Il tema della Persona al Festival della filosofia di Modena

Festival della filosofiadi Massimo Jasonni

Il tema della persona appare nevralgico nell’esperienza e nella riflessione dei moderni, tuttavia il nome “persona” è antico. Esso risale alle fondamenta speculative dell’antichità, consentendoci oggi uno sguardo d’insieme risalente e approfondito.

Il Festival della filosofia di Modena ha perso di recente, con Tullio Gregory, uno dei suoi spiriti animatori, ma non ha cessato di segnalarsi all’attenzione della cultura internazionale. Lo comprova l’intitolazione stessa – Persona – della prossima edizione del 13-15 settembre, che comporterà un dibattito fervido, impegnato a esaminare, da un lato, le ragioni economico-politiche che spingono nell’attualità sul motivo personalistico, ma, d’altro lato, le radici filosofiche su cui poggia l’impianto originario della nostra civiltà.

Partendo dall’oggi, ovvero dagli esiti ultimi dell’umanismo moderno, è agevole riscontrare che l’attenzione mediatica al valore della soggettività si allinea a un habitat mercantilistico, non indenne da ritorni tardo romantici o, se si preferisce, decadenti, che il pensiero tedesco dell’Otto e del Novecento ha avvertito quale (con)causa del nichilismo. In quest’ottica critica, il processo che ha portato all’estremizzazione del principio di libertà individuale è stato interpretato nel segno della logica perversa di un dominio tecnocratico che provoca mercificazione delle esistenze, crescita a dismisura del disagio sociale e abbrutimento della natura.

In realtà, la spinta antropocentrica era sostenuta dalla lotta per l’affermazione delle libertà sull’oscurantismo dell’età di mezzo e sul lassismo morale del tempo della Controriforma. Il Rinascimento, quindi i Lumi, forti dello splendore delle arti e delle loro proprie attitudini al recupero dei valori della classicità, si ponevano come risorgimento laico, etico e intellettuale, e si proiettavano nel futuro come antidoto rispetto ad ogni rigurgito di dogmatismo o di autoritarismo.

Ecco che il richiamo alle origini diventa propizio: perché l’etimo “persona” non limita il suo spessore semantico al profilo della garanzia liberale del rispetto dell’individualità, ma affonda in un contesto etico e culturale solidaristico di ben più vasta portata. Per-sona era, nell’orizzonte greco e latino, la maschera che a teatro gli attori adoperavano non solo per coprire i lineamenti del volto e interpretare un carattere scenograficamente esemplare, ma anche per dilatare i suoni, ovvero al fine pratico di essere meglio intesi dal pubblico. Questa funzione “a trombetta” della maschera, dilatativa del timbro della voce, cela già in sé tutto il grande ruolo che l’Europa, nel solco di una tradizione romano-cristiana, ha attribuito alla persona. Esso consiste nel pensare che il soggetto non si esaurisca in una monade, né in un’entità separata dal contesto civile, ma possa aristotelicamente porsi in perenne e responsabile relazione con l’altro. La nostra Costituzione repubblicana ne è specchio e alto monito per tutti i popoli.

L’uomo si perde nella sua solitudine, si avvilisce nell’isolamento e nella distrazione dalla natura. La personalità raccoglie, in direzione contraria, una fiaccola etica che la storia ci impone di non dimenticare.

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