoufakis in modo da rendere la trattativa più credibile. Ha poi fatto un passo che solo degli sprovveduti potevano considerare come una cessione delle armi: ha sottoposto al parlamento un pacchetto di misure atto a stanare la destra europea (che oggi ha il suo leader nel ministro delle finanze tedesco) al fine di mostrare chiaramente da che parte sta l’arroganza e chi vuole la rottura.

Come scrivevo nel mio precedente intervento sull’argomento, sta nella possibilità di trovare una sponda nel socialismo europeo il destino della battaglia anti-austerità in Europa. Di ciò, con la sua strategia stop and go, Tsipras appare del tutto cosciente. È mettendo a tacere le voci più estreme all’interno (si pensi che in Syriza c’è anche una componente trotzkista), e ricercando l’intesa con uno come Hollande all’esterno, che la partita greca può essere vinta. Nella consapevolezza che, se dovessero passare i falchi, non soltanto la zona euro ma la stessa fragile costruzione europea sarebbe a rischio implosione.

7 Luglio 2015
pubblicato da Il Ponte

Il referendum in Grecia

referendum greciadi Vincenzo Accattatis

– Il no in Grecia stravince: 61,31% contro il 38,69% dei sì.

– Editoriale del «Guardian» (6 luglio): Creditori e debitori. I creditori miopi che vanno a sbattere. Il plebiscito greco sveglierà i creditori? I leader europei hanno cercato di terrorizzare i greci, ma non ci sono riusciti. I greci hanno coraggio.

– Cocente sconfitta di Angela Merkel.

– Tsipras emerge come leader europeo.

– I leader europei non hanno rispettato i limiti.

– Hanno fatto una vistosa invasione di campo.

– Hanno preteso di dire ai greci per chi votare: «Se voterete no la Grecia sarà perduta, finita».

– I leader europei stanno conducendo l’Europa alla rovina.

– I popoli europei devono costringerli a cambiare.

– I popoli europei devono essere sempre più decisi contro i “creditori” e i loro rappresentanti in Bruxelles.

– La costruzione di un’Europa democratica è operazione di lunga lena, è opera di persone serie.

– Programma immediato:

rimettere la Grecia in sesto, toglierle il cappio dal collo.
Ora che l’austerità in Europa è fallita e che la democrazia finalmente comincia a riemergere, i leader europei devono drasticamente cambiare politica. I popoli devono costringerli a farlo.

9 Giugno 2015
pubblicato da Il Ponte

Finale di sistema

Elezioni regionalidi Lanfranco Binni

La crisi del sistema politico italiano è entrata in una nuova fase di implosione. Sono decisamente interessanti i dati delle elezioni regionali del 31 maggio. Il primo dato in ordine di importanza è quello del non voto (48%): un cittadino su due non ha votato, e l’astensione ha colpito (passivamente e in buona misura attivamente) l’area politica della destra e della sinistra di sistema. Alle tradizionali ragioni dell’astensione (sono tutti ladri, sono tutti uguali) si sono aggiunte nuove ragioni di profondo dissenso politico, di dichiarata non partecipazione al gioco truccato di una democrazia rappresentativa infetta, dell’uso della cosiddetta volontà popolare da parte del partito unico della “nazione” che unisce destra e sinistra. Questa tendenza di astensionismo politico, già clamorosamente evidente nelle elezioni regionali del 2014 in Emilia Romagna, si è accentuata nelle regioni “rosse” (Liguria, Toscana, Umbria, Marche) mentre l’astensionismo non è aumentato in Campania e in Puglia. Il secondo dato è la salutare flessione del Pd, abbandonato da due milioni di elettori, in parte di antica tradizione Pci (rifluiti nell’astensionismo, nelle formazioni della “sinistra radicale”, nel Movimento 5 Stelle o nel populismo razzista della Lega) e in parte di destra (rifluiti nell’astensionismo o nella Lega). Il terzo dato è la forte affermazione del M5S, che prosegue, nonostante tutte le campagne dei media al servizio del sistema politico, la sua positiva crescita all’esterno del sistema, dentro e contro, su una linea di tenace autonomia che si dimostra vincente. Anche il M5S ha perso voti rispetto alle elezioni politiche del 2013, ma si va estendendo e qualificando il suo radicamento territoriale. Il quarto dato è la dispersione della destra berlusconiana, che non sembra trovare una via d’uscita nella “plebe” della Lega: i fiduciari della finanza internazionale sono nel Pd renziano. Il quinto dato è la sopravvivenza di sacche di resistenza testimoniale della “sinistra radicale”, spesso ridotte a un ruolo di ruota di scorta del Pd.

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26 Gennaio 2015
pubblicato da Rino Genovese

Oggi in Grecia, domani in Italia?

Greciadi Rino Genovese

Dunque Syriza ce l’ha fatta: è arrivata a sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi e Tsipras sarà il primo leader europeo apertamente contro l’austerità. Una buona notizia da molto tempo a questa parte. Ma, pur nell’aria di festa di queste ore, non possiamo non osservare che il clima nel continente resta molto difficile. Anzitutto – è il caso di sottolinearlo – il voto greco è la spia di una condizione di impoverimento – con il taglio selvaggio dei salari, degli stipendi e delle pensioni – a cui la “troika”, con la sua cura da cavallo, ha ridotto il paese. In altre parole, è più il frutto di una reazione all’insopportabilità di una ricetta di politica economica che una scelta di sinistra. C’è da rallegrarsi che, almeno per il momento, i greci non si siano indirizzati verso l’estrema destra – ma l’analisi razionale del dato oggettivo non può che registrare questo fatto: è lo strangolamento del paese che lo ha condotto tra le braccia di Syriza, a causa della intollerabilità della situazione.

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1 Aprile 2014
pubblicato da Lanfranco Binni

I cecchini della libertà

di Lanfranco Binni

[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 4 de Il Ponte – aprile 2014]

I cecchini della libertàArriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.

Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.

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