Oggi in Grecia, domani in Italia?

Greciadi Rino Genovese

Dunque Syriza ce l’ha fatta: è arrivata a sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi e Tsipras sarà il primo leader europeo apertamente contro l’austerità. Una buona notizia da molto tempo a questa parte. Ma, pur nell’aria di festa di queste ore, non possiamo non osservare che il clima nel continente resta molto difficile. Anzitutto – è il caso di sottolinearlo – il voto greco è la spia di una condizione di impoverimento – con il taglio selvaggio dei salari, degli stipendi e delle pensioni – a cui la “troika”, con la sua cura da cavallo, ha ridotto il paese. In altre parole, è più il frutto di una reazione all’insopportabilità di una ricetta di politica economica che una scelta di sinistra. C’è da rallegrarsi che, almeno per il momento, i greci non si siano indirizzati verso l’estrema destra – ma l’analisi razionale del dato oggettivo non può che registrare questo fatto: è lo strangolamento del paese che lo ha condotto tra le braccia di Syriza, a causa della intollerabilità della situazione.

Una conseguenza è allora la seguente: non si potrà dire di avere davvero invertito la tendenza al rigore neoliberista fino a che i paesi europei decisivi, in primis la Germania, saranno governati dalle stesse forze politiche che hanno portato la Grecia a quel punto. Bisogna ribadire che a mettere in ginocchio un paese della zona euro non si doveva proprio arrivare. È vero, il governo (di destra) degli anni passati aveva imbrogliato sui conti, ma questo non poteva e non doveva significare la punizione dei cittadini greci, le misure a dir poco crudeli che hanno minato la credibilità dell’intera costruzione europea. Una seconda conseguenza, quasi un corollario, sta nel prendere atto (da parte mia con disappunto) che il socialismo europeo non è stato in alcun modo all’altezza della situazione. Non soltanto il misero risultato del Pasok sta lì a dimostrarlo, è anche la Francia di Hollande a denunciarlo nella maniera più chiara: la prospettiva di governo di un liberismo ben temperato ha fatto fallimento perché non è né carne né pesce e, alle strette, risulta indistinguibile dal neoliberismo sfrenato della “troika”. Sarebbe l’ora, per il socialismo europeo, di cambiare registro – pena la rovina non solo elettorale ma storica del suo vecchio insediamento novecentesco.

Infine, l’Italia. Qua le condizioni di una ripresa della sinistra, al momento, non s’intravedono neppure. A differenza della Grecia o della Spagna (per fare l’esempio di un altro paese brutalmente colpito dall’austerità), è il tessuto sociale italiano a non mostrare strappi altrettanto rilevanti. Le ragioni non sfuggono: per anni e anni le famiglie – che restano il centro della vita sociale del paese – hanno accumulato e messo da parte risorse, anche grazie alla diffusa evasione fiscale, in attesa dei tempi peggiori. Quando poi questi sono arrivati, quando cioè la disoccupazione giovanile e la precarizzazione del lavoro sono diventate massicce, le famiglie hanno messo mano al portafoglio e hanno aiutato i loro giovani in difficoltà. Risultato: il paese è in calma piatta dal punto di vista del conflitto, delle lotte sociali; soltanto Renzi e il suo governo hanno prodotto, con la loro azione più che altro provocatrice, un sussulto sindacale sacrosanto ma, nella sostanza, rientrato.

L’Italia è il paese in cui si è passati dall’immobilismo agitato del berlusconismo alla sua continuazione, con altri mezzi, nella forma dell‘agitazione conservatrice di Matteo Renzi. I governi che hanno messo in pratica pedissequamente le ricette dell’austerità in maniera autoctona, quelli delle larghe intese, e quello di Renzi delle piccole, che a parole se ne distingue, hanno creato le precondizioni di un’anestetizzazione politica che rende oggi pressoché impossibile presentare come credibile una scelta di sinistra. Le tergiversazioni della minoranza Pd ne sono il segno evidente: i suoi esponenti sanno di essere screditati e di avere sbagliato a indugiare nel recente passato (per esempio tenendo in piedi troppo a lungo il governo Monti): seguitano quindi a indugiare per una sorta di inveterata coazione a ripetere, quasi ormai per fatalismo.

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