26 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Amalgama non riuscito, le due liste a sinistra

Viola Carofalodi Aldo Garzia

I sondaggi della vigilia – da prendere con le pinze o con le molle, ovviamente – segnalano che a sinistra del Pd c’è un’area elettorale che si aggira intorno al 7-8 per cento (il risultato “a due cifre”, auspicato tempo fa da Massimo D’Alema, non sarebbe alla portata). A contendersela sono “Liberi e uguali” e “Potere al popolo”, che si rosicchiano a vicenda consensi e potenziali dichiarazioni di voto. Qualche analista politico ipotizza addirittura che le possibili sorprese del voto del 4 marzo potrebbero essere i quorum del 3 per cento di “+Europa” (Emma Bonino) e di “Potere al popolo”.

Le due liste si fanno indubbia concorrenza a sinistra. “Liberi e uguali” fin qui non ha decollato. Anzi, rischia di rivelarsi una “amalgama mal riuscito”, per citare il giudizio che D’Alema diede nel 2009 sul Pd veltroniano. Pietro Grasso è una scelta rassicurante ma di scarso appeal verso l’elettorato giovanile e più radicale (sempre di un ex magistrato si tratta). Le liste sono state compilate poi con il bilancino tra diverse personalità e gruppi di partenza: Sinistra italiana, Articolo Uno, Possibile, eccetera. In questo bilancino, la parte del leone è stata appannaggio di Articolo Uno. In campagna elettorale sono emersi accenti su prospettive politiche differenti: occhi dolci ai 5 Stelle (Grasso, Bersani, Fratoianni) o verso un nuovo centrosinistra con lo scalpo di Renzi come trofeo (D’Alema, Boldrini) o nei confronti di un “governo del presidente” pro tempore (D’Alema, Grasso) per rifare la legge elettorale.

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23 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Elogio dell’opposizione

Le Canard Enchaînédi Piergiovanni Pelfer

La golden rule per stabilire la qualità della democrazia in un paese consiste nell’osservare quale spazio e quale agibilità politica è riservata ai partiti, ai movimenti, ai sindacati, alla stampa e in generale alle iniziative delle opposizioni. Nel senso comune la mancanza di un’opposizione forte è un indicatore di una democrazia debole e di un sistema politico che può variare da un sistema autoritario a un sistema chiaramente reazionario e fascista.

Quando parliamo di sistemi democratici intendiamo quei sistemi nati dopo la Seconda guerra mondiale dalla sconfitta del nazifascismo e le cui costituzioni, come quella italiana, sono una sintesi del pensiero liberale, socialista e cristiano precedente e seguente quella sconfitta. Con questo non intendiamo addentrarci in un’analisi approfondita di questi sistemi né affermare che non ne esistano di migliori. Prendiamo come un dato di fatto, un framework, che l’azione politica di ognuno di noi si svolge in relazione con questi sistemi democratici.

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19 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Contrasti

Contrastidi Silvia Calamandrei

Contrasti, il bel volume fotografico curato da Silvia Bertolotti su Calamandrei nella Grande guerra, è stato presentato alla Biblioteca del Senato, il 7 febbraio, da una schiera di autorevoli studiosi.

Apre i lavori Giuseppe Filippetta trasmettendo il saluto di Sergio Zavoli, presidente della Biblioteca del Senato. Sottolinea il prezioso lavoro di cura e di commento delle foto, un vero e proprio libro nel libro.

Mario Isnenghi ricostruisce il percorso militare dell’ufficiale interventista Piero Calamandrei e la sua scelta di partire volontario, interrogandosi su quali fossero i sentimenti di Ada, l’interlocutrice principale del suo diario per corrispondenza, ricostruito nel volume curato e introdotto da Alessandro Casellato (Zona di guerra, Roma-Bari, Laterza, 2007). Probabilmente nelle sue lettere volutamente distrutte ci sarebbe stata la testimonianza di un altro punto di vista, forse di egoismo microfamigliare. Piero, tenente, opera nelle truppe territoriali, raramente si trova al fronte e solo dal 1917 comincia a essere utilizzato in base alle sue competenze, come avvocato nei tribunali di guerra (già nel 1916 c’era stato il processo in cui era riuscito a evitare la condanna a morte dei disertori con un cavillo giuridico), come oratore (la commemorazione di Battisti in cui scopre la propria vena oratoria, e fa venire le lacrime agli occhi al superiore), e infine come comunicatore nel Servizio P. L’apprendistato di comunicatore l’aveva fatto sul «Giornalino della domenica» di Vamba. Con la svolta post-Caporetto si passa dalla strategia dell’obbedienza a quella della convinzione, e Calamandrei partecipa all’operazione di convincere, di creare consenso, capendo anche che bisogna partire dagli stessi ufficiali, che mancano spesso anche loro di “patriottismo”.

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16 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Il rompicapo delle “due sinistre” in Europa e in Italia

due sinistredi Aldo Garzia

Che brutta campagna elettorale dalle parti della sinistra, in tutte le sue componenti. Il grido di dolore lo lancia Emanuele Macaluso, novantenne “comunista migliorista”, che usa Facebook: “Ho ascoltato Pietro Grasso su Radio Radicale dire in un comizio a Palermo ‘la sinistra siamo solo noi’. Quindi in Italia la sinistra sarebbe al 6, 7 per cento? Tutti quelli che, nonostante Renzi, sono nel Pd sono di destra?”. L’ex direttore de “l’Unità” aggiunge: “Il rifiuto di Liberi e uguali di indicare come prospettiva un’alleanza di centrosinistra con una sinistra più forte è, a mio avviso, demenziale”. La lista Potere al popolo rincara la dose con un manifesto elettorale: “Liberi e uguali? È la destra trasformista”. Argomenta in una conferenza stampa Viola Garofalo, portavoce di questa sinistra della sinistra: “Il Movimento 5 Stelle è populista e non è di sinistra. Liberi e Uguali, invece, è un Pd 2.0: non c’è differenza, vengono tutti dal partito di Renzi e lì vogliono tornare”. Renzi e ciò che resta del Pd, a loro volta, non perdono l’occasione per ribattere: “Chi vota Liberi e uguali fa un piacere alla Lega e a Forza Italia”.

Certo, siamo in campagna elettorale dove tutto è permesso per prendere un voto in più. Ma questi toni, accompagnati da povertà di analisi e di proposte, non fanno ben sperare per il futuro. Le “due sinistre” – quella di origine storica e socialdemocratica, quella radicale dell’ultimo ventennio – sono dunque destinate all’assoluta incomunicabilità, come se recitassero in un film anni sessanta di Michelangelo Antonioni?

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14 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Potere al popolo?

potere al popolodi Mario Pezzella

Le prossime elezioni italiane sembrano confermare le tesi di Ernesto Laclau, per il quale l’unico orizzonte della politica è il populismo, in diverse varianti e in contesa egemonica tra loro. Io credo che si debba invece cercare un’alternativa, oltre questa apparenza di superficie e opporre la divisione del sociale al fantasma del Popolo-Uno.

Laclau pensava che fossero quattro le caratteristiche fondamentali di un movimento populista: la crisi dell’ordine simbolico democratico, l’identificazione di massa con l’Io ideale incarnato dal Capo, la costituzione di un “altro”, come nemico esterno del popolo, la capacità di comporre almeno provvisoriamente in unità domande e critiche apparentemente incompatibili. Ora sembra che i principali contendenti delle elezioni italiane rientrino tutti in questo contesto. Sui migranti, per esempio, e dunque sulla frontiera da stabilire tra noi e loro, tra Minniti, Berlusconi, Di Maio e Salvini c’è solo una differenza di grado e di modalità, non di principio (il peggiore per ora è Minniti, finanziatore di veri e propri campi di concentramento in Libia).

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14 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

I fatti di Macerata

Maceratadi Mario Monforte

«Tanto tonò che piovve», recita un vecchio detto fiorentino. E, a forza di assecondare il grande flusso migratorio (l’accoglienza è quantomeno sgangherata, ma non mancano gli applausi agli arrivi di parte delle forze politiche, delle tendenze socio-culturali e dei media, nonché di Bergoglio), ci siamo arrivati: la pioggia è arrivata. Da una parte, gli immigrati, che solo in parte molto ridotta sono «aventi diritto» (secondo gli stessi dati ufficiali) e che in massima parte finiscono o nell’essere sfruttati in maniera selvaggia, o nel campare nei vari centri e forme d’accoglienza (mentre però vi “fanno borsone” coop ed enti di vario genere), o nel situarsi nell’illegalità e/o microcriminalità diffusa, in un afflusso che continua a crescere, solo un po’ ridotto (da 180.000 a 120.000) dalle «misure Minniti» (il quale, comunque, è già perciò pesantemente attaccato da non pochi “progressisti” e “sinistri”), senza contare gli «sbarchi fantasma» sulle coste sicule. Dall’altra parte, la popolazione autoctona (sperando che anche questo termine non cada sotto la mannaia delle accuse «politicamente corrette» di xenofobia, reazionarismo, razzismo, fascismo, ecc.), segmentata nel “ventaglio” di posizioni e attitudini che va dal “ma sí, va be’, però non esageriamo” al “sí, però non nel mio giardino”, al “si deve fare qualcosa, c’è gran degrado”, fino all’“ora sono davvero troppi” e “ma basta, non se ne può piú”, e altre simili variazioni del tema. E questo, anche e soprattutto perché l’afflusso e stanziamento dei migranti si colloca nel dissesto in pieno atto (al di là delle chiacchiere di governo e parte dell’oligarchia dominante) dell’assetto politico, economico, sociale, culturale, civile, del complesso del nostro paese e della nostra popolazione, con in prima fila proprio i lavoratori e le classi subalterne.

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12 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Bomba sociale o bomba politica?

Bomba socialedi Giancarlo Scarpari

A Macerata un fascista, con la runa nazista tatuata sulla fronte, già candidato della Lega nel 2017, sale in macchina, va alla caccia di immigrati di colore, spara trenta colpi di pistola contro di loro, ne ferisce sei, tra cui una donna (e si ricorda anche di colpire la sede del Pd); poi, volendo spiegare il raid mediaticamente, si ferma, si ammanta di tricolore, depone un cero votivo a Mussolini, saluta romanamente e si consegna alla polizia.

La rappresentazione richiama in modo inquietante il recente connubio della Lega di Salvini con i fascisti del primo e del secondo millennio (fascio-leghismo è diventato un termine sempre più ricorrente sui media); il vessillo tricolore viene di continuo sbandierato per accompagnare la lotta senza quartiere condotta dai patrioti contro i migranti (da buttare a mare o da deportare secondo l’ipotesi più “moderata”); la strage voluta, preparata ed eseguita contro gli immigrati di colore indica quale sia il brodo di cultura da cui l’autore della stessa ha tratto ispirazione.

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10 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Perché voterò Potere al Popolo

Potere al Popolodi Marco Gatto

È ormai evidente che la possibile ricostruzione di una forza di sinistra nel nostro Paese passi da forme di netta discontinuità dal liberismo economico. Il cosiddetto centrosinistra da tempo è ormai del tutto aderente alla logica capitalistica egemone, sia in termini politici, sia in termini culturali. Da qui si origina la sua perdurante debolezza, che ovviamente si traduce in uno spostamento dei consensi verso il Movimento di Grillo. La scelta del cartello “Liberi e Uguali” di affidarsi a un capo in tutto e per tutto impolitico lascia trasparire non solo un’adesione ai principi della leadership carismatica (in verità, rivelatasi assai farsesca, se consideriamo gli evidenti deficit di Grasso sul piano della comunicazione e dello stile), ma anche un’incapacità concreta di elaborare un reale corredo valoriale alternativo, magari in grado di rimettere in circolo la parola “socialismo”.

D’altro canto, Bersani, che pure è persona stimabile, ama da tempo definirsi “liberale”. E liberali si definiscono (e sono) i suoi ex amici del Partito democratico, compagine ormai pienamente avvolta nel renzismo e votata alla costruzione di un centro moderato, con la quale però LeU continua ad avere non pochi punti di contatto (e non solo in ragione di possibili alleanze: si ricordi che la campagna elettorale di Grasso ha avuto inizio con uno svarione sulla tassazione universitaria, che è indice della volontà di voler parlare solo al ceto medio).

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9 febbraio 2018
pubblicato da Il Ponte

Breve nota, non del tutto frivola, sulla linguistica rivoluzionaria

Linguisticadi Giancarlo Micheli

La querelle, che ha visto vari contributi – ciascuno non scevro d’interesse e perspicacia – impilarsi sul foglio informatico del «Ponte» nell’ultimo mese, potrebbe essere interpretata sotto varie categorie astratte, qual è costume epistemologico sotto le strutture della miseria capitalistica al tempo in cui essa è venuta a maturazione per reclamare diritti di proprietà sul genoma umano e sull’intelligenza residua, di cui l’artificiale è ormai la valuta che ne realizza la frenetica e angusta circolazione, cionondimeno ritengo sia ragionevole scegliere, in prima istanza, la prospettiva del materialismo dialettico: la libertà concessa nelle attuali condizioni è quella compatibile alla realtà dei rapporti sociali di produzione (economica, ma su un piano ancora più concreto e basilare, linguistico-cognitiva), la libertà di partecipare all’atroce espropriazione del vivente intesa all’accumulo del capitale, feticcio di morte e non vita.

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8 febbraio 2018
pubblicato da Rino Genovese

C’è un pericolo fascista in Italia?

casapounddi Rino Genovese

L’Italia, si sa, è il paese che il fenomeno fascista lo ha inventato: è questo uno dei suoi più tristi primati. C’è un fascismo endemico nel nostro paese, che altre volte mi è capitato di chiamare sempiterno, con  un riferimento alla definizione gobettiana del fascismo in quanto “autobiografia della nazione”, come di qualcosa, cioè, ancorato nella cultura antropologica. C’è  una tradizione illiberale e antidemocratica della borghesia italiana (per non parlare delle forze politiche che hanno egemonizzato l’unità nazionale, come la monarchia sabauda, senza la cui complicità il fascismo non avrebbe potuto affermarsi – altro che “rivoluzione”, come crede un revisionista storico quale Emilio Gentile).

Mio padre (per fare un esempio), negli anni settanta, quando imperversava la “strategia della tensione” – che aveva origine negli apparati dello Stato ma si serviva della manovalanza neofascista –, mi diceva della “parentesi democratica” che l’Italia aveva vissuto fino a lì, a partire dalla proclamazione della Repubblica, persuaso com’era che prima o poi sarebbe ritornato un governo apertamente autoritario. Era un po’ la teoria del fascismo come parentesi enunciata con facile ottimismo da Croce, che lui rovesciava in un facile pessimismo. Le vicende storiche sono più complesse, la teoria “parentetica” non regge né in un senso né in un altro: però quel pessimismo la diceva lunga sulla sensazione che una coscienza progressista non poteva fare a meno di riflettere. In Italia c’era l’humus per qualsiasi avventura reazionaria.

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