27 Febbraio 2016
pubblicato da Il Ponte

Della vera buona scuola (purché laica)

don Milanidi Antonio Tricomi

Suddiviso in dieci capitoli – «composti in seconda persona» e che ambiscono, ripercorrendo «i luoghi più rappresentativi» della sua esistenza, a ricostruire genesi e principi della lezione lasciataci in eredità dal sacerdote fiorentino – e in altrettante «risonanze» che l’autore recupera dai propri «diari di viaggio intorno al mondo» – così da scoprire dove e in quali forme risulti oggi lecito scovare tangenze magari indirette, o persino sorprendenti, con tale magistero –, L’uomo del futuro. Sulle strade di don Lorenzo Milani (Mondadori, Milano 2016, pp. 177, € 18,00) trae anzitutto origine da una spinta etico-culturale, comune a ogni libro di Eraldo Affinati, che – per intenderci – potremmo approssimativamente ricondurre a una sorta di filosofia anti-novecentesca della vita. Agli occhi dello scrittore, il “secolo breve” conosce infatti due derive, al tempo stesso, morali e politiche – la legittimazione sociale del più gretto individualismo di matrice libertaria e la convalida di ideologizzate narrazioni identitarie a vocazione totalitaria – che egli in sostanza giudica fenomeni intimamente connessi, e anzi reversibili l’uno nell’altro, giacché facce di una sola medaglia, vale a dire forme complementari di quell’ossessione nichilistica a parer suo connaturata a chiunque sia figlio del Novecento e dovrebbe perciò assumersi la responsabilità quantomeno di provare a reprimere in sé tale pulsione. Concepire l’attività letteraria come una prosecuzione del proprio lavoro di insegnante – e quindi scorgere l’unica possibile incarnazione odierna del vecchio intellettuale civile nella figura del pedagogo sempre preoccupato di rivolgersi a precisi interlocutori con i quali condividere e rielaborare specifiche forme di sapere per dar vita, tutti assieme, a un’operosa comunità di individui realmente liberi e dunque solidali tra loro – è la maniera appunto scelta da Affinati per vincere qualsiasi tentazione nichilistica. Una maniera che non stupisce abbia sentito addirittura l’obbligo di misurarsi con il modello educativo sperimentato da don Milani.

Continua a leggere →

21 Agosto 2015
pubblicato da Il Ponte

Per l’abolizione del carcere

carceredi Luigi Manconi, Stefano Anastasia

“L’esistenza stessa di un sistema penale induce a trascurare la pensabilità di soluzioni alternative e a dimenticare che le istituzioni sono convenzioni sociali che non rispondono a un ordine naturale”1. Il primo mito da sfatare per chi voglia sostenere la ragionevole proposta dell’abolizione del carcere è quello secondo cui non se ne possa fare a meno perché è sempre esistito, perché – in qualche modo – connaturato all’animo umano e al modo di stare insieme delle sue contingenti incarnazioni. Non è così. Anzi. La storia del carcere come modalità punitiva è una storia relativamente recente, e ha a che fare con la modernità giuridica. Prima di allora, non che non esistessero luoghi di clausura, anche a fini di giustizia, ma avevano altri scopi, non quello di punire il condannato per un periodo di tempo più o meno lungo.

Nel nostro mondo, gli albori del diritto si è soliti farli risalire agli antichi romani, ai quali è possibile attribuire una prima compiuta sistemazione delle regole giuridiche e una complessa organizzazione giudiziaria. La cultura giuridica occidentale ancora non riesce a fare a meno di quanto pensarono, dissero e scrissero quegli uomini in toga. Secondo la raccolta delle opinioni dei più autorevoli giuristi romani che l’imperatore Giustiniano nel VI secolo dopo Cristo volle che fosse assemblata in quello che fu il primo codice del diritto occidentale, a Ulpiano – giureconsulto romano di tre secoli prima – dobbiamo la massima secondo cui il carcere nel diritto penale romano dovesse essere riservato esclusivamente a quella che oggi chiamiamo la custodia cautelare, e giammai essere applicato come punizione. Quando necessario, dunque, in attesa del giudizio o dell’esecuzione della sentenza, si poteva restare confinati, per un limitato periodo di tempo, in un “recinto” (questo il significato letterale della parola latina carcer), come quello di cui a Roma restano le vestigia, proprio sotto il Campidoglio: il Carcere Mamertino.

Continua a leggere →