14 novembre 2018
pubblicato da Lanfranco Binni

Liberi tutti

No-Tavdi Lanfranco Binni

E la Nato? E il ruolo geopolitico dell’Italia? È la questione centrale, l’unico vero contesto in atto di quanto sta accadendo nel nostro paese. Perché il governo trumpiano degli Stati Uniti, rafforzato dalle elezioni di medio termine, riserva all’Italia un ruolo di partner privilegiato, per esempio evitandole le limitazioni delle sanzioni commerciali all’Iran nei prossimi sei mesi? E perché il governo giallo-verde aderisce senza condizioni a una linea di subalternità servile nei confronti delle politiche di guerra degli Stati Uniti nei confronti della Russia, dell’Iran e della Cina, su una linea di “sovranismo” senza sovranità? Perché il Movimento 5 Stelle, che prima delle elezioni politiche del 4 marzo aveva sostenuto le lotte del movimento No Tap contro il gasdotto pugliese (fossili e affini), alternativa statunitense strategico-militare ed economica al gasdotto settentrionale dalla Russia all’Europa, per poi aderire senza condizioni ai diktat trumpiani? Perché, dopo aver sostenuto le lotte del movimento No Muos in Sicilia, oggi aderisce senza condizioni ai piani strategici della Nato? I termini della questione del Muos sono stati chiariti, come al solito, da Manlio Dinucci («il manifesto», 6 novembre):

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5 novembre 2018
pubblicato da Il Ponte

Schizofrenia politica e prescrizione del reato

prescrizionedi Massimo Jasonni

Il degrado delle istituzioni fornisce la radiografia dai contorni sempre più precisi di un assetto culturale ormai consolidato, entro il quale la politica tanto più grida, quanto più è, in realtà, assente. Svanito è il sogno platonico di una repubblica in cui l’esercizio della politica giochi un ruolo dominante, non subalterno né fittizio, sulle prepotenze militari e finanziarie.

Il pensiero occidentale, principe quello di Leopardi, si avvide, sin dalla prima metà dell’Ottocento, del fenomeno, ma fu poi la filosofia tedesca a cogliere gli effetti etici devastanti, a cui avrebbero condotto dominio tecnocratico e morte delle patrie. Ove, sul punto, una precisazione subito si impone, oggetto anche di un recente intervento del presidente della Repubblica a Trieste in occasione del centenario della conclusione del primo conflitto mondiale: il concetto di patria certo interferisce, ma non si esaurisce in quello di nazione, giacché “patria” introduce a una familiarità nei costumi e a un’abitudine di vita che nel secondo termine sfumano, cedendo a motivazioni etniche e a prospettazioni nazionalistiche, purtroppo note, che afflissero l’Europa nel secolo breve. La globalizzazione ha fatto tabula rasa di quei valori e di quelle ragioni di vita: si pensi, per eccellenza, alla cultura contadina che rappresentava un punto di forza delle politiche tradizionali e, viceversa, è stata completamente dimenticata da Roma e da Bruxelles.

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13 luglio 2018
pubblicato da Il Ponte

Governo Lega-M5s: ottime possibilità di durare a lungo

Di Maio-Salvinidi Francesco Cattabrini

Molti politici e giornalisti ripetono ogni giorno che il governo Lega-M5S non durerà a lungo. Piú che una previsione è un auspicio, ma è il classico gioco politico tra le parti. In verità, penso che l’attuale governo possa durare a lungo, per molte ragioni, una delle quali provo a sintetizzare in poche righe.

Nel corso di oltre due secoli di storia illustri economisti – tra cui Schumpeter, ma anche vari economisti russi – hanno posto l’attenzione sui «cicli economici». Si è cercato di capire, in sostanza, se il sistema economico capitalistico presenti “regolarità”, ossia se abbia un andamento ciclico (quelle che Kondratiev definiva «onde»). Alcuni economisti ritennero corretto tale andamento, osservando cicli piú o meno brevi e regolari di espansione e contrazione dell’economia: «onde», appunto. E tale andamento crescita-recessione era noto a Marx e ha svolto un ruolo importante nella sua analisi, né credo si possa attribuire a sua poca chiarezza o a sue presunte illusioni il fallimento, da parte del variegato mondo marxista novecentesco, dei tentativi di transizione dal capitalismo al socialismo. Ma è un’altra questione. Tornando al punto, perché questa premessa? Aiuta a spiegare la fase politica presente, dicendo però altre “due cosette” sull’economia. Il secondo dopoguerra del Novecento fu caratterizzato dai «trenta gloriosi» (anni del «boom economico») che hanno portato l’Italia nell’élite dei paesi piú industrializzati del mondo. Grazie a politiche di stampo keynesiano tutto l’Occidente industrializzato ha beneficiato di questa fase di crescita. La politica, in quella fase, ha guidato l’economia su un sentiero espansivo, stabilendo una cornice di regole sul piano internazionale funzionali a evitare – o meglio, ritardare – l’inversione del ciclo nella fase recessiva, inversione tanto piú rapida quanto piú l’economia capitalistica viene lasciata a se stessa.

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20 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Affinità elettive

Giorgio Almirantedi Giancarlo Scarpari

Il consiglio comunale di Roma approva una mozione di Fd’I che vuole intitolare al suo padre storico, Giorgio Almirante, una via della capitale; insieme ai neofascisti votano, quasi all’unanimità, i consiglieri del Movimento 5 Stelle; nello studio di Vespa, la Raggi dichiara di prendere atto della volontà dell’Aula, dato che la stessa «è sovrana come il Parlamento»; la Meloni esulta e parla di un «risultato storico» che rende finalmente omaggio «a uno degli uomini più importanti della destra e della politica italiana». Poiché la comunità ebraica romana protesta, ricordando il ruolo svolto da quell’uomo nella campagna razzista promossa dall’Italia fascista, la Raggi, previo consulto con chi di dovere, si dimentica della sovranità dell’Aula, si rimangia ogni cosa e annuncia nella notte che farà votare dai consiglieri “grillini” una nuova mozione di segno contrario.

Il giorno dopo, dalle paludate pagine del «Corriere», P.G. Battista ci fa sapere che tutta la vicenda «è una cosa da talk show, un espediente acchiappa audience», che sarebbe ora di finirla con la «guerricciola toponomastica» tra fascisti e antifascisti e che sarebbe ora di tornare alla politica, abbandonando queste attività «sostitutive». E la chiude così, evitando di ricordare al lettore il vero spessore del politico omaggiato e del perché proprio oggi i neofascisti abbiano voluto lanciare questa campagna.

I fatti che lo riguardano, in realtà, dovrebbero essere noti, perché da tempo accertati, ma la memoria di molti appare sempre più appannata.

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18 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Il discorso del re

re_vittorio_emanuele_iidi Tomaso Montanari

La nascita del governo Conte non deve distogliere da ciò che il suo travagliato avvento ha rivelato. In particolare, non deve distogliere da una seria analisi del discorso che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha tenuto, in diretta televisiva, la sera di domenica 27 maggio 2018: un discorso che sarà ricordato molto a lungo. Sicuramente come uno svelamento drammatico dei reali rapporti di forza che governano la post-democrazia italiana. E, probabilmente, anche come un punto di non ritorno.

Non ci sono veri precedenti per la vicenda culminata in quel discorso: non ce ne sono per la decisione del presidente di assumersi la responsabilità di non nominare un ministro, e dunque di far saltare un governo che poteva contare su una maggioranza assoluta, sia parlamentare che elettorale (due cose stavolta miracolosamente coincidenti). In tutti i casi passati in cui cronache più o meno sicure (comunque basate su fonti orali o su diari privati) attestano un attivismo del presidente della Repubblica nella scelta dei ministri, esso si era sempre manifestato attraverso una persuasione che aveva indotto il presidente del Consiglio incaricato a proporre formalmente ciò che il capo dello Stato gradiva.

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8 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Così è se vi pare: cronaca di una crisi pirandelliana

la grande guerradi Giuliano e Piergiovanni Pelfer

Le elezioni politiche del 4 marzo si sono risolte con un governo Lega-M5S in un modo apparentemente rocambolesco, almeno per la stampa italiana ed europea. La sorpresa per questo esito è stata manifestata su tutti i media e da tutti i commentatori politici italiani ed europei, che mai si sarebbero aspettati un simile esito. Questo fatto dimostra la scarsa comprensione, da parte dei media di ogni tipo, dei processi sociali e politici nella società italiana, per l’adesione acritica al pensiero unico figlio della Mont Pelerin Society da parte del mainstream dei commentatori politici e dell’establishment politico.

Gli attori principali di questa commedia pirandelliana sono stati molti. Alcuni attori non protagonisti, loro malgrado, come Rosato e Renzi; altri attori protagonisti che hanno seguito in modo scrupoloso il canovaccio ben definito nei dettagli ma aperto all’improvvisazione necessaria in questi casi, come il presidente della Repubblica Mattarella, Matteo Salvini e Luigi di Maio; i pessimi attori dell’establishment europeo e i media mainstream italiani ed europei. Prima delle elezioni e anche immediatamente dopo il risultato elettorale, le forze politiche non erano così chiaramente schierate in forze filo-establishment e in forze populiste. Il buon Rosato aveva scritto una legge elettorale che avrebbe dovuto creare un Parlamento dove il Partito democratico e Forza Italia avrebbero avuto la maggioranza dei deputati e dei senatori. Si sarebbe costituito così un governo di larghe intese che avrebbe lasciato all’opposizione le forze populiste.

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1 giugno 2018
pubblicato da Il Ponte

Ti piace ’o presebbio?

di Marcello Rossi

Giorni or sono, prima che Mattarella bocciasse il governo giallo-verde, un amico mi ha mandato una mail (ormai la comunicazione si tiene con questi strumenti) in cui, con fare malizioso, usando dell’Eduardo di Natale in casa Cupiello, mi chiedeva: «Ti piace ’o presebbio?». Gli ho risposto con le parole di Tommasino: «Non mi piace ’o presebbio». E gli ho risposto così perché questo “presebbio” mi sembrava sfacciatamente di destra, e a me la destra non piace. E qui tuttavia occorre che io faccia qualche precisazione per non essere frainteso perché io penso che il governo che stava per nascere – mi piacesse o non mi piacesse, d’altronde anche i governi democristiani non mi sono mai piaciuti – era la diretta espressione del voto del 4 marzo, il che lo rendeva assolutamente legittimo.

Come e qualmente questo governo si sia incagliato nella scelta del ministro dell’Economia è altro problema che riguarda i rapporti che sarebbero dovuti intercorrere tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio incaricato. Mi spiego: io credo che nella formazione della lista dei ministri i due presidenti avrebbero dovuto trovare un accordo, prima di arrivare alla definizione ufficiale dei ministri secondo l’art. 92 della Costituzione, secondo comma, che recita: «Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Vorrei richiamare l’attenzione su quel “nomina”, che è un indicativo, e non un congiuntivo o un condizionale e, secondo la sintassi italiana, la funzione dell’indicativo è quella di indicare una situazione non condizionata da incertezze. Il che vuol dire, secondo me, che le incertezze, i dubbi e i divieti su un possibile ministro si sarebbero dovuti risolvere da parte dei due presidenti prima di mettere in campo l’articolo 92, perché, se si arriva all’art. 92, i giochi sono ormai fatti. Ma altri su questa rivista, con maggiore dottrina della mia, affrontano il problema e a loro rimando il lettore.

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30 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Quer pasticciaccio brutto di Piazza del Quirinale

Piazza del Quirinaledi Massimo Jasonni

Il conflitto intervenuto tra presidente della Repubblica e partiti legittimati dalle elezioni alla prospettazione di un governo, sottoposto alla firma presidenziale, appare di tale importanza e gravità, da imporre rigore di analisi. Occorre distinguere il profilo formale della legittimità costituzionale dal profilo sostanzialmente etico-politico.

La distinzione rievoca quanto Luigi Einaudi e Costantino Mortati sostennero in Assemblea Costituente, nel settembre del ’46, discutendo di opzione presidenzialistica e opzione parlamentaristica. Il problema, precisarono, non è di forma, ma di merito. «Quel che conta – dissero all’unisono quelle due alte voci – è quello che c’è sotto»[1].

Dunque, esamineremo qui, in sintesi, il profilo “tecnicamente” costituzionalistico, ma per poi cercare di far luce su «quello che c’è sotto».

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12 maggio 2018
pubblicato da Il Ponte

Dallo spettro del governo neutrale al governo M5S-Lega

Sergio Mattarelladi Mario Monforte

La “stramberia” costituzionale e istituzionale della proposta di Mattarella – «governo neutrale», ma ogni atto governativo ha valenza politica, economica e sociale; «governo a tempo», ma la durata del governo la decide il parlamento; «governo di garanzia», ma garanzia di che e per chi; governo con ministri «non piú candidati», ma il presidente della Repubblica non lo può vietare; governo sfiduciato in partenza perché M5S, Lega, e Fd’I non l’avrebbero votato: solo Pd e LeU avevano anticipato il sí, il che già la diceva lunga su tale governo – ebbene, questa “stramberia”, che avrebbe generato un governo di mera conservazione dello status quo, pareva andare a realizzarsi… a meno che non vi fossero “scatti” leghisti e “grillini” dell’ultimo momento. E gli scatti ci sono stati.

La condicio sine qua non di Di Maio per il M5S, cioè un accordo solo con la Lega, e non con il centrodestra, e la messa a latere di Berlusconi-FI, è stata accettata. Pur nell’aperto livore dei “suoi” giornali e giornalisti (in primis Feltri e Sallusti), che attesta come stiano le cose, Berlusconi si presenta come il «padre nobile» che «consente benevolmente» l’avvio del governo M5S-Lega. In realtà, ha dovuto ingoiare la sorte degli sconfitti il 4 marzo (come il Pd, e altri): essere messo fuori gioco. E finalmente, diciamo noi!

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25 marzo 2018
pubblicato da Rino Genovese

Sovranismi (4): che cos’è il “populismo di centro”

Errejóndi Rino Genovese

A volerlo interpretare con gli strumenti concettuali di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (che devono molto a Carl Schmitt), il fenomeno Grillo-Casaleggio è uno strano oggetto. Sentite che cosa ne dice Iñigo Errejón, esponente di Podemos, che, dopo avere distinto in un’intervista tra un “populismo progressista” e un “populismo reazionario”, alla domanda “sotto quale categoria potrebbero essere collocati i Cinque Stelle?”, così risponde: “Non lo so. C’è una grande ambivalenza in questo movimento. Da una parte, c’è un’aspirazione alla ridistribuzione della ricchezza, al reddito universale, a un migliore controllo delle istituzioni politiche, ma dall’altra c’è anche un populismo punitivo, o razzista, in particolare sull’immigrazione” (da “Le Monde” del 23 marzo 2018).

Errejón (che tra parentesi, all’interno di Podemos, avrebbe voluto un’alleanza di governo con il Psoe sul modello di un’unità a sinistra di tipo portoghese) ha trentacinque anni ed è spagnolo: non è quindi tenuto a conoscere la storia italiana che soltanto può spiegare un fenomeno come quello grillino. Al tempo stesso, proprio una riflessione su questa storia contribuisce a mostrare la debolezza del discorso teorico intorno a un “populismo di sinistra” (o progressista) così come sviluppato da Laclau e Mouffe, e ripreso dallo stesso Errejón.

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