Dallo spettro del governo neutrale al governo M5S-Lega

Sergio Mattarelladi Mario Monforte

La “stramberia” costituzionale e istituzionale della proposta di Mattarella – «governo neutrale», ma ogni atto governativo ha valenza politica, economica e sociale; «governo a tempo», ma la durata del governo la decide il parlamento; «governo di garanzia», ma garanzia di che e per chi; governo con ministri «non piú candidati», ma il presidente della Repubblica non lo può vietare; governo sfiduciato in partenza perché M5S, Lega, e Fd’I non l’avrebbero votato: solo Pd e LeU avevano anticipato il sí, il che già la diceva lunga su tale governo – ebbene, questa “stramberia”, che avrebbe generato un governo di mera conservazione dello status quo, pareva andare a realizzarsi… a meno che non vi fossero “scatti” leghisti e “grillini” dell’ultimo momento. E gli scatti ci sono stati.

La condicio sine qua non di Di Maio per il M5S, cioè un accordo solo con la Lega, e non con il centrodestra, e la messa a latere di Berlusconi-FI, è stata accettata. Pur nell’aperto livore dei “suoi” giornali e giornalisti (in primis Feltri e Sallusti), che attesta come stiano le cose, Berlusconi si presenta come il «padre nobile» che «consente benevolmente» l’avvio del governo M5S-Lega. In realtà, ha dovuto ingoiare la sorte degli sconfitti il 4 marzo (come il Pd, e altri): essere messo fuori gioco. E finalmente, diciamo noi!

L’annunciata astensione di FI sulla fiducia al nuovo esecutivo e il possibile voto favorevole su alcune misure attestano solo la non rilevanza di FI dal momento che M5S e Lega hanno in proprio una maggioranza abbastanza solida alla Camera e al Senato. In realtà, la pressione non solo della Lega, ma anche di parte consistente di parlamentari di FI – di cui Toti si fa portavoce –, insieme al timore di nuove elezioni – data la sicura caduta di FI a favore della Lega – e a una qualche serie di garanzie per le sue aziende (le avrà davvero, e in quale prospettiva?), hanno “costretto” Berlusconi a fare il passo “di lato”. E il ringraziamento di Salvini e dello stesso Di Maio suona per ciò che è: un ringraziamento ironico.

Si farà il governo M5S-Lega? E in quali condizioni e prospettive? Grava il sospetto, inevitabile, che le cariche dello Stato e il complesso dell’establishment siano stati messi sotto pressing dall’Oltreatlantico e dall’Ue, nonostante le rassicurazioni – stentoree quelle di Di Maio, piú scarse quelle di Salvini – su Ue-euro-Nato. Perciò, se gli accordi per questo governo andranno in porto, resta da vedere quale ne sarà il programma immediato e a chi saranno affidati i ministeri-chiave, quali Economia (davvero fondamentale), Esteri, Interni. Di questo governo, dunque, andrà compresa la sostanza: ossia, se sarà un governo capace di dare una qualche risposta alle istanze della maggioranza degli elettori – circa due terzi della popolazione (lavoratori e classi subalterne) –, che hanno detto no alle ricadute, su tutti i piani, delle politiche attuate dai governi fin qui susseguitisi, oppure, se si troverà a ridurre e smussare ogni vera risposta (e si badi bene: non certo la trasformazione dei rapporti di produzione, sociali, di potere, ma un loro diverso assetto, in base alla tendenza in atto in Occidente al superamento della fase del capitalismo detta «globalizzazione» con funzionali organismi di gestione quali l’Ue-euro-Nato), trovandosi posto in una “sovranità limitata” e accettando tale limitazione.

Seguire questo è importante, per vedere ancora una volta come, e fino a che punto, funziona il sistema accreditato come “democratico” (confondendo il liberalismo con la democrazia), ma che invece è solo oligarchico, su tutti i piani, compreso quello “rappresentativo”, dal momento che 40 milioni di cittadini si delegano a meno di un migliaio, e di cui si vuole strozzare ancor piú la stessa rappresentatività con premi di maggioranza, maggioritari, ballottaggi. E capire se e come tale sistema, che “performa” tutti i partecipanti a sua immagine e somiglianza, può riuscire a insabbiare ogni spinta al cambiamento. E resta il fatto che la democrazia (quella vera, che non è la «Piattaforma Rousseau» e che, se esistesse, darebbe subito attuazione alle esigenze della maggioranza della popolazione) è ancora tutta da comprendere, assimilare e praticare: tutta da costruire. E questo rimane il “nodo” fondamentale non pensato e occultato.

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