Così è se vi pare: cronaca di una crisi pirandelliana

la grande guerradi Giuliano e Piergiovanni Pelfer

Le elezioni politiche del 4 marzo si sono risolte con un governo Lega-M5S in un modo apparentemente rocambolesco, almeno per la stampa italiana ed europea. La sorpresa per questo esito è stata manifestata su tutti i media e da tutti i commentatori politici italiani ed europei, che mai si sarebbero aspettati un simile esito. Questo fatto dimostra la scarsa comprensione, da parte dei media di ogni tipo, dei processi sociali e politici nella società italiana, per l’adesione acritica al pensiero unico figlio della Mont Pelerin Society da parte del mainstream dei commentatori politici e dell’establishment politico.

Gli attori principali di questa commedia pirandelliana sono stati molti. Alcuni attori non protagonisti, loro malgrado, come Rosato e Renzi; altri attori protagonisti che hanno seguito in modo scrupoloso il canovaccio ben definito nei dettagli ma aperto all’improvvisazione necessaria in questi casi, come il presidente della Repubblica Mattarella, Matteo Salvini e Luigi di Maio; i pessimi attori dell’establishment europeo e i media mainstream italiani ed europei. Prima delle elezioni e anche immediatamente dopo il risultato elettorale, le forze politiche non erano così chiaramente schierate in forze filo-establishment e in forze populiste. Il buon Rosato aveva scritto una legge elettorale che avrebbe dovuto creare un Parlamento dove il Partito democratico e Forza Italia avrebbero avuto la maggioranza dei deputati e dei senatori. Si sarebbe costituito così un governo di larghe intese che avrebbe lasciato all’opposizione le forze populiste.

Nessuno però ha spiegato a Rosato che nella situazione italiana la probabilità della vittoria di uno dei due schieramenti era del 50% e che il vincitore avrebbe ottenuto un bel vantaggio dalla parte maggioritaria della legge elettorale. E così è successo. Subito dopo le elezioni le forze populiste, Lega e M5S, hanno realizzato che avevano la maggioranza alla Camera dei deputati e anche al Senato, seppure un poco più ridotta in questa seconda Camera. Lega e M5S perciò hanno messo immediatamente alla prova questa nuova maggioranza e in men che non si dica sono riusciti a far eleggere tutte le figure istituzionali necessarie per far partire l’attività del Parlamento. Contemporaneamente hanno capito che i nuovi eletti, deputati e senatori, non avevano alcuna voglia di tornare al voto, soprattutto gli eletti del Partito democratico e di Forza Italia che non avevano la certezza di essere rieletti. Inoltre anche il presidente Mattarella non aveva alcuna intenzione di ritornare subito al voto, tanto che, in caso di stallo, avrebbe costituito un governo del presidente che sarebbe rimasto in carica fino alla costituzione di un nuovo governo politico.

Il presidente della Repubblica se l’è presa comoda e dopo che le prime consultazioni non hanno dato alcun esito positivo ha incaricato la presidente del Senato di esplorare la possibilità di un governo di coalizione tra centro-destra e M5S. L’esplorazione si è conclusa con un nulla di fatto, per la netta opposizione del M5S a un’alleanza con il centro-destra e quindi con Berlusconi. Mattarella ha affidato allora un secondo mandato esplorativo al presidente della Camera per un governo tra M5S e Partito democratico. In questo modo ha offerto su un piatto d’argento un’ancora di salvezza al Partito democratico.

Ma antropologicamente il Partito democratico è cambiato. I suoi elettori radical chic, come scriverebbe Tom Wolfe, sono insediati nei quartieri centrali delle città e non amano la “plebaglia” populista delle periferie, tanto meno di quella periferia del paese che è il Sud. E infatti la trattativa fallisce per un no forte come un tuono detto dall’ex segretario Matteo Renzi nel corso di una trasmissione televisiva. Intanto la Lega aveva dichiarato che mai si sarebbe alleata con il Partito democratico, togliendo così di mezzo un possibile governo tra Pd e centro-destra.

E già a questo punto è emerso il dubbio, mostrato plasticamente da un murale di un artista di strada, comparso a Roma, che Matteo Salvini per la Lega e Luigi di Maio per il M5S volessero allearsi per formare un nuovo governo. E da questo momento è cominciata la commedia pirandelliana che ha messo in campo come attori principali il presidente della Repubblica, che non vuole ritornare alle urne e i leaders Matteo Salvini e Luigi di Maio che sanno di avere i numeri alla Camera e al Senato per fare il loro governo.

La prima difficoltà è stata quella di convincere Berlusconi a lasciare che la Lega si accordasse con il M5S. Berlusconi ha resistito fino a quando il presidente della Repubblica non ha proposto un governo tecnico che coprisse il periodo di tempo necessario per un governo politico o per nuove elezioni. Questa prima mossa del cavallo del presidente della Repubblica ha convinto Berlusconi che il male minore per Forza Italia era quello di lasciare la Lega libera di trattare con il M5S, chiedendo che però non venisse messa in discussione l’alleanza di centro-destra. Si è formato così tra Lega e M5S un gruppo composto dai dirigenti dei due partiti che ha mette a punto un contratto di governo alla maniera tedesca. Il lavoro si è concluso con un documento che è stato sottoposto all’approvazione degli iscritti.

Gli attacchi al governo della stampa mainstream italiana ed europea, come quelli di membri della Commissione europea e di politici di rilievo dei paesi europei si sono fatti durissimi e minacciosi. Per tutti, si può citare l’attacco di Hottinger, che esplicitamente ha affermato che i mercati avrebbero convinto gli italiani a votare in modo difforme da come hanno votato il 4 marzo.

Ma il problema non è più interno all’Italia. In realtà si capisce che il pericolo per la formazione di un governo tra i due partiti viene dall’Europa che ha schierato le armate ordoliberiste per impedire che si vada avanti su questa strada. La borsa italiana è crollata e lo spread è arrivato a valori ritenuti pericolosi per i conti pubblici. Inoltre per il tramite di Steve Bannon, ex collaboratore di Trump, gli Usa hanno fatto sapere che vedono di buon occhio la formazione di un “governo populista”. La situazione si è fatta molto complicata. E qui di nuovo il presidente della Repubblica, siciliano, capisce che pirandellianamente bisogna drammatizzare la crisi politica, al punto da far comprendere che la situazione che ne potrebbe scaturire, come il ricorso immediato alle elezioni con il risultato di un notevole rafforzamento dei partiti “populisti”, peggiorerebbe notevolmente le cose. E ha fatto la sua seconda mossa del cavallo.

Il punto alto del dramma pirandelliano sta nelle parole del presidente della Repubblica, che, dopo aver letto la lista dei ministri, ha posto il veto sul nome del prof. Savona per il suo euroscetticismo. E immediatamente ha nominato Cottarelli quale nuovo presidente incaricato al posto del giurista Conte. Cottarelli però, nella sua dichiarazione alla stampa, ha riproposto lo spauracchio elettorale a breve. Il rischio che si è profilato era che Cottarelli non prendesse nemmeno un voto e che il suo governo non avesse nessuna legittimazione.

Si è così aperta apparentemente una grave crisi istituzionale. Intanto si è fatta circolare l’informazione, sempre taciuta, che il debito pubblico italiano è totalmente esigibile, proprio come quello tedesco, e ciò per due ragioni: la prima perché solo il 32% di questo debito è in mano straniera; la seconda, perché il patrimonio privato italiano è diverse volte il debito pubblico e quindi con una patrimoniale i conti pubblici potrebbero essere messi a posto rapidamente. Inoltre la destabilizzazione dell’Italia tentata dall’establishment europeo si sta rapidamente diffondendo agli altri paesi europei e questo perché l’Italia è un paese economicamente forte e necessario per la stabilità europea. Di fronte a questo pericolo concreto le armate ordoliberiste si sono ritirate dal campo di battaglia, in attesa di un momento migliore per tornare all’attacco, la borsa è risalita e lo spread è sceso e si è stabilizzato. Intanto, chi non l’aveva ancora capito, capisce finalmente che dietro la neutralità della struttura economica europea e dietro l’euro si nasconde qualcosa di molto più corposo: la volontà di dominio della Germania e di alcuni paesi del Nord Europa sul resto dei paesi dell’Unione europea.

E quindi il governo “populista” si è fatto, con soddisfazione generale anche delle opposizioni, a cui le elezioni anticipate non sarebbero piaciute, a conclusione della commedia pirandelliana che ha avuto come attori principali il presidente della Repubblica siciliano, Luigi di Maio, un giovane napoletano steward dello Stadio San Paolo, e il rude lumbard milanese Matteo Salvini.

È una storia che si ripete nel tempo, come dice il film La Grande guerra di Mario Monicelli: l’arroganza tedesca si frantuma contro l’orgoglio e la resistenza del popolo italiano, che sarà anche fatto da cicale che sanno solo cantare e godersi la vita ma sono cicale con un’armatura di acciaio, con le qualità della volpe e del leone quando è necessario, e con un’ironia che stende l’arroganza teutonica.

Con la formazione del governo “grillo-leghista” il livello del dibattito politico si è immediatamente elevato e sono tornati, che si sia d’accordo o no con la nuova tendenza, i grandi temi economici, sociali e politici che per anni erano rimasti nascosti dietro i postulati che recitavano che «c’è una sola politica possibile» oppure che «i trattati europei non si discutono» o ancora che «dobbiamo fare così perché ce lo chiede l’Europa».

In questa commedia è mancato un attore fondamentale: la sinistra socialista, libertaria, pragmatica, capace di analizzare e di comprendere la complessità del mondo presente e di promuovere la partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica, secondo quel Manifesto di Ventotene tradito nelle premesse e nelle prospettive dall’attuale establishment europeo.

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