Flessibilità

Merkeldi Rino Genovese

È la parola magica renziana, quella attorno a cui andare a uno scontro in Europa. Non si tratta della flessibilità del lavoro, naturalmente, con annessa precarietà: questa ce la teniamo, anzi la sosteniamo con l’istituzione di contratti a tempo indeterminato che mascherano la disoccupazione e rendono il lavoratore uno straccio da appallottolare e buttare fuori appena fa comodo all’azienda. “Flessibilità” significa derogare – anche di poco, per carità, quel tanto che basta a imbastirci sopra una campagna elettorale – al rigido patto di stabilità che definisce l’austerità europea.

Si potrebbe dire: “Ma è già qualcosa!” Certo, a rompere l’austerità saremmo ben decisi – ma per fare che cosa? Il punto è tutto qui: si può invocare la flessibilità per un maxisconto sulle tasse di tipo neoberlusconiano, come riguardo all’abolizione dell’imposta sulla prima casa che favorisce i ricchi e rottama la progressività scritta nella Costituzione, o, al contrario, si può derogare ai vincoli europei al fine di realizzare un piano d’investimenti pubblici. Di questi neppure l’ombra nella recente manovra finanziaria del governo. In sostanza, dovremmo andare allo scontro in Europa e con la signora Merkel, tenace guardiana dei conti pubblici di tutti i paesi dell’Unione, soltanto per favorire la demagogia di Renzi e poi consentirgli di vincere il referendum sulla riforma della Costituzione da lui voluta? No, grazie. Di una rottura così non sappiamo che farcene, arriviamo a dire che preferiamo tenerci l’austerità.

L’Italia è pur sempre il paese che ha un debito pubblico al 135%: attaccabilissimo sul piano finanziario, come si è visto recentemente riguardo alle banche che, soprattutto in Toscana, sono il tallone d’Achille della lobby renziana. Non abbiamo alcuna voglia d’immolarci per fare un piacere al rottamatore fiorentino. Se avesse intenzione d’insistere, potremmo arrivare a dire “viva Monti!” – almeno si sapeva che il suo governo tecnico era prono ai desiderata della Merkel… La grande questione resta quella di modificare gli equilibri europei per costruire un’Europa sociale, non di risvegliare piccoli nazionalismi per piccoli leader.

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