Il partito della democrazia

Jeremy Corbyndi Andrea Panaccione

Il piccolo ma molto condensato (forse troppo) volume di Paolo Bagnoli (Il partito della democrazia, Milano, Biblion, 2018, pp. 65), apparso nella stimolante collana Biblion International Monographs, si compone di due brevi capitoli, l’uno introduttivo e l’altro conclusivo, dedicati rispettivamente alla scomparsa di un soggetto politico che faccia riferimento al socialismo non solo nel nostro paese e alle ragioni e condizioni di superamento di questa crisi; tra questi due capitoli è collocata una più ampia traccia storica su quella che è stata la vicenda della principale forza politica socialista in Italia, colta soprattutto attraverso la cultura politica che l’ha alimentata e che essa ha contribuito a diffondere nella nostra società.

Vorrei partire proprio da questo capitolo centrale («Il partito della democrazia. Per una riflessione storico-critica sul Psi») perché è in esso che troviamo il senso di tutto il saggio di Bagnoli e del suo stesso titolo. La formazione di quello che alla fine dell’Ottocento diventerà il Partito socialista e il primo partito politico di massa nella storia d’Italia è giustamente ricondotta dall’autore alle questioni lasciate irrisolte dal processo risorgimentale e portate avanti, nei decenni successivi all’Unità, dalla sua componente democratica: le questioni dell’arretratezza e delle ingiustizie sociali e le questioni politiche dell’estraneità delle classi popolari al nuovo Stato.

Dal compito di affrontare questa difficile eredità, molto di più che da un processo di industrializzazione ancora embrionale, il socialismo italiano trae la sua impronta di promozione non solo economica ma culturale e civile, e l’intreccio della prospettiva socialista con la democrazia intesa come capacità di creazione di una grande varietà di forme associative e di istituzioni dei lavoratori (il mutuo soccorso, le leghe, le cooperative, le camere del lavoro, le case del popolo) e come allargamento della partecipazione popolare alla vita politica nazionale e locale. È da questo compito che il socialismo italiano trae anche un suo specifico carattere sintetico e per certi aspetti eclettico, di apertura a diverse forze e ispirazioni: quelli che inizialmente venivano indicati dal “partito moderato” come i nuovi barbari e gli ospiti sgraditi del nuovo Stato, e che si definivano volta a volta democratici / repubblicani / internazionalisti / insurrezionalisti / anarchici e poi maggioritariamente socialisti, diventano nel corso di alcuni decenni attori, autori, protagonisti della vita della nazione nei suoi progressi, nelle sue tragedie, nel definitivo processo di modernizzazione dopo la Seconda guerra mondiale.

Queste capacità di apertura e di sintesi sono seguite e documentate da Bagnoli attraverso alcuni punti alti della cultura socialista italiana: uno di questi è sicuramente il saggio di Carlo Rosselli in morte di Turati, Filippo Turati e il socialismo italiano (1932), che è un vero esempio di impostazione del rapporto tra passato e presente, di sottolineatura degli elementi di novità e anche di rottura in una nuova fase storica, e insieme di comprensione di un patrimonio di esperienze, di ragioni e condizionamenti; ma un altro esempio è l’apertura del socialismo italiano, nella fase preparatoria del centro-sinistra, alle sollecitazioni di un’area culturale più ampia, ai suoi centri di elaborazione e alla sue riviste, che è stato fra l’altro uno dei punti focali del progetto della Fondazione Giacomo Brodolini su Le culture del socialismo italiano, 1957-1976, diretto da Enzo Bartocci e di cui Bagnoli stesso è stato uno degli iniziatori, un progetto che ha già prodotto diversi e importanti risultati di ricerca.

Che rapporto ha questa riflessione storico-critica con le questioni poste nei capitoli introduttivo e finale? Di fronte allo stato del movimento socialista in tutto il quadro europeo (con le limitate eccezioni portoghese e inglese) e dopo decenni di discussione sullo stesso futuro del socialismo, sembra essersi affermata in alcuni autori importanti come il compianto Tony Judt o Colin Crouch (T. Judt, Guasto è il mondo, Roma-Bari, Laterza, 2011; C. Crouch, Quanto capitalismo può sopportare la società?, Roma-Bari, Laterza, 2014) la tendenza ad affidare questo futuro a una difesa dalla storia (Judt ha parlato di «socialdemocrazia difensiva»), alla disperazione e alla paura del futuro di fronte agli sviluppi di un capitalismo non più addomesticato, anche se sappiamo purtroppo, e l’attuale vicenda italiana ce lo conferma, che paura e disperazione possono trovare risposte più facili e apparentemente più efficaci di quelle del socialismo. Per questi autori la crisi della socialdemocrazia, il concetto al quale essi prevalentemente si riferiscono, è legata al venir meno di un’idea di società con i suoi legami costitutivi e i suoi spazi pubblici, che permettano una politica democratica: «Se non rispettiamo i beni comuni, se permettiamo o incoraggiamo la privatizzazione dello spazio, delle risorse e dei servizi pubblici, se sosteniamo con entusiasmo la propensione della nuova generazione a preoccuparsi esclusivamente dei propri interessi, allora non dobbiamo sorprenderci se la gente partecipa sempre meno al processo decisionale» (T. Judt, Guasto è il mondo cit., p. 97). Bagnoli è convinto che la crisi socialista sia una crisi generale della politica democratica, quella cosa apparentemente semplice che è richiamata nella citazione di Jeremy Corbyn che apre il volume («La politica è la vita di tutti i giorni, è quello che vogliamo, quello che ci rende ciò che siamo. La politica siamo tutti noi»), e anzi tutto il suo libro vuole dimostrare proprio questo. Tuttavia egli propone di cercare ancora, nelle questioni materiali che opprimono la maggior parte della popolazione del mondo ma anche nel patrimonio di esperienze e idee che la storia del socialismo ha dentro di sé, una via d’uscita.

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