12 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Dallo spettro del governo neutrale al governo M5S-Lega

Sergio Mattarelladi Mario Monforte

La “stramberia” costituzionale e istituzionale della proposta di Mattarella – «governo neutrale», ma ogni atto governativo ha valenza politica, economica e sociale; «governo a tempo», ma la durata del governo la decide il parlamento; «governo di garanzia», ma garanzia di che e per chi; governo con ministri «non piú candidati», ma il presidente della Repubblica non lo può vietare; governo sfiduciato in partenza perché M5S, Lega, e Fd’I non l’avrebbero votato: solo Pd e LeU avevano anticipato il sí, il che già la diceva lunga su tale governo – ebbene, questa “stramberia”, che avrebbe generato un governo di mera conservazione dello status quo, pareva andare a realizzarsi… a meno che non vi fossero “scatti” leghisti e “grillini” dell’ultimo momento. E gli scatti ci sono stati.

La condicio sine qua non di Di Maio per il M5S, cioè un accordo solo con la Lega, e non con il centrodestra, e la messa a latere di Berlusconi-FI, è stata accettata. Pur nell’aperto livore dei “suoi” giornali e giornalisti (in primis Feltri e Sallusti), che attesta come stiano le cose, Berlusconi si presenta come il «padre nobile» che «consente benevolmente» l’avvio del governo M5S-Lega. In realtà, ha dovuto ingoiare la sorte degli sconfitti il 4 marzo (come il Pd, e altri): essere messo fuori gioco. E finalmente, diciamo noi!

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25 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (4): che cos’è il “populismo di centro”

Errejóndi Rino Genovese

A volerlo interpretare con gli strumenti concettuali di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (che devono molto a Carl Schmitt), il fenomeno Grillo-Casaleggio è uno strano oggetto. Sentite che cosa ne dice Iñigo Errejón, esponente di Podemos, che, dopo avere distinto in un’intervista tra un “populismo progressista” e un “populismo reazionario”, alla domanda “sotto quale categoria potrebbero essere collocati i Cinque Stelle?”, così risponde: “Non lo so. C’è una grande ambivalenza in questo movimento. Da una parte, c’è un’aspirazione alla ridistribuzione della ricchezza, al reddito universale, a un migliore controllo delle istituzioni politiche, ma dall’altra c’è anche un populismo punitivo, o razzista, in particolare sull’immigrazione” (da “Le Monde” del 23 marzo 2018).

Errejón (che tra parentesi, all’interno di Podemos, avrebbe voluto un’alleanza di governo con il Psoe sul modello di un’unità a sinistra di tipo portoghese) ha trentacinque anni ed è spagnolo: non è quindi tenuto a conoscere la storia italiana che soltanto può spiegare un fenomeno come quello grillino. Al tempo stesso, proprio una riflessione su questa storia contribuisce a mostrare la debolezza del discorso teorico intorno a un “populismo di sinistra” (o progressista) così come sviluppato da Laclau e Mouffe, e ripreso dallo stesso Errejón.

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8 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Salvare il salvabile

Grillismodi Rino Genovese

Diciamoci la verità: era abbastanza naturale che per dare la mazzata decisiva a Matteo Renzi si dovesse passare per uno spostamento a destra dell’asse politico del paese. Quello che non ci si aspettava è che il grillismo avanzasse ancora, che crescesse in questa misura (ben sette punti in percentuale rispetto al 2013),  impedendo così qualsiasi ridistribuzione delle carte a sinistra. Sono andate male, non riuscendo a intercettare il voto in uscita dal Pd, sia le liste di “Liberi e uguali” sia quelle di “Potere al popolo” che prendono, a considerarle insieme, soltanto il quattro e mezzo per cento dei voti. L’elettore scontento di centrosinistra e di sinistra preferisce votare per i qualunquisti anziché per dei cartelli elettorali che sanno o di operazioni di ceto politico o di inguaribile minoritarismo. Peggio per lui, si potrebbe dire, se è così fesso da non saper vedere cos’è il qualunquismo – ma questo non sarebbe un modo di parlare politico.

Il punto è che sono bastati pochi anni a Renzi – un piccolo arrivista impossessatosi dell’ultima organizzazione di partito vera e propria esistente in Italia grazie al meccanismo perverso delle “primarie” – per trasformare il Pd in un partito centrista. La scissione è intervenuta troppo tardi (andava fatta già ai tempi del jobs act) e senza un’esplicita autocritica da parte del gruppo dirigente che l’ha promossa. Il magro risultato elettorale non è il frutto di un destino cinico e baro ma di un deficit di credibilità.

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12 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Bomba sociale o bomba politica?

Bomba socialedi Giancarlo Scarpari

A Macerata un fascista, con la runa nazista tatuata sulla fronte, già candidato della Lega nel 2017, sale in macchina, va alla caccia di immigrati di colore, spara trenta colpi di pistola contro di loro, ne ferisce sei, tra cui una donna (e si ricorda anche di colpire la sede del Pd); poi, volendo spiegare il raid mediaticamente, si ferma, si ammanta di tricolore, depone un cero votivo a Mussolini, saluta romanamente e si consegna alla polizia.

La rappresentazione richiama in modo inquietante il recente connubio della Lega di Salvini con i fascisti del primo e del secondo millennio (fascio-leghismo è diventato un termine sempre più ricorrente sui media); il vessillo tricolore viene di continuo sbandierato per accompagnare la lotta senza quartiere condotta dai patrioti contro i migranti (da buttare a mare o da deportare secondo l’ipotesi più “moderata”); la strage voluta, preparata ed eseguita contro gli immigrati di colore indica quale sia il brodo di cultura da cui l’autore della stessa ha tratto ispirazione.

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2 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Nota semiseria su alcune parole rivoluzionarie

fraternitédi Mario Pezzella

Intervengo nella discussione su libertà, eguaglianza, fraternità, avvenuta in interventi precedenti su questo sito, osservando che dobbiamo misurare questi termini nel contesto concreto in cui vennero formulati: che è quello di una rivoluzione in atto. Mentre oggi indicano una prospettiva, possibile certo, ma con molte risonanze utopiche.

Cominciando dal primo termine: libertà è all’origine un concetto negativo, nato da un conflitto, indica la liberazione che consegue al dissolvimento definitivo di un ordine simbolico apparentemente vivo, in realtà morto da tempo. A leggere le storie della rivoluzione francese di Michelet e Quinet, analizzate in un bel libro di Marc Richir, la libertà nel primo periodo di festa rivoluzionaria, ancora incontaminata dal Terrore, è felicità del dissolvimento di vincoli divenuti desueti e inaccettabili: è la dissoluzione stessa di una legge e di un diritto irrazionali, ridotti a pura imposizione di violenza. Non c’è più la sovranità insopportabilmente incarnata nel corpo del Re. L’esultanza letteralmente an-archica di questa dissoluzione di vincoli dà la prima sostanza al sentimento della libertà.

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31 dicembre 2017
pubblicato da Rino Genovese

Le destre associate hanno affossato lo “ius soli”

Ius solidi Rino Genovese

Dunque Mattarella ha sciolto le camere, si voterà il 4 marzo e lo ius soli è rimasto nel gargarozzo della trascorsa legislatura. Chi non ha voluto una legge di civiltà che sarebbe servita a dare piena cittadinanza a bambini nati in Italia, i quali oggi possono diventare cittadini a tutti gli effetti soltanto dai diciotto anni in poi e superando svariate complicazioni burocratiche? La risposta è facile: le destre associate colluse in parlamento con il beneplacito del governo, cioè di Gentilon de’ Gentiloni che granché gentile non si è mostrato con i figli dei genitori immigrati (avrebbe potuto “forzare” la situazione ponendo la questione di fiducia, ma ha preferito non rischiare nella speranza di poter succedere a se stesso dopo le elezioni). E quali sono queste destre unite, di fatto, nella negazione di un diritto elementare a una parte della popolazione? Tolti i postfascisti e i fascioleghisti, che sulla xenofobia e un razzismo più o meno discreto fondano le loro fortune, c’è l’opportunismo del solito “liberale alle vongole” Berlusconi; ci sono la piccola galassia centrista (che, ancorché sempre pronta a lavarsi la bocca con il cattolicesimo, di spirito cristiano non ha nulla), l’elettoralismo della maggioranza renziana del Pd schierata solo a parole a favore della legge, e infine l’interesse del grillismo qualunquista e fascistoide di Di Maio. Una bella accozzaglia, non c’è che dire.

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22 novembre 2017
pubblicato da Il Ponte

Di Maio & M5S: Parigi val bene una messa?

Luigi Di Maiodi Mario Monforte

La frase è rimasta famosa, e viene usata per indicare giravolte politiche, anche di 180 gradi, a fini (ritenuti) piú importanti delle posizioni sostenute in precedenza. Non è inutile ricordare che è attribuita a colui che, il 25 luglio 1593, divenne re di Francia come Enrico IV (detto poi «il Grande»), che, da protestante («ugonotto»), per ascendere al trono “si fece” cattolico. La posta in gioco (Parigi, capitale del regno di Francia) valeva il rinnegamento del protestantesimo per il cattolicesimo.

Non è questo anche il caso di Di Maio & M5S? Di Maio è andato negli Usa a rassicurare il “grosso” alleato (per modo di dire) del nostro paese sugli intenti “tranquilli” di un futuro (eventuale) governo M5S (ma già con l’ambasciata Usa in Italia c’erano stati rapporti, con lo stesso Grillo), riconoscendo il “valore” della Nato; si è incontrato con esponenti della Chiesa, chiaramente dando “garanzie” su nessun “torbido” con la Chiesa stessa, in caso di futuro governo M5S; da tempo ha affermato che non c’era nessun contrasto con l’Ue in quanto tale, semmai con “alcune” sue politiche, e ora un esponente M5S ha conseguito un posto nella Commissione difesa dell’Ue. Inoltre Di Maio prende tutte le distanze dai partiti (detti) «euroscettici», mentre nel movimento ogni polemica con l’euro, nei fatti, è stata messa da parte, e nemmeno si criticano piú le sanzioni alla Russia, ma si dubita della loro «efficacia». E Di Maio afferma che adotterà la “politica di Trump” di forti tagli di tasse alle imprese.

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30 settembre 2016
pubblicato da Il Ponte

Rino Genovese

Le ragioni di un no[Le nostre ragioni di un no. Altri interventi di Paolo Bagnoli, Luca Baiada, Francesco Biagi, Lanfranco Binni, Gian Paolo Calchi NovatiFerdinando Imposimato, Massimo Jasonni, Mario Monforte, Tomaso Montanari, Mario Pezzella, Pier Paolo Poggio, Marcello Rossi, Giancarlo Scarpari, Salvatore Settis, Angelo Tonnellato, Valeria Turra]

Senza dubbio il nodo del referendum costituzionale, che non si sa ancora precisamente quando si terrà, è aggrovigliato. Ciò tuttavia non significa che la posta in gioco non sia chiara. Si tratta, per dirla semplicemente, di consentire o no la trasformazione della nostra repubblica parlamentare in qualcosa di diverso: in una specie di repubblica indirettamente presidenziale, con un premierato forte anziché con un capo dello Stato eletto per via diretta. Il mutamento di forma e di composizione del Senato – non un’abolizione, ma la sua trasformazione in una superflua Camera delle rappresentanze regionali e locali – non metterebbe fine soltanto al bicameralismo perfetto prospettato dalla Costituzione (il che sarebbe, tutto sommato, forse ammissibile se la Camera dei deputati fosse poi eletta con un sistema elettorale proporzionale), ma condurrebbe a termine l’esperienza della repubblica parlamentare tout court.

Non è da poco che se ne parla, in Italia, di questa cosa: sono più di vent’anni che si attacca il sistema parlamentare, sostanzialmente da destra o con accenti qualunquistici, perché si dice che non funziona più, perché si guarda al presidenzialismo che sarebbe la formula politica adeguata a una democrazia non più della partecipazione attiva attraverso i partiti, ma del consenso nei confronti di una persona da incoronare come leader. Ora – però in ottobre ci sarà comunque un pronunciamento della Corte costituzionale sulla “nuova” legge elettorale che il periodo del connubio tra Renzi e Berlusconi ci ha regalato –, se si mette insieme la presunta abolizione del Senato, che non voterebbe più la fiducia al governo, con un sistema di scelta della rappresentanza politica fortemente accentrato e ipermaggioritario, perfino con la “prova del fuoco” di un ballottaggio nazionale per l’assegnazione del premio di maggioranza che incoronerebbe di fatto un leader, si vede chiaramente che cosa sarebbe, nel caso italiano, un premierato forte. Volete voi Renzi o Di Maio? Oppure uno qualsiasi contro un qualsiasi altro?

E non si dica che ciò faciliterebbe la cosiddetta governabilità. I piccoli gruppi, le cordate di qualsiasi colore, magari un po’ verdine, potrebbero sempre rendersi arbitre del premio di maggioranza contrattando dei posti nei listoni confezionati ad hoc per acciuffarlo quel premio; o, nel caso s’introduca la possibilità di alleanze al secondo turno (cosa di cui si parla, e che sarebbe un lieve miglioramento), patteggiando in anticipo uno scambio tra il proprio apporto in voti e i posti nel governo. Il trasformismo non finirebbe per nulla.

Naturalmente è vero che la partita per il cambiamento della “nuova” legge elettorale e quella riguardo al mutamento costituzionale sono due faccende distinte. Ma sono intrecciate. Di qui nasce la necessità di votare NO al referendum sulla Costituzione. Non ci si sbaglia se si vota NO: la repubblica parlamentare sarebbe sicuramente salva. Il parlamento sarebbe costretto dai fatti a modificare la legge elettorale, e a farne una specifica per il Senato che si è dato già per liquidato. Si dice – ma anche D’Alema, quando sembrava che fosse lui ad avere tra le mani i destini politici del paese, avrebbe volentieri cambiato la Costituzione in senso vagamente presidenzialista. È vero, una ventina d’anni fa un accordo con Berlusconi l’aveva tentato lui, e gli andò male. Ma che ragionamento sarebbe? Poiché D’Alema ci è antipatico, allora non possiamo votare NO perché voteremmo come lui… Se è per questo, sono per il NO anche tipi ben peggiori come Salvini. È la stessa logica referendaria semplificante sì/no che mette in compagnia persone tra loro distanti o molto distanti. Ciò è fin troppo evidente, non andrebbe nemmeno ricordato: eppure ci sono dei nostri amici che, stranamente, sembrano dimenticarsene.

 

13 settembre 2016
pubblicato da Rino Genovese

Perché no

perchè nodi Rino Genovese

Senza dubbio il nodo del referendum costituzionale, che non si sa ancora precisamente quando si terrà, è aggrovigliato. Ciò tuttavia non significa che la posta in gioco non sia chiara. Si tratta, per dirla semplicemente, di consentire o no la trasformazione della nostra repubblica parlamentare in qualcosa di diverso: in una specie di repubblica indirettamente presidenziale, con un premierato forte anziché con un capo dello Stato eletto per via diretta. Il mutamento di forma e di composizione del Senato – non un’abolizione, ma la sua trasformazione in una superflua Camera delle rappresentanze regionali e locali – non metterebbe fine soltanto al bicameralismo perfetto prospettato dalla Costituzione (il che sarebbe, tutto sommato, forse ammissibile se la Camera dei deputati fosse poi eletta con un sistema elettorale proporzionale), ma condurrebbe a termine l’esperienza della repubblica parlamentare tout court.

Non è da poco che se ne parla, in Italia, di questa cosa: sono più di vent’anni che si attacca il sistema parlamentare, sostanzialmente da destra o con accenti qualunquistici, perché si dice che non funziona più, perché si guarda al presidenzialismo che sarebbe la formula politica adeguata a una democrazia non più della partecipazione attiva attraverso i partiti, ma del consenso nei confronti di una persona da incoronare come leader. Ora – però in ottobre ci sarà comunque un pronunciamento della Corte costituzionale sulla “nuova” legge elettorale che il periodo del connubio tra Renzi e Berlusconi ci ha regalato –, se si mette insieme la presunta abolizione del Senato, che non voterebbe più la fiducia al governo, con un sistema di scelta della rappresentanza politica fortemente accentrato e ipermaggioritario, perfino con la “prova del fuoco” di un ballottaggio nazionale per l’assegnazione del premio di maggioranza che incoronerebbe di fatto un leader, si vede chiaramente che cosa sarebbe, nel caso italiano, un premierato forte. Volete voi Renzi o Di Maio? Oppure uno qualsiasi contro un qualsiasi altro?

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