Michela Murgia e il sultano

Michela Murgia e il sultanodi Carlo Rossetti

La nota scrittrice di grande successo, Michela Murgia, nei giorni del “colpo di stato” in Turchia, ha pubblicato nell’Unione sarda, a tutta pagina, una lunga serie di articoli su Erdogan e la Turchia. Forse neppure varrebbe la pena di soffermarsi sul punto, se l’autrice non fosse una figura pubblica, una voce critica, che prende spesso la parola in convegni e nei giornali. I suoi interventi sollevano, ancora una volta, il problema della responsabilità dell’intellettuale di fronte alle crisi, la questione della ricerca di un’analisi imparziale.

La Turchia è un tema importantissimo, per la sua posizione in Europa, tra la Russia, il Medioriente e l’Asia. La storia turca moderna, dopo la caduta dell’impero ottomano, segnata dalle oscillazioni tra il laicismo e l’islam, i governi militari e civili, pone questioni decisive per il futuro della storia mondiale. La Turchia è un luogo ove da sempre si cercano formule nuove, nella tradizione culturale, politica e religiosa, e dove fortissima e sanguinaria è stata la reazione contro le tendenze innovative.

Nella nuova veste d’inviata speciale in un’area molto intricata, che richiederebbe conoscenze specifiche, Murgia vorrebbe dirci che il regime di Erdogan è democratico. I provvedimenti di emergenza in Francia, adottati dopo gli attentati, non sarebbero diversi da quelli di Erdogan. La scrittrice intervista a caso passanti e baristi, ma non fa un solo cenno alla storia turca e alla struttura della sua politica interna. Non sa, o tace, che il mentore di Erdogan è Necip Nazil, un ammiratore di Hitler. Nel 1968 questo signore ha pubblicato un libro in cui elenca le minoranze da eliminare: egli scrive: “occorre prendere tutti i provvedimenti affinché la Patria sia ripulita da cima a fondo da tradizioni e comunità, dagli ebrei agli aleviti”. Nazil ha tradotto I protocolli dei savi di Sion, i falsi documenti alla base dell’antisemitismo hitleriano. Queste idee sono le stesse che hanno condotto allo sterminio degli armeni, che grava ancora sulla Turchia come una colpa non espiata. Erdogan fu incarcerato per “incitamento all’odio”. E ha scritto una poesia che bene esprime i suoi legami col maestro Nazil:

I minareti sono le nostre baionette,
le volte delle moschee i nostri elmetti,
le moschee le nostre caserme,
i fedeli i nostri soldati.

La violenza è ritornata in scena, nel 2016, in modi che ricordano i pogrom, le liste delle SS, le purghe di Stalin, i massacri della rivoluzione culturale cinese. La questione è drammatica, perché la Turchia fa parte della Nato e pretenderebbe di aderire all’Europa, a un’entità che vorrebbe bandire la violenza e reggersi sul primato dei diritti fondamentali. Non escluderei che Erdogan abbia usato le liste segrete di Gladio per procedere ad arresti di massa, simultanei e perfettamente coordinati, come quelli ai quali il mondo ha assistito in questi giorni. Le liste di Gladio erano del resto anche in mano alla mafia. Le indagini circa il famoso incidente automobilistico di Susurluk nel 1996 hanno rivelato che a bordo dell’auto viaggiavano il capo dei servizi segreti e un esponente di spicco della mafia turca, legato personalmente ad Ali Agca, cioè al nazionalismo estremo e all’attentato a Giovanni Paolo II.

Murgia non dice che, sullo sfondo della politica turca, si muove un’entità segreta, contraria alla democrazia, che agisce liberamente e in assoluto dispregio degli ordinamenti: il Jitem, la polizia segreta, che conta sulla collaborazione dei Lupi Grigi, particolarmente attivi nel massacro di Cizre, nella zona curda. Secondo Amnesty International, nel gennaio 2016, l’offensiva turca ha messo in pericolo duecentomila persone, puntando a una punizione collettiva. Il settanta per cento della città di Diyarbakir, la “capitale” curda, è stata distrutta. Le abitazioni sono state bombardate per settimane e saccheggiate. Il 24 marzo scorso l’odore dei corpi bruciati era ancora molto acuto. Gli uomini di Erdogan hanno impedito l’arrivo dei soccorsi, consegnando i feriti a una tremenda agonia. Eppure la Turchia ha firmato la Convenzione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1954 e il patto internazionale per la difesa dei diritti civili e politici.

Murgia non sa, o tace, che il nemico principale di Erdogan, colui che egli addita come il primo responsabile del golpe, l’imam Gülen, oggi protetto dal governo degli Stati Uniti, è un esponente della corrente sufi dell’islam, che riconosce lo Stato di diritto e la democrazia parlamentare. Murgia probabilmente ignora che questa corrente dell’islam ha una storia secolare, ben diversa da quella dei deserti, dei sauditi o dell’Iran. La democrazia e la laicità, per Fetullah Gülen, “non sono negoziabili”. Secondo la documentazione raccolta dal Dipartimento di Stato americano, Gülen era nel mirino dei servizi segreti turchi che preparavano un attentato per assassinarlo.

Murgia non si sofferma neppure sul paradosso che un pensatore religioso sia accusato, da Erdogan, di essere il capo di un’insurrezione militare. Non si rende conto che non si tratta di un golpe nello stile dell’America Latina, ma di un fenomeno ben più complesso che coinvolge la libertà religiosa, diritto fondamentale e addirittura cruciale in Medioriente. Se avesse dedicato un po’ di attenzione allo studio della storia ottomana, prima di accingersi a fare l’inviato speciale, sia pure per un giornale di provincia, avrebbe potuto tenere presente che nell’islam ottomano esiste una tradizione giuridica vicina al diritto occidentale. È questo un aspetto dell’islam di cui non si parla. Tutta l’attenzione della stampa e delle tv è rivolta al sangue, al terrore, alle correnti fanatiche musulmane.

L’Islam sufi mette in discussione le tendenze autoritarie e antidemocratiche di Erdogan e soci: è a favore dell’Europa e di un rinnovamento culturale nel mondo islamico. Murgia non si occupa della pressione terribile esercitata sulla stampa, sulla libertà di espressione e comunicazione, né si esprime sulle torture perpetrate su valenti e coraggiosi giornalisti. Erdogan ha preso la strada di una repubblica presidenziale sostenuta da poteri eccezionali, cesaristici, secondo il disegno di una trasformazione islamista della Turchia. Non a caso, nel 2007, la Corte costituzionale ha posto la questione dello scioglimento del partito di Erdogan, chiedendo che settantuno dei suoi membri, compreso il presidente, fossero banditi dalla politica. Solo per un voto non si giunse allo scioglimento del partito.

A sua volta, il 20 Maggio 2016, il partito di Erdogan ha votato un emendamento alla Costituzione che spoglia dell’immunità parlamentare decine di deputati dell’opposizione e, in particolare, del Partito democratico del popolo. Con quell’emendamento, Erdogan ha sostanzialmente abbattuto la democrazia parlamentare e lo Stato di diritto.

La documentazione raccolta dal Dipartimento di Stato americano a proposito dei rapporti tra il partito di Erdogan e varie società private ha rivelato aspetti molto ambigui. Il partito, per esempio, fatturava ordinazioni dirette alla società farmaceutica Rigel una società guidata da un messicano ma con base anche negli Stati Uniti. Aveva legami con società in Santo Domingo, inattive, che non dichiarano né bilanci né la composizione del consiglio di amministrazione. Queste non sono attività politiche “ordinarie”. Emerge anche un rapporto speciale tra il partito e Telecom Italia che inviava un rapporto settimanale ad Ankara.

Le ultime elezioni non hanno dato a Erdogan il potere che sperava, sebbene sia riuscito a diventare presidente. Ha allontanato ogni figura capace di contestarlo e nominato come ministri personaggi legati al nazionalismo e al radicalismo, in genere provenienti dalla Turchia orientale, la regione più compromessa con traffici oscuri. Queste mosse suggeriscono che egli abbia mosso le sue forze, compresi i servizi segreti, con l’obiettivo di eliminare gli oppositori, ben prima del “colpo di Stato”. Ha preparato il suo proprio colpo di Stato con un complesso di manovre eversive, compreso il controllo di Internet. Non si spiegherebbe altrimenti la vastità e la rapidità delle epurazioni di massa.

Ancora, Murgia non dice che, già nel 2013, reagendo all’annullamento giudiziario del progetto di edificazione del parco Gezi, Erdogan ha disposto la sostituzione dei giudici. È la vendetta contro la Corte suprema. Nel 2003, la rivelazione del coinvolgimento del partito al potere nella corruzione, nella vendita di armi ai siriani, aveva spinto Erdogan a decidere l’allontanamento di quarantamila poliziotti, funzionari e magistrati per coprire lo scandalo. Dal giorno della denuncia della corruzione, ha cominciato a parlare in pubblico di colpo di Stato ordito contro di lui, contro la nazione e il popolo islamico, per tentare così di soffocare ogni forma di libera critica e di manifestazione pubblica del pensiero. Nel suo regime la mafia e i servizi segreti, che Erdogan controlla direttamente, hanno un ruolo centrale. Probabile anche che gli estremisti islamici abbiano cooperato nelle operazioni di repressione, in particolare le “tigri dell’Anatolia”, cioè i gruppi armati paramilitari che operano nelle aree di produzione dell’oppio e della sua commercializzazione.

Nell’ottobre del 2014, il governo Erdogan era già intervenuto direttamente nelle nomine dei magistrati affidate al Consiglio superiore della magistratura. Dopo il “colpo di Stato” ha sospeso seicentottanta magistrati accusandoli di appartenere a una “organizzazione parallela”. Erdogan ha colpito quindi direttamente non solo i social network, i giornalisti e l’esercito ma, soprattutto, i giudici. Ma la scrittrice non dedica una sola parola all’appello lanciato dall’associazione dei magistrati democratici, Yarsav, organo dei “giudici turchi liberi”, rivolto alla comunità internazionale, per salvare almeno i rudimenti dello Stato di diritto. Il documento denuncia l’aggravamento delle condizioni della giustizia e le manovre dell’esecutivo. La questione è decisiva perché una magistratura addomesticata non è in grado di tutelare i diritti e difendersi dall’invadenza dell’esecutivo. La tendenza è il ritorno al sultanato che Montesquieu ha dipinto così bene.

Ai giudici seguono i sindacati e le associazioni. Dopo il 16 luglio 2016, 1125 associazioni e sindacati sono stati sciolti d’autorità; 18.699 persone sono state sottoposte agli arresti domiciliari e 20.132 sono state incarcerate e private di tutti i diritti fondamentali: nessuna di esse ha potuto nominare un avvocato, né sono stati formulati capi di imputazione. Erdogan ha fatto perfino chiudere numerosi ospedali. Ma Murgia queste cose le ignora.

Non spende una parola nemmeno a proposito dell’Europa, ricattata da un sultano che se ne fa beffe. Per far fronte a un’immigrazione senza precedenti, e a una domanda generale di diritti, si trova oggi costretta a trattare con delicatezza Erdogan che nega questi diritti. Mevlut Cavusoglu, ministro degli esteri turco, ha minacciato di cancellare gli accordi sull’immigrazione e sul terrorismo.

Vi è stato senza dubbio un tentativo di rovesciare il regime tirannico turco. Di certo anche la Germania ha mostrato molto interesse per i militari ribelli. La protezione offerta dagli Stati Uniti a Gülen è il segno dell’appoggio del governo americano alle tendenze razionaliste e democratiche dell’islam e del suo interesse nelle vicende interne della Turchia. La posta in palio è del resto della massima importanza strategica, e consiste nel controbilanciare l’influenza della Russia e dell’Iran nella regione mediorientale. Le mosse di Erdogan contro lo Stato di diritto, a favore delle tendenze islamiche tradizionali, è una minaccia gravissima che mette in questione perfino l’equilibrio interno della Germania. Di qui il rifiuto di Merkel alla trasmissione in diretta video, durante un’assemblea di quarantamila turchi a Colonia, di un discorso di Erdogan: una decisione convalidata dalla Corte suprema tedesca, ma che ha scatenato le proteste del ministro degli esteri turco che ha aspramente attaccato la Germania.

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