4 giugno 2017
pubblicato da Rino Genovese

Da dove l’impasse politica italiana?

Achille Occhettodi Rino Genovese

Senza risalire fino al Rinascimento, alle famose analisi di Machiavelli e Guicciardini, sarebbe sufficiente ritornare a circa trent’anni fa, a quel 1989 in cui alle elezioni europee di giugno – come ho avuto modo di ricordare sfogliando il recente volume che raccoglie gli scritti di Marcello Rossi sul Ponte (Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017) – il Pci di Occhetto ottenne ancora il 27,5% dei voti. Questo risultato – che dimostrava la capacità di resilienza del maggior partito della sinistra italiana – si ebbe a pochi giorni dalla repressione di Tienanmen, nel pieno di una crisi che, due anni dopo, porterà alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Alla fine, dentro quel marasma internazionale di cui non riuscirà ad avvantaggiarsi il Psi di Craxi, scoppierà il bubbone Tangentopoli degli anni novanta, facendo saltare gli equilibri italiani della guerra fredda. Il craxismo ne uscirà distrutto, ma in un certo senso ne farà le spese anche Occhetto, tagliato fuori dal qualunquismo montante – di cui beneficiario sarà il “nuovo” berlusconismo aziendal-politico, prosecuzione di un affarismo targato Caf (che era la sigla dell’alleanza di potere tra Craxi, Andreotti e Forlani).

Il paese non si è mai più risollevato da quegli avvenimenti che segnarono la morte sia del comunismo sia del socialismo italiani, e che in parte furono tragici e in parte tragicomici, se si considera che il lungo periodo berlusconiano è stato caratterizzato da un immobilismo agitato, come di chi gesticoli senza concludere granché – a parte difendere i propri interessi privati –, e che tuttavia rese possibile la continuità di un generale sistema di potere, rimasto intatto nelle sue basi sociali sotto i mutamenti di facciata.

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14 marzo 2017
pubblicato da Il Ponte

Pd in sfascio: apparenza e sostanza

Pd in sfasciodi Mario Monforte

In tempi “normali” e in partiti “usuali” (ossia nei calmi avvicendamenti alla gestione statuale fra partiti posizionati a sinistra e a destra), un segretario, responsabile della linea politica di un partito e operazioni conseguenti – e tanto piú se ricopre il ruolo istituzionale di capo del governo –, se subisce sconfitte elettorali rilevanti che ne mettono in discussione la politica, si presenta dimissionario al partito e organi dirigenti, magari rimanendo capo del governo, parimenti dimissionario, per sbrigare gli affari fino alle elezioni politiche. Renzi si è trovato in tale posizione e, con il suo partito, ha perso le ultime elezioni amministrative (disastro completo evitato per un soffio con il risicato esito positivo a Milano) ed è tracollato al referendum costituzionale (su cui era imperniato il complesso dell’azione governativa, dalle varie misure alla legge elettorale). E Renzi ha annunciato le dimissioni in caso di tale sconfitta, profilando il ritiro a vita privata – era un modo per galvanizzare i sostenitori, non una vera intenzione. Del resto, non siamo in tempi “normali” e, in tale contesto, il Pd – derivato dalla fusione fra Ds, già Pds, in cui era confluita la parte maggiore del Pci, con un pezzo della vecchia Dc, la Margherita e qualche apporto sparso –, passato a direzione e maggioranza renziane, non è un partito “usuale”: le sconfitte non danno esiti scontati.

Ma si è entrati in contorsioni e convulsioni: Renzi, dimessosi da presidente del Consiglio ma fattosi proseguire (esplicitamente) da Gentiloni, con qualche cambio di posto di ministri e qualche new entry, e dilatata la già elefantiaca direzione del Pd (13 febbraio) a un migliaio di persone – per cui: niente dibattito e solo rassegna di posizioni –, ha proferito in tono severo, da segretario in piena carica (a sottolineare che la direzione è sempre sua), «un ciclo è finito». Però ha ribadito «ho portato il Pd al 40% alle europee», “dimenticando” ogni seria considerazione su amministrative e dêbacle al referendum. E ha sfidato le opposizioni interne: se volete la scissione, “fatevi sotto con le idee”. Le dimissioni le ha date all’assemblea del Pd (19 febbraio, assise sempre plebiscitaria), ma affermando di aver fatto tutto per il meglio, perciò “avanti cosí”. E ha indicato la tabella di marcia: congresso e primarie alla svelta, elezioni in tempi rapidi, però ri-proclamando il sostegno al governo Gentiloni. Il tutto approvato a pieni voti dall’assemblea piddina, a cui gli oppositori, riunitisi il giorno prima (18 febbraio), non hanno partecipato.

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8 novembre 2015
pubblicato da Rino Genovese

Del povero Pd (e degli altri)

Sinistra italianadi Rino Genovese

Se fossero fino in fondo sinceri con se stessi, i Prodi e i Bersani avrebbero dovuto ammettere da tempo che dare vita al Partito democratico fu un errore. Per contrastare un blocco populistico di destra spesso spostato su posizioni estreme, e seguendo il miraggio di una democrazia dell’alternanza tra una formazione di centrodestra e una di centrosinistra, spinsero per la liquidazione dell’esperienza post-comunista dei Ds e post-democristiana della Margherita, per ottenere alla fine quale risultato? Il blocco populistico di destra c’è sempre ed è sempre più spostato a destra; inoltre – per partenogenesi, si potrebbe dire – è nato e si è rafforzato un neoqualunquismo uguale e contrario come quello grillino – stessa antipolitica, stesso leaderismo pseudocarismatico, che pesca in questo caso nelle acque tradizionali della sinistra.

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6 giugno 2015
pubblicato da Rino Genovese

Si può parlare di “renzismo”?

Renzismodi Rino Genovese

La risposta alla domanda è semplicemente no. L’attuale presidente del Consiglio non incarna una formula politica. La sua avventura (che, a conti fatti, potrebbe anche risultare breve) è stata costruita sul meccanismo perverso delle primarie del Pd – una delle trovate di marca plebiscitaria più inconsistenti, anche per il modo in cui sono organizzate, che la politica italiana ci abbia regalato. Non esiste nel paese un autentico retroterra sociale per il blairismo “2.0” che Renzi vorrebbe rappresentare. La sua opportunità – il modo veloce e quasi rocambolesco in cui è diventato capo di un governo di “piccole intese” – è stata offerta dalla impasse del dopo elezioni 2013, dovuta solo in parte alla legge elettorale, in realtà frutto degli errori della gestione Bersani che troppo a lungo tenne in piedi un governo tecnico come quello di Monti, finendo con il perdere consensi a favore del neoqualunquismo grillino (e dall’obiettivo intralcio istituzionale esercitato da Napolitano con la vicenda che portò alla sua incredibile rielezione).

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26 febbraio 2015
pubblicato da Il Ponte

La scesa in campo di Landini e la sinistra italiana

Landinidi Fabio Vander

L’intervento di Maurizio Landini in forma di intervista al «Fatto quotidiano» di domenica 22 febbraio, è importante, ma richiede da subito approfondimenti e precisazioni.

Importante che si muova qualcosa a sinistra. Era il segnale che molti aspettavano. Dopo aver passato autunno e inverno con mobilitazioni di piazza (manifestazione del 25 ottobre, sciopero Cgil-Uil, sciopero “sociale”, mobilitazioni pro-Grecia di Tsipras, ecc.), era evidente che mancava il precipitato politico di tutto ciò. Non si riusciva mai ad arrivare al punto. L’assenza della sinistra sulla scena politica italiana si è fatta sempre più grave. L’intero panorama politico del Paese ne ha risentito e ne risente. Il successo di Renzi è anche se non soprattutto conseguenza di questo. Cioè del combinato disposto del fallimento della sinistra interna al PD, quella di Bersani, che nel 2013 ha perso l’ennesima sfida elettorale, come della inesistenza della sinistra radicale, per colpa di Vendola e Ferrero, di Sel e di Rc.

Come prevedibile non era con le manifestazioni di piazza che si poteva surrogare alla mancanza della sinistra. Né con iniziative “dal basso” come la raccolta di firme per un referendum contro la legge Fornero sulle pensioni. Anche qui puntualmente fallita. La cosa è passata anzi sotto silenzio. Non sarebbe invece il caso di parlarne? La lezione andrebbe imparata. E invece si sente dalla Camusso ventilare la proposta di raccolta di firme contro lo Jobs Act ed eventualmente un altro referendum.

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26 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

La grande furbata

La grande furbatadi Rino Genovese

Concludendo la sua trionfale kermesse fiorentina, Matteo Renzi l’ha detto piuttosto chiaramente: “Andatevene pure, non me ne frega niente”: questo il messaggio indirizzato alla minoranza Pd. Che, per fargli dispetto, non se ne va. Così l’acuto compagno Fassina, il pugnace compagno D’Attorre, il dolce compagno Civati restano nel partito in attesa di logorarne il segretario e presidente del Consiglio. Logorando logorando, tuttavia, finiranno con il logorare se stessi. È vero che la crisi morde e il tempo di Renzi non è infinito. Ma lui ha sotto il tavolo la carta vincente, quella delle elezioni anticipate, in modo da andare davanti al paese come il leader che avrebbe voluto il cambiamento e invece è stato frenato dalla minoranza Pd: della cui zavorra, del resto, può facilmente liberarsi facendo dei gruppi parlamentari a propria immagine e somiglianza (ora invece sono quelli scelti da Bersani).

Per la minoranza Pd non ci sarebbe altra strada che affrontare a viso aperto la partita elettorale a cui Renzi, con tutta la sua prosopopea, si sta preparando. La scissione è nelle cose quando è addirittura il segretario che la fomenta. A questo punto la sfida andrebbe raccolta – per non trovarsi a dovere uscire dal partito successivamente in posizione di svantaggio ulteriore.

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2 ottobre 2014
pubblicato da Rino Genovese

Quando finirà il Pd?

Quando finirà il Pddi Rino Genovese

L’ultimo psicodramma intorno al jobs act e alla prospettiva di un’ulteriore sterilizzazione dell’articolo 18, dopo quella già attuata dal governo Monti, lo ha dimostrato: una parte del Pd – sarà per risentimento, sarà per intima convinzione – resiste alla prospettiva di vedere il partito trasformarsi in ciò che ormai è già: un comitato elettorale, la pura cassa di risonanza di un leader dal tratto marcatamente berlusconiano. Ma, per un residuo di lealtà nei confronti della “ditta” come la chiama Bersani, o più probabilmente perché spaventata dall’idea di dover ricominciare da capo facendo cadere un governo nell’immediato senza alternativa che non sia una qualche forma di eterodirezione da parte di Bruxelles, la minoranza del partito rilutta a trarre tutte le conseguenze dal suo atteggiamento politico. Del resto che cosa ci si potrebbe aspettare da chi, tenendo in piedi il governo Monti al di là di ogni ragionevole durata, ha compromesso irrimediabilmente il risultato elettorale successivo?

Alla lunga però il Pd non potrà che implodere (nella peggiore delle ipotesi) o scindersi (nella migliore): perché la sua stessa nascita come riflesso speculare del berlusconismo, nell’incapacità della sinistra di costruire una coalizione serbando un’identità al suo interno, fu un parto mostruoso, un’operazione alla Frankenstein che solo in un paese scombinato come l’Italia poteva essere pensata, e che ha aperto la strada – insieme con la bancarotta della Rifondazione bertinottiana – al fenomeno qualunquistico grillino, che tanta parte dell’elettorato di sinistra è riuscito a raccogliere intorno a sé. Senza capacità di farsi carico delle sofferenze sociali, sempre più votato alla gestione anziché al governo, avvitato in una mimesi che ebbe il suo apice con Veltroni (difatti il meno rottamato dei rottamandi) nei confronti dell’avversario berlusconiano (Michele Salvati arrivò a parlare di una Forza Italia di sinistra), smarrita ogni autonoma radice socialista con l’emulazione di un liberalismo solo vagamente sociale come quello di Blair (non è stato il rottamatore Renzi il primo blairiano… ma, incredibile dictu, proprio il rottamando D’Alema…), in breve genericamente assumendo il nome di Partito democratico (con un richiamo perfino troppo lusinghiero all’omonimo partito americano, capace se non altro di sostenere i diritti civili perché privo di una componente democristiana), espressione fuori tempo di una tarda strategia da “compromesso storico”, lo strano aggregato politico sorto per governare il paese al posto di una destra populista ha concluso il suo non brillante cammino firmando le grandi e le piccole intese con questa stessa destra. Dopo di ciò, il fallimento è conclamato e non ci sarebbe altro da fare se non mettere mano alla costruzione di qualcosa di diverso.

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9 luglio 2014
pubblicato da Rino Genovese

I due volti di Renzi

due volti di Renzidi Rino Genovese

Ci sono due Renzi, uno europeo e uno italiano. Se il primo – bisogna riconoscerlo – si muove con un dinamismo sconosciuto alle cariatidi del socialismo europeo al punto da essere diventato il leader della sinistra che vuole, se non altro, maggiore flessibilità nei vincoli imposti dal patto di stabilità, il secondo mostra il volto di un berlusconismo sotto la specie del Pd, con una capacità di manovra che, agitando il bastone e la carota, riduce a pura testimonianza la volontà di “fronda” di una parte dei suoi stessi gruppi parlamentari, specialmente al Senato. Certo, la partita che si gioca intorno alla sostanziale abolizione della Camera alta è lungi dall’essere conclusa. E continuo a pensare che ci saranno delle sorprese in aula, nonostante Renzi in commissione si sia assicurato un’ampia maggioranza perfezionando l’accordo con il partito berlusconiano. Ma le sorprese verranno più da una comprensibile scarsa volontà, da parte dei senatori, di fare la fine dei capponi che s’infilano nel forno da soli che da una capacità di resistenza organizzata. La minoranza del Pd, rinunciando a essere una corrente e presentandosi come un insieme di personalità risentite (i Letta, i Bersani, i D’Alema), ha di fatto lasciato il dissenso nelle mani dei Chiti e dei Mineo, che conducono una battaglia rispettabile ma a titolo personale.

Ma come? verrebbe da dire: non c’è oggi nel Pd renziano un’opposizione che sappia levarsi per dire che si può benissimo tagliare il numero complessivo dei parlamentari senza manomettere un impianto costituzionale diffamato come “bicameralismo perfetto” quando è invece semplicemente quello di una repubblica parlamentare? La “stranezza” di una camera che fa lo stesso lavoro dell’altra non è affatto tale: bisogna insistere su questo punto, a dispetto di un’opinione oggi corrente. In una repubblica in cui le maggioranze si formano nelle aule parlamentari – e non sulla base di una presunta sovranità popolare che si eserciterebbe nelle forme di un “direttismo” di marca bonapartista, o almeno presidenzialista –, in una repubblica siffatta, il doppio lavoro delle camere è garanzia per il cittadino che le leggi non siano votate assecondando umori passeggeri o interessi parziali, ma sulle più solide fondamenta di maggioranze nei due rami del parlamento e mediante un esame attento delle proposte di legge.

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23 giugno 2014
pubblicato da Rino Genovese

E tuttavia… La crisi di Sel

crisi di Seldi Rino Genovese

Il compagno Giuseppe Brogi, coordinatore regionale toscano di Sel, che ho avuto modo di ascoltare di recente nel corso di un’assemblea, ha svolto un’egregia analisi della situazione in cui versa in questo momento il suo partito, pronunciando più volte l’espressione “e tuttavia…”. Non si tratta di un tic linguistico: l’espressione, con il suo carattere concessivo-avversativo, riassume piuttosto il disorientamento in cui si trova oggi Sel. Cerco di spiegarmi. Questo partito era nato per essere un “ma anche” (ricordate l’intercalare portato agli onori del dibattito politico dall’imitazione che il comico Crozza faceva di Veltroni ai tempi in cui questi, con scarsa fortuna, fu il candidato alla presidenza del Consiglio?), nel senso che nello schieramento ampio di un centrosinistra di governo avrebbe dovuto rappresentare la sua componente di sinistra non confusionaria ma capace di collocarsi all’interno di un dignitoso compromesso politico. Il fatto che, per un lungo tratto, questo piccolo partito si sia identificato in maniera personalistica con Vendola, è stato vissuto come un che di transitorio, il prezzo da pagare a una mediatizzazione e spettacolarizzazione della politica cui nessuno, pur con le migliori intenzioni, può sottrarsi. Ciò che era veramente in gioco era la possibilità di contare, facendo valere le proprie ragioni, all’interno di un centrosinistra con un programma progressista.

Questa prospettiva è venuta meno nel 2013 con la non vittoria elettorale del Pd di Bersani e il pasticcio che ne è seguito, da cui si è (apparentemente) venuti fuori grazie al giovane uomo della provvidenza Matteo Renzi. È naturale che, in un paese politicamente emotivo come il nostro, Renzi goda al momento di un credito e di un consenso fuor di misura rispetto alle cose concrete che ha fatto e sta facendo. Tra queste c’è senz’altro l’ottima uscita riguardo ai famosi ottanta euro in più in busta paga per chi ne guadagna all’incirca mille. Qualcosa la cui giustezza è incontestabile, anche se fosse stata una trovata semplicemente elettoralistica. E tuttavia – ecco che compare la locuzione – ciò non è in alcun modo sufficiente a dare fiducia a Renzi su tutto il resto: in particolare non lo è, o non dovrebbe esserlo, per un gruppo parlamentare come quello di Sel collocato attualmente all’opposizione. La rotta verso il Pd, intrapresa da Migliore e da altri deputati, s’inscrive nella perfetta tradizione italiana del trasformismo parlamentare. Nulla più di questo: si va a incensare il vincitore del momento. E tuttavia – ecco che ricompare la locuzione – il progetto stesso di Sel si palesa come in crisi, per la semplice ragione che la possibilità di un centrosinistra articolato non esiste più con Renzi, che ha ripreso su nuove basi il discorso veltroniano circa la vocazione maggioritaria del Pd.

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27 maggio 2014
pubblicato da Rino Genovese

La vocazione maggioritaria del Pd

WALTER-VELTRONIdi Rino Genovese

In un’intervista all’indomani delle elezioni europee, l’ineffabile Veltroni ha dichiarato che è proprio quello di Renzi il Pd che avrebbe voluto, anche se purtroppo lui non è mai riuscito ad avere la determinazione e la “cattiveria” necessarie, di cui si è invece dimostrato capace l’ex sindaco di Firenze. E pour cause, verrebbe da dire: Veltroni non è infatti il buonista per eccellenza? Ma il punto non è qui. Sta piuttosto in un insieme di elementi – per nulla caratteriali ma politici – che ora cercherò di mettere in luce.

Cominciamo col dire che il Pd veltroniano aveva preso circa un milione di voti in più (stiamo parlando del 2008) di quello renziano. Cos’è accaduto, in effetti? Di mezzo c’è stato l’aumento dell’astensione – e questo spiega perché, con un numero minore di voti, Renzi abbia avuto sette o otto punti in percentuale in più rispetto a Veltroni. Ancora: c’è da considerare che Veltroni si trovò a competere, dopo il governo dell’Unione di Prodi, con un berlusconismo molto pimpante che lo distanziò, nel risultato delle rispettive coalizioni, di una decina di punti. Veltroni, inoltre, disse di volere “andare da solo” alle elezioni, ma poi non ci andò sottoscrivendo un accordo con il Di Pietro dell’epoca (che drenava una parte di quel qualunquismo in seguito espresso meglio, e in proporzioni ben maggiori, da Grillo).

Che cosa voglio dire con questo? Molto semplicemente che il veltronismo rappresenta tutt’al più la preistoria del Pd a vocazione maggioritaria. A quei tempi, che politicamente appaiono molto lontani, si trattava di rompere a sinistra (con una sinistra – bisogna dirlo – veramente riottosa e inconcludente), di superare lo schema del centrosinistra antiberlusconiano (si ricordi che Veltroni preferiva non nominare neppure il suo antagonista, indicandolo con una perifrasi) e di presentarsi all’elettorato con un volto “centrista” grazie a un maquillage che facesse dimenticare qualsiasi origine comunista (Veltroni è uno specialista in questo…). L’ipotesi fu battuta e di lì a poco il segretario dovette dimettersi, quasi si ritirò dalla politica mettendosi a scrivere romanzi. Anche se è significativo che proprio il rottamatore Renzi lo abbia richiamato in servizio, e che oggi si parli di Veltroni perfino come di un candidato alla presidenza della Repubblica.

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